Il Tirreno

Toscana

Sette morti nel capannone ma l’illegalità è aumentata

di Paolo Toccafondi
Sette morti nel capannone ma l’illegalità è aumentata

Sindacati, industriali e artigiani contro la produzione tessile dei cinesi in Toscana: «Alcune aziende chiuse, ma altre ne sono nate: ora sono più delle 4mila iniziali»

7 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Non basta tagliare le unghie alla belva, bisogna colpirla al cuore e alla testa. Sceglie una metafora forte il segretario della Filctem, Massimiliano Brezzo, per descrivere il sistema illegale delle aziende cinesi a Prato che ha provocato una strage e altri due morti (più altre vittime “a latere”) in questi anni. Il 1° dicembre 2013, tre anni fa esatti, all’alba, sette cinesi morirono nell'incendio della Teresa Moda, un capannone-dormitorio di confezioni in via Toscana, e si disse «mai più». Lo disse anche il governatore Enrico Rossi. La Regione assunse 72 ispettori Asl, 50 dei quali dislocati su Prato e partirono controlli a tappeto nelle 4000 aziende cinesi della zona. Poi si arriva ai due morti dell'agosto scorso, bruciati in un'abitazione trasformata in mini-ditta di taglia e cuci. In mezzo e ancora prima c'erano stati altre vittime “sparse” attribuibili comunque al “sistema”. Come gli operai cinesi morti nei capannoni per abuso di ketamina, la droga usata per sostenere i ritmi produttivi. Vennero scaricati sui marciapiedi come gli scarti tessili.

CONTROLLI INUTILI

I controlli non hanno cambiato granché. La metafora della belva compare anche nel protocollo ideato mesi fa da Filctem, il sindacato dei tessili, poi sottoscritto da industriali, artigiani e sindacati. E presentato al prefetto e agli enti preposti alla vigilanza, compresi Inail e Inps. Quel testo offre un'efficace descrizione del sistema di illegalità che si sta mangiando l'economia pratese, ma denuncia pure l'inutilità del Piano per il lavoro sicuro della Regione. I 4.000 controlli nelle aziende cinesi in tre anni al ritmo frenetico di 8 visite al giorno, da settembre 2014 a settembre 2017, hanno solo dato una “limatina” alle unghie della “belva”.

AZIENDE AUMENTATE

Le task force hanno verificato se c'erano dormitori, cucine e bombole del gas, se l'impianto elettrico era a norma. Le aziende hanno pagato multe, si sono messe in regola per questi aspetti, qualcuna è stata chiusa, altre hanno continuato a produrre illegalmente. E il sistema ne è uscito rafforzato: delle 4000 aziende controllate, il 10% è stato chiuso per inadempienze gravi. Eppure le aziende cinesi ora sono 4080, più di quante erano all'inizio dei controlli. Le aziende chiuse sono state rimpiazzate; altre sono nate. E tutte operano con le stesse modalità illegali, con enormi margini di evasione fiscale e contributiva. Ecco il punto su cui insiste il Protocollo: bisognerebbe intervenire sul costo del lavoro in una ventina di aziende che costituisce il cuore della catena produttiva. Colpendo loro si colpiscono a cascata le altre 4000 che da loro dipendono. Per capire questo passaggio bisogna dare uno sguardo a come funziona il sistema del tessile cinese di Prato.

IL SISTEMA

Non ci sono 4000 aziende sciolte, ma c'è un sistema. All'origine ci sono investitori che hanno finanziato l'avviamento delle aziende guidate spesso da giovani imprenditori (25-30 anni). Da dove arrivino i capitali degli investitori è un quesito aperto. Le imprese formano una rete con una serie di rapporti di dipendenza/committenza che ripetono il classico distretto tessile pratese, ma con alcune differenze: 1) questo è un sistema impermeabile. Se un cinese esterno a quel sistema volesse aprire una ditta probabilmente non gli sarebbe consentito; 2) la fase di lavorazione si è concentrata tutta a valle. I pratesi facevano le pezze di tessuto, ai cinesi queste fasi a monte (filatura, tessitura, orditura) non interessano perché le pezze arrivano pronte dalla Cina o altri Paesi extraeuropei.

Nel distretto pratese erano i lanifici a menare la danza, raccoglievano gli ordini sui mercati internazionali e poi mettevano in moto la catena produttiva terzista. Qui si parla di abbigliamento e i registi di tutto sono i pronto moda o le tintorie. La terza differenza è la più sostanziale: si tratta di un sistema fondato sull'illegalità: l'evasione fiscale, l'evasione contributiva, le irregolarità degli spazi e delle assunzioni creano una situazione di concorrenza sleale che provoca alla lunga la chiusura delle aziende regolari.

