La manifestazione
Il parà picchiato e lasciato morire
di Pietro Barghigiani
Scieri morì in caserma a Pisa. La commissione d’indagine: fu aggredito e abbandonato
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PISA. Una caserma in cui il nonnismo se non incoraggiato era tollerato dai vertici. La sopraffazione degli anziani e dei caporali sulle reclute era il segno distintivo della Folgore. Una scuola di formazione aggiuntiva all’addestramento tradizionale dei parà. Quando in un contesto del genere un avvocato di Siracusa di 26 anni, allergico alle prepotenze, arriva alla Gamerra di Pisa il destino lo colloca al centro di un’azione da “nonni”. Prima viene fatto spogliare, picchiato e poi costretto a una prova di forza: salire aiutandosi solo con le mani all’esterno della torre usata per asciugare i paracadute. Ci prova fino allo stremo delle forze ad arrampicarsi con i suoi aguzzini intorno. Poi cade e nessuno lo aiuta, né dà l’allarme. Il corpo viene ritrovato tre giorni dopo. Si chiamava Emanuele Scieri e la ricerca dei responsabili della sua morte è ripartita a 18 anni da quello che ora la commissione parlamentare d’inchiesta sostiene essere stato un omicidio. Ipotesi preterintenzionale, ma in una situazione di costrizione per la vittima dei “nonni” colpevoli anche di omissione di soccorso.
Succede tutto in tre giorni. Scieri arriva il venerdì 13 agosto 1999. La mattina, nel trasferimento da Scandicci, si è scontrato con alcuni “nonni” sul bus. La sera alle 22,15 saluta Stefano Viberti, il teste «depositario di verità non rivelate» scrissero i magistrati, e rimane nel vialetto interno della Gamerra. Alle 23,45 non risponde al contrappello. Era già caduto dalla torre e stava morendo. Lo ritrovano alle 14,08 di lunedì 16 agosto. Quegli anziani prepotenti nell’imporre alla recluta quella prova assurda, pavidi nel lasciarlo agonizzante.
Di sicuro non è stato un suicidio come i vertici di allora della Folgore suggerirono alla magistratura che, da quella militare all’ordinaria, si è dimostrata arrendevole chiudendo le inchieste con archiviazioni ora contestate nel contenuto – «epiloghi insoddisfacenti» – dai commissari parlamentari. La commissione d’inchiesta, presieduta dall’onorevole Sofia Amoddio (Pd) ha approvato all’unanimità la relazione finale. Seimila pagine di documenti, 20 mesi di lavoro, l’audizione di 45 persone. E, soprattutto, l’appoggio del ministero della Difesa e dei vertici della Folgora a ogni livello. Segno che i tempi delle violenze nelle camerate e dell’omertà è finito.
L’elemento principale è aver ottenuto la riapertura dell’inchiesta da parte della Procura pisana con il capo dell’ufficio Alessandro Crini e il sostituto Sisto Restuccia che da settimane stanno sentendo come persone informate sui fatti i protagonisti della vicenda.
I fatti nuovi sono coperti da segreto istruttorio. La commissione ha, però, sottolineato l’importanza della zona franca in cui fu trovato il corpo di Scieri. «In parte esente da regole e controlli e appare molto improbabile che i vertici militari non sapessero cosa accadesse in quell'area», scrive la commissione che ha fatto «emergere le falle e le distorsioni di un sistema disciplinare fuori controllo e ha rintracciato elementi di responsabilità depositandoli alla Procura della Repubblica di Pisa».
Viene messo a fuoco un clima di sopraffazione fisiologica e silenzi imposti in una caserma dove in parallelo ai graduati erano gli “anziani” a dettare una loro legge. Non può essere stato un suicidio. La presenza di una delle scarpe dello Scieri ritrovata troppo distante dal cadavere, la ferita sul dorso del piede sinistro e sul polpaccio della stessa gamba «sono del tutto incompatibili con una caduta dalla scala e mostrano che Scieri è stato aggredito prima di salire sulla scaletta» dichiara Amoddio. La relazione denuncia i tanti «non ricordo» di chi è stato chiamato a deporre e la cappa di omertà dei vertici, a partire dall’allora comandante, generale Enrico Celentano. Ma viene rimarcato anche il contributo di chi, libero da condizionamenti, ha parlato con chiarezza delle prevaricazioni in uso nella caserma. Una bocciatura ai limiti del dilettantismo per gli investigatori dell’Arma.
