Il Tirreno

Toscana

Marsilio Travaglini, martire in Maremma per aver difeso la miniera

Nicola Maranesi

Il suo nome nella lista finita nelle mani dei nazisti: fu tra le 83 vittime di Niccioleta

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Gli occhi di un bambino che incrociano per l’ultima volta quelli del padre, condannato a morte per aver scelto di sorvegliare la miniera, il posto di lavoro per il quale è emigrato portandosi dietro l’intera famiglia. «Prima di essere spinto fuori della porta lui cercò di calmare la nostra ansia dicendo che l’avrebbero rimandato a casa presto, di tranquillizzare la mamma e dare, per lui, un bacio al bambino. Ma io lessi nei suoi occhi che quella non era la verità. Nei suoi occhi c’era l’ombra della disperazione, come se quella fosse l’ultima volta che varcava quella soglia».

Quel padre si chiamava Marsilio Travaglini, vittima insieme ad altri 82 uomini della strage della Niccioleta, perpetrata durante la Seconda guerra mondiale dai nazifascisti, tra il 13 e il 14 giugno 1944, a danno della popolazione civile insediata nella piccola frazione del comune di Massa Marittima, provincia di Grosseto.

Quel bambino è il figlio Bruno, che oggi ha 87 anni e nel 1999 ha depositato presso l’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano una memoria struggente, che riproponiamo per ampi stralci in queste pagine. Una testimonianza che offre molto di più della cronaca e della ricostruzione storica dei fatti, del riconoscimento delle responsabilità e dei colpevoli, identificati nel tempo grazie al lavoro dei tribunali e degli studiosi. Bruno offre il proprio dolore privato affinché divenga patrimonio comune e sbarri la strada, ancora oggi e per sempre, a superficiali operazioni di rimozione o manipolazione della memoria collettiva.

I fatti raccontano che la famiglia Travaglini si trasferisce da Abbadia San Salvatore, Siena, alle colline metallifere della Niccioleta alla fine deli anni ’’30. Marsilio, capofamiglia e padre di tre figli, crede nelle nuove possibilità economiche che il lavoro, seppur duro, può riservare. La molla è quella che muove i migranti di ogni epoca e generazione: la ricerca della fortuna, del miglioramento, di un’energia nuova che la Seconda guerra mondiale bruscamente interrompe. La frattura sociale tra la massa operaia e le poche famiglie fasciste della zona è subito evidente. La popolazione si chiude in se stessa, le attività quotidiane perdono vivezza e la miniera diventa il punto di riferimento essenziale, il centro intorno al quale gravita la vita di uomini e donne che lanciano segnali di resistenza. Non tanto e non solo al nemico fisico, ma all’ipotesi di annientamento delle speranze a lungo alimentate.

La tensione precipita il 13 giugno 1944: all’alba alcuni reparti di polizia tedesca coadiuvati da soldati italiani, circondano il villaggio e rastrellano tutti gli uomini, concentrandoli davanti al dopolavoro della miniera. A bruciapelo ne fucilano sei, trovati in possesso di armi e altri oggetti che ne denunciano la continuità con l’attività partigiana. Nell’Italia contesa e divisa dei quegli anni, basta avere al collo un fazzoletto rosso per perdere la vita. La massa dei prigionieri viene invece trasferita in serata nella vicina Castelnuovo Val di Cecina. Il giorno seguente, dopo un’estenuante attesa nei locali dell’ex cinema, tedeschi e fascisti formano tre gruppi. Il primo, composto da 77 persone, è trascinato verso un pendio alla periferia del paese. Sul ciglio del burrone entrano in funzione le mitragliatrici a falciare la massa umana. La strage si conclude a colpi di pistola contro i moribondi. Il secondo gruppo composto da 21 giovani in età di leva è trasportato a Firenze e da lì deportato in Germania. L’ultimo drappello, circa cinquanta anziani, viene liberato e fa ritorno al villaggio.

Ma cosa ha scatenato la furia? Le ricostruzioni raccontano che i fascisti locali avevano avvisato i tedeschi dell’occupazione del villaggio da parte dei partigiani, avvenuta il 9 giugno e durata poche ore, al termine della quale i minatori avevano costituito una milizia armata per la vigilanza della miniera, costringendo i fascisti a non uscire dalle loro abitazioni. La fuga di alcuni di questi e la delazione provocano l’intervento di un reparto di polizia, che una volta entrato in possesso dell’elenco dei turni di guardia, decide che ogni uomo il cui nome compare nella lista, per la sola ragione di far parte di quella lista, è degno di essere ucciso.

In quella lista, come ricorda e racconta Bruno a distanza di anni attingendo ai suoi ricordi di bambino, figurava anche il nome del padre Marsilio Travaglini.