La testa sono i committenti di alcuni pronto moda. Hanno rapporti con il mercato, ottengono gli ordini (10.000 magliette blu, 20.000 vestiti neri da donna) e mettono in moto il sistema. Il cuore che pompa sangue a tutto il corpo sono le tintorie, le stamperie e le rifinizioni da cui dipendono le 4000 aziende di confezioni che tagliano e cuciono. Queste ultime tutte, singolarmente, sacrificabili per il sistema, perché una vale l'altra, si chiudono e si riaprono in un batter d'occhio.

COME FUNZIONA

Il sistema ha un obiettivo: dare risposte al mercato con la maggior rapidità possibile e a costi bassissimi. Il vantaggio competitivo nasce dalle pezze di tessuto che arrivano a Prato dalla Cina o da altri paesi extraeuropei a costi ridottissimi. La merce non paga l'Iva ma solo i dazi. Sfruttando le possibilità offerte da grandi porti meno rigorosi (Rotterdam, Amburgo, Felixstowe in Inghilterra), talvolta la merce è sottofatturata, senza che nessuno vada a indagare se il dichiarato corrisponde a quello che c'è nei container. Una falsa movimentazione della merce serve poi a far perdere le tracce dell'acquirente finale. Si parte, dunque, con un tessuto pagato molto poco. Sono pezze grezze che saranno poi tinte o stampate secondo le richieste del mercato. Servono vestiti rossi da donna? Le pezze si tingono di rosso e si mandano a tagliare e cucire e poi rifinire e impacchettare.

LE TINTORIE

Chi acquisisce l'ordine deve trasmetterlo alle tintorie. Il resto è lavorazione di routine affidata alle taglia e cuci. Per questo tintorie (in pezza o in capo) e rifinizioni sono quelle che danno valore al prodotto. Sono le uniche aziende che richiedono investimenti di milioni per impianti e macchinari, oltre che una manodopera specializzata, e devono essere collegate agli scarichi industriali. Infatti negli ultimi anni gli imprenditori cinesi hanno rilevato diverse tintorie pratesi che stavano chiudendo. Ai pronto moda, invece, basta un capannone per gli uffici.

I GIRONI DEL LAVORO

Nelle aziende di nobilitazione (tintorie, stamperie, rifinizioni) lavorano da 30 a 80 persone, in genere 4-5 sono italiani usciti da aziende pratesi, il resto sono cinesi e stranieri di altre nazionalità. I contratti sono tutti falsi part-time, le retribuzione tutte conguagliate a nero e differenziate su base etnica, a seconda della mansione svolta e della ricattabilità del lavoratore. Si intravedono tre gironi infernali. Nel 1° girone ci sono i lavoratori specializzati, italiani o extracomunitari con esperienza in ditte pratesi. La busta paga prevede un part-time a 6 ore su 6 giorni (36 ore dichiarate), gli accordi veri sono per 10 ore su sei giorni (60 ore effettive), niente tredicesima, liquidazione misurata sulle 36 ore della busta. Gli italiani arrivano nella migliore delle ipotesi a 1400-1600 euro (conguaglio a nero rispetto alla cifra indicata in busta) per 12 mesi, pari a 4,5-6 euro l'ora.

Il 2° girone è per i cinesi: salario omnicomprensivo di vitto, alloggio e trasporto. Non esistono orari, si lavora fino a che c'è bisogno, sabato e domenica inclusi.

Nel 3° girone, gli altri immigrati: pakistani, bengalesi, africani. Hanno un contratto part-time a 4 ore, in realtà lavorano 14 ore al giorno per 7 giorni (98 ore). Arrivano a fatica ai 1000 euro, pari a 2 euro l'ora. Sono i soggetti più deboli perché “obbligati” a risultare assunti in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno. Vengono pagati in ritardo, ma non potranno permettersi una causa per riscuotere magari a 3-4 mensilità arretrate.

Con questa mole di lavoro sottopagato, di semischiavismo, di evasioni contributive e fiscali, il vantaggio di partenza di queste aziende diventa incolmabile. Per dare un'idea, un addetto che lavora 14 ore costa a una ditta cinese 15.000 euro; se fosse assunto in un'azienda pratese ne costerebbe 70.000. I prodotti di questo sistema saranno in vendita a prezzi inaccessibile per gli altri (magliette a 1 euro, giacche a 5 euro, cappotti a 15) nell’Europa del nord, dell'Est e pure in Italia. Ogni sabato e domenica notte le strade del macrolotto 2 si riempiono di furgoni che arrivano da tutta Europa e pagano, a nero. Tutto questo nel 2017 a Prato, si legge nel protocollo firmato dalle forze economiche pratesi che chiedono una svolta nei controlli al sistema cinese.


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Proteste

Sciopero della scuola e dei trasporti venerdì 16 ottobre: le fasce garantite e i motivi della protesta

di Redazione web