«Indagini grossolane e senza coordinamento» è il giudizio della commissione. Un maresciallo repertò tracce del suo stesso sangue: si era ferito salendo sulla scala da cui era caduto Scieri. Non vennero prese impronte di terze persone. La scena del crimine contaminata nel modo più assoluto e il cellulare di Emanuele preso dal marsupio spostandone il corpo. Una follia se si ragiona con i criteri di oggi. Dopo 18 anni la Procura ci riprova a scalfire la coltre di omertà che ha avvolto l’omicidio Scieri.
Succede tutto in tre giorni. Scieri arriva il venerdì 13 agosto 1999. La mattina, nel trasferimento da Scandicci, si è scontrato con alcuni “nonni” sul bus. La sera alle 22,15 saluta Stefano Viberti, il teste «depositario di verità non rivelate» scrissero i magistrati, e rimane nel vialetto interno della Gamerra. Alle 23,45 non risponde al contrappello. Era già caduto dalla torre e stava morendo. Lo ritrovano alle 14,08 di lunedì 16 agosto. Quegli anziani prepotenti nell’imporre alla recluta quella prova assurda, pavidi nel lasciarlo agonizzante.
Di sicuro non è stato un suicidio come i vertici di allora della Folgore suggerirono alla magistratura che, da quella militare all’ordinaria, si è dimostrata arrendevole chiudendo le inchieste con archiviazioni ora contestate nel contenuto – «epiloghi insoddisfacenti» – dai commissari parlamentari. La commissione d’inchiesta, presieduta dall’onorevole Sofia Amoddio (Pd) ha approvato all’unanimità la relazione finale. Seimila pagine di documenti, 20 mesi di lavoro, l’audizione di 45 persone. E, soprattutto, l’appoggio del ministero della Difesa e dei vertici della Folgora a ogni livello. Segno che i tempi delle violenze nelle camerate e dell’omertà è finito.
L’elemento principale è aver ottenuto la riapertura dell’inchiesta da parte della Procura pisana con il capo dell’ufficio Alessandro Crini e il sostituto Sisto Restuccia che da settimane stanno sentendo come persone informate sui fatti i protagonisti della vicenda.
I fatti nuovi sono coperti da segreto istruttorio. La commissione ha, però, sottolineato l’importanza della zona franca in cui fu trovato il corpo di Scieri. «In parte esente da regole e controlli e appare molto improbabile che i vertici militari non sapessero cosa accadesse in quell'area», scrive la commissione che ha fatto «emergere le falle e le distorsioni di un sistema disciplinare fuori controllo e ha rintracciato elementi di responsabilità depositandoli alla Procura della Repubblica di Pisa».
Viene messo a fuoco un clima di sopraffazione fisiologica e silenzi imposti in una caserma dove in parallelo ai graduati erano gli “anziani” a dettare una loro legge. Non può essere stato un suicidio. La presenza di una delle scarpe dello Scieri ritrovata troppo distante dal cadavere, la ferita sul dorso del piede sinistro e sul polpaccio della stessa gamba «sono del tutto incompatibili con una caduta dalla scala e mostrano che Scieri è stato aggredito prima di salire sulla scaletta» dichiara Amoddio. La relazione denuncia i tanti «non ricordo» di chi è stato chiamato a deporre e la cappa di omertà dei vertici, a partire dall’allora comandante, generale Enrico Celentano. Ma viene rimarcato anche il contributo di chi, libero da condizionamenti, ha parlato con chiarezza delle prevaricazioni in uso nella caserma. Una bocciatura ai limiti del dilettantismo per gli investigatori dell’Arma.
«Indagini grossolane e senza coordinamento» è il giudizio della commissione. Un maresciallo repertò tracce del suo stesso sangue: si era ferito salendo sulla scala da cui era caduto Scieri. Non vennero prese impronte di terze persone. La scena del crimine contaminata nel modo più assoluto e il cellulare di Emanuele preso dal marsupio spostandone il corpo. Una follia se si ragiona con i criteri di oggi. Dopo 18 anni la Procura ci riprova a scalfire la coltre di omertà che ha avvolto l’omicidio Scieri.
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