Il Tirreno

Toscana

Inchiesta sui rifiuti: tre minuti di cura e l’immondizia diventava innocua

di Giulio Corsi
Inchiesta sui rifiuti: tre minuti di cura e l’immondizia diventava innocua

Livorno, così funzionava il sistema per far passare scarti pericolosi come materiali smaltibili in discarica 

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LIVORNO. Il 2 dicembre 2015 la motrice rossa dell’autotreno della Fbn Ecologia partito di prima mattina da Prato varca il cancello della Lonzi Metalli a Livorno alle 9.01. Staziona dentro la struttura per quattro minuti e alle 9.05 esce, diretta col suo carico di rifiuti alla discarica di Scapigliato, nel territorio di Rosignano. L’11 dicembre il tir mette il record di permanenza all’interno della Lonzi: entrata alle 8.44 e uscita alle 8.46, 2 minuti e 58 secondi come racconta il video registrato dai carabinieri forestali grazie a due telecamere piazzate sui pali dell’Enel all’esterno della ditta livornese, un fortino invalicabile con muri alti, filo spinato e telecamere eretto apposta, sospettano gli investigatori, in modo che nessuno possa vedere ciò che accade all’interno.

La stessa scena, con lo stesso camion, si ripete per otto volte nel giro di dieci giorni. Secondo la procura distrettuale antimafia è la realizzazione plastica del famigerato giro-bolla, il sistema inventato da Luigi Cardiello, il Re Mida dei rifiuti che una quindicina d’anni fa, in Versilia, si vantava di trasformare la spazzatura in oro e che varie inchieste avevano indicato tra i protagonisti del disastro ambientale della terra dei fuochi, prima che per lui intervenisse la prescrizione.

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Il gioco funziona esattamente così: rifiuti speciali entrano tossici in impianti di trasformazione ed escono, senza essere stati toccati, con i documenti in regola per essere smaltiti in discarica. Documenti in regola ma alto potenziale inquinante e grandi guadagni per l’organizzazione. Che risparmia sull’ecotassa e fa lievitare il suo giro d’affari.

È esattamente quello che secondo la Procura accadeva alla Lonzi e alla Rari, le due aziende livornesi di trattamento di rifiuti di proprietà di Emiliano Lonzi, sequestrate giovedì. Non è un caso che Ettore Squillace Greco, attuale procuratore capo di Livorno che aveva iniziato e condotto gran parte dell’inchiesta quando era alla procura antimafia, abbia paragonato il modus operandi usato alla Lonzi a quello dei Casalesi nella provincia di Caserta: «Si tratta di episodi che non hanno nulla a che fare con la camorra, ma un certo modo di gestire e trattare i rifiuti è significativo».

C’è una frase, tra le oltre novemila intercettazioni che in questi due anni sono state effettuate dai carabinieri forestali, che più di tutte mette il re nudo. La pronuncia Mauro Palandri, braccio destro di Emiliano Lonzi. «Alessandro, non penserai mica che tutto il materiale che entra in Rari io lo inertizzi», dice Palandri ad un perito chimico dipendente della Lonzi, Alessandro Perelli, che contestava che i rifiuti non venissero trattati come avrebbero dovuto. Non solo alla Lonzi questo accadeva: «Neppure da me tutti i materiali passan dall’impianto», insiste Palandri riferendosi alla Rari e ricordando a Perelli che l’importante era che “torni tutto”, che “la carta sia tutta a posto”.

E per mettere a posto le carte basta poco. Il 19 agosto 2015 c’è una telefonata tra Elena Felice, impiegata della Lonzi Metalli e una dipendente della ditta Bra di Cuneo. La Felice chiede all’interlocutrice di effettuare una modifica al formulario relativo ad un trasporto di rifiuti della Bra alla Lonzi poiché era stata indicata la classe di pericolo HP10 che la ditta livornese non era autorizzata a gestire e che dunque deve essere cancellata. “Sto parlando del camion che è venuto stamani. Nelle caratteristiche di pericolo avete messo l’H5 e l’H10, noi però l’H10 non ce lo abbiamo nel... per noi l’H10 non va bene”, spiega la Felice. Poco dopo dalla Bra ricontattano la Lonzi e si dicono pronti a modificare la classe di pericolo. E magicamente l’H10 sparisce.

Altre volte le carte si sistemano con i buoni rapporti: a novembre 2016, la Società Chimica Larderello esegue un controllo alla discarica di Bulera a Pomarance dal quale emerge l’irregolarità di un carico di rifiuti proveniente dalla Rari. Il primo dicembre Stefano Lena, responsabile del piazzale di Rari, chiama Palandri dicendogli che “Bulera è a posto”. Un minuto dopo Palandri telefona a Robi Morreale, amministratore unico di Lonzi e Rari: “Bulera è a posto”, gli conferma. E poi sottolinea, con un certo compiacimento, quanto conti avere i giusti contatti: “Vedi cosa vor di’ avere i rapporti”.

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È questo uno degli aspetti chiave di tutta la vicenda: i buoni rapporti che Emiliano Lonzi cerca con chi conta. In città e fuori. E che evidentemente contribuiscono a trasmettere a lui e ai suoi uomini quel senso di impunità che fa dire a uno dei suoi “che muoiano i bambini, io i rifiuti li lascerei in strada”, che gli fa mandare avanti un’attività criminosa quotidiana, nonostante la consapevolezza di avere contro comitati di residenti a causa di una serie di inspiegabili incendi che negli ultimi vent’anni sono divampati sui piazzali della sua ditta, nonostante la consapevolezza di ripetuti controlli dell’Arpat e dell’Asl, nonostante sulla fedina abbia già una condanna per trasporto abusivo di rifiuti e sua moglie Anna Mancini ne abbia quattro già passate in giudicato.

Lo scrive chiaramente il pubblico ministero nel chiedere gli arresti per Lonzi: «Uno dei meccanismi di autotutela attivati dall’associazione criminale è proprio quello che prevede sistematiche pressioni su soggetti in vario modo legati alle istituzioni per indurli a captare notizie utili su eventuali indagini o comunque suggerimenti per eluderle».
 

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