Dal diario di MARSILIO TRAVAGLINI

Dallo sguardo di mio padre capii che non l’avrei più visto

La sera del dodici giugno stavo con gli amici seduto sul muretto del rifugio antiaereo di fronte alla caserma, occupata ora dal comitato che organizzava gli operai, quando sulla porta fu affisso l’elenco di chi, per quella notte, avrebbe dovuto fare il turno di guardia. Mi alzai dal muretto ed andai a leggere l’elenco. Era scritto a mano, con inchiostro rosso e nella Lunga lista figurava anche il nome del babbo. Rimasi sorpreso e corsi a casa ad avvertirlo. Lo trovai in camera con il bimbo in collo. Sei nella nota per i turni di guardia di questa notte - gli dissi precipitosamente. Lo vidi cambiare espressione, il volto sorridente che aveva nel guardare il bambino si fece severo. Posò il bambino nel letto accanto alla mamma e uscì di casa. Dopo un’ora il babbo tornò. - Questa notte dovrò partecipare ai turni di guardia, rientrerò a casa domattina alle cinque - disse. La mamma lo guardò senza proferir parola. Il mattino seguente il paese fu svegliato da spari e raffiche ininterrotte di armi automatiche. Saltai dal letto, anche Adriana e Beppino si erano svegliati e mi guardavano impauriti. Corsi in cucina, il babbo che era da poco rientrato in casa dal turno di guardia, si era alzato e rivestito, anche la mamma era in piedi.

- Che succede? - chiesi. - Non so, tutto era tranquillo, ora vado a vedere e torno. Tu non ti muovere - mi rispose.

- Marsilio, Marsilio, non andare, non uscire di casa - Nella voce di mamma c’era una grande preoccupazione. - Non aver paura, torno subito e state calmi - Dette queste parole il babbo uscì. Dopo qualche minuto la sparatoria rallentò di intensità. Ci furono ancora colpi isolati, poi silenzio assoluto. Di lì a poco il babbo rientrò in casa. - Ci sono i tedeschi e i fascisti, sono entrati da ogni parte sparando per impaurire ma per ora non è successo niente di grave, state tranquilli, non hanno motivo per farci del male.

- Malgrado queste parole vedevo che il babbo era preoccupato. Forse, in quel momento stava pensando che aveva visto giusto, quando si era opposto ai compagni.

La mamma cominciò a piangere silenzio, mentre seduta sul letto allattava il bambino. Ad un tratto le grida di una donna ruppero quel silenzio innaturale dopo gli spari. Io approfittando dell’assenza del babbo dalla cucina, uscii di casa e scesi in strada. All’ultimo piano del palazzo, sulla terrazza che correva lungo tutta la facciata, un gruppo di soldati spingevano colpendoli con il calcio dei fucili, Ettore, il suonatore di trombone e suo figlio Aldo, mentre la moglie urlava trattenuta dai soldati. Quando uscirono dall’androne delle scale, Ettore barcollava e sanguinava alla testa. Altra gente era uscita di casa ad assisteva alla scena. I fascisti puntarono i fucili contro di noi, ordinandoci di rientrare in casa. Passò un’ora senza che succedesse niente. Poi, il babbo, che guardava fuori attraverso le stecche delle persiane ancora chiuse, disse -Eccoli! Salgono le scale, state calmi. Noi stavamo al primo piano e la nostra era la prima porta a sinistra salendo. Due colpi forti alla porta ed una voce autoritaria intimò: - Aprite! -Il babbo aprì la porta. Un ufficiale tedesco, alto, giovane, occhi chiari, armato di una pistola che teneva con la mano guantata, lo spinse al centro della stanza mentre due militari fascisti, armati di fucile, entrarono dopo di lui mettendosi a rovistare ogni posto. L’ufficiale, sempre spingendo il babbo, seguì i due fascisti che erano entrati nella stanza dove dormivamo io ed i miei fratelli. I soldati buttarono all’aria i letti, rovistarono nei cassetti e in ogni dove cercando qualcosa che potesse accusarci. Poi, il tedesco aprì la camera della mamma, la vide seduta sul letto con il bambino in braccio, ebbe un attimo di esitazione e richiuse la porta senza entrare. Finita la perquisizione se ne andarono di casa portandosi via il babbo. Prima di essere spinto fuori dalla porta lui cercò di calmare la nostra ansia dicendo che l’avrebbero rimandato a casa presto, di tranquillizzare la mamma e dare, per lui, un bacio al bambino. Ma io lessi nei suoi occhi che quella non era la verità. Nei suoi occhi c’era l’ombra della disperazione, come se quella fosse l’ultima volta che varcava quella soglia. Ci precipitammo in camera di mamma: L’hanno portato via, ha detto di stare tranquilli che dopo un controllo lo rimanderanno a casa. Ho paura che non rivedremo più il vostro babbo - disse lei singhiozzando. Quelle parole mi gelarono il sangue. Tutto il palazzo fu rastrellato e gli uomini e i giovani portati via di casa furono radunati provvisoriamente sotto la quercia all’angolo della strada. Nella famiglia accanto, quella di Ada, avevano portato via oltre che il padre anche il figlio Silvano che aveva quindici anni. La stessa cosa avveniva in tutto il paese. Alle nove del mattino il rastrellamento era completato e i tedeschi e i fascisti si ritrovarono nelle mani non meno di 160 persone. Poi, un giorno ci chiamano in Chiesa. Hanno riportato gli effetti personali dei nostri morti. La mamma incarica me di andare a vedere. In Chiesa il prete mi consegna il portafoglio del babbo. C’è sopra un’etichetta scritta a mano "Travaglini". Lo apro, ci sono i documenti e le fotografie macchiate di sangue. In un angolo della sacrestia c’è un mucchio di tascapani, valigette, borse, cappelli. Le donne frugano in quel mucchio, cercano quello che apparteneva ai loro mariti e ai loro figli e quando lo trovano alcune lanciano un grido, altre se ne vanno piangendo sommessamente. Trovo il tascapane del babbo, lo conosco bene da piccoli particolari. È chiuso con i due bottoni. Lo apro, dentro c’è un pezzo di pane secco, la bottiglia vuota del vino, il cucchiaio, la forchetta e la gavetta attraversata da un solco lasciato dal proiettile. Poi trovo il cappello, che portava sempre in testa. Lo riconosco è il suo: il nastro, l’etichetta interna. Un foro lo attraversa da una parte all’altra. Tornato a casa la mamma guarda inebetita quella roba, poi scoppia in lacrime. Nei giorni successivi venimmo a sapere cosa era avvenuto a Castelnuovo. Arrivati a notte fonda nel paese, i prigionieri furono rinchiusi nella saletta del piccolo cinematografo. L’indomani, e per tutto il giorno, furono tenuti all’oscuro della loro sorte, finché alla sera, furono divisi in tre gruppi. La discriminante fu la nota dei turni di guardia alla miniera che i tedeschi avevano scoperto e che, imprudentemente, era stata nascosta invece di essere distrutta.

Gli iscritti in quella nota, o note, settantasei persone in tutto, furono chiamati e divisi dagli altri. Successivamente, dal gruppo rimasto, furono chiamati fuori i giovani fino a ventisette anni. Dei tre gruppi: il primo, il più numeroso, era destinato alla morte; il secondo, quello dei giovani, alla deportazione; il terzo, lasciato libero di tornare a casa. Ma nessuno di loro conosceva il destino che li attendeva. Durante quella divisione, quando fu chiamato Mastacchini Agostino rispose anche il figlio Raffaello, un ragazzo di sedici anni, e quando gli fu chiesto se fosse il figlio di Agostino rispose di sì, chiedendo di essere mandato con il padre. Fu accontentato. Un atto di comprensione? No! Un atto di estrema crudeltà. Quello era il gruppo destinato a morire. Alle 19 il gruppo dei settantasette fu fatto uscire dalla sala e avviato, sotto forte scorta, lungo la strada che conduceva fuori dal paese. Come furono uccisi lo racconterà poi la scarna testimonianza di un contadino che vide tutto stando nascosto dietro una siepe. «Vidi il gruppo degli uomini camminare inquadrati in direzione della Centrale. Per il sopraggiungere di un aereo furono fatti fermare fra il Canneto e il Tombino. Passato l’aereo ne vidi muovere un gruppo di circa una quindicina che a mani alzate s’incamminarono verso il fatale Vallino; giunti sulla costa gli venne sparato con due mitraglie che si trovavano piazzate nella vicinanza, lato Castelnuovo, e i corpi esanimi di quei disgraziati precipitarono nel fondo del Vallino stesso.

Dopo di ciò vidi muovere il secondo gruppo (circa 60) che sempre inquadrati furono fatti incamminare sulla strada che passa dietro il Vallino e quindi fatti entrare in questo dalla parte opposta a quella dove caddero i primi. Non appena entrati nel fondo si accorsero dei compagni morti; vidi allora tutta la massa degli uomini agitarsi come per tentare la fuga, udii quei poveretti urlare disperatamente, le mitraglie entrarono in funzione e rapidamente il massacro fu compiuto. Quei disgraziati quando si accorsero di non poter fuggire si riunirono come in un abbraccio e così caddero per sempre! Vidi allora i militi scendere nel fondo della grotta, rimuovere i corpi a uno a uno e dargli il cosiddetto colpo di grazia con la pistola. I cadaveri furono poi dai militi stessi gettati in una buca sottostante». Così un contadino di Castelnuovo ci fece sapere come vi avevano ucciso.

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