La manifestazione
«Denunciate subito e abbiate coraggio»
di Alessandra Vivoli
Diciotto anni fa le molestie in Comune. «E la mia carriera si è fermata»
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CARRARA. «È una storia di 18 anni fa. E io ricordo tutto come fosse ieri. Come ero vestita, con i jeans sbiaditi, gli stivaletti e la giacca di antilope color miele, morbida, come usava allora. Ricordo il momento in cui nel monitor del mio ufficio apparve la scritta «Ora è possibile spegnere il computer», io che giro gli occhi e vedo il mio molestatore che mi parla, con il membro fra le mani. Io ricordo tutto, anche il difficile percorso della denuncia, dell’isolamento, delle ferite che non si rimarginano più. Alle donne mi sento di dire che non è giusto denunciare dopo vent’anni, bisogna farlo subito. Io ci sono da allora, e la mia carriera da funzionaria comunale, da 35 anni a questa parte, non è mai avanzata, nemmeno uno slittamento orizzontale. Ho denunciato chi mi ha molestato ma anche un clima di vessazione e mobbing che c’era prima e che dopo si è scatenato con ancora più forza. Il risultato: 35 anni di lavoro e, per dirla come Mourinho “zero tituli”».
Cinzia Viola è una bella donna. Ha i capelli biondi, sulle spalle, gli orecchini e la collana di perle, i e gli occhi fieri. «Vengo da una famiglia di partigiani e antifascisti: mia zia Sandra ricamava i fazzoletti della brigata partigiana Garibaldi di Gino Menconi. Fu per quel fazzoletto che mio padre, Luciano detto il “grid”, il grillo perché era giovane e saltava sempre, conobbe mia madre – racconta Cinzia – Mi hanno insegnato la dignità e a tenere la testa alta. Io gli occhi non gli ho mai abbassati, nemmeno nei momenti più duri».
E il racconto di Cinzia è pieno di momenti duri. L’8 novembre scorso la sua vicenda è arrivata in Cassazione, a fine mese dovrebbe arrivare la sentenza: il Comune e il suo molestatore, autista dell’allora sindaco Lucio Segnanini, sono già stati condannati in primo e secondo grado davanti al giudice del lavoro. L’autista aveva avuto anche un decreto penale di condanna, subito dopo i fatti. Cinzia Viola nel corso del nostro colloquio non pronuncerà mai il suo nome.
La sua è una storia lunga, che comincia un giorno di settembre di 18 anni fa. «Ero tornata da tre giorni di ferie, in Corsica e avevo scoperto che la mia scrivania, nell’ufficio tributi dove lavoravo non esisteva più. Era stato tolto tutto, mi avevano trasferito agli espropri. Di mattina ero andata a fare qualche telefonata in una saletta del Comune, per partecipare a un corso a Venezia – racconta – entrò, mentre mi parlava mi mise tre volte la mano sulla coscia. Provai una sensazione di fastidio tanto che raccolsi tutte le mie cose e rientrai in ufficio. Lui mi seguì: ricordo come fosse ora quando mi girai e lo vidi che si stava masturbando».
Dopo questo episodio Cinzia ha dovuto fare i conti con quella che lei chiama un’altra violenza: «Quella della gente, in Comune che sapeva e non ha mai fatto nulla. Quella di chi mi ha isolato, e di chi ha cercato di insabbiare tutto. Ricordo che fecero perfino circolare un foglio che raccoglieva le firme a sostegno del mio molestatore. Ebbero il buon gusto poi di non presentarla – ricorda Cinzia – Il sindaco non volle mai ricevermi, parlai solo con il direttore generale e mi disse che erano già a conoscenza di un altro caso, di una donna che non aveva voluto denunciare. Aprirono un procedimento disciplinare che venne archiviato in tre giorni. Fu allora – prosegue Cinzia – che mi decisi di andare dall’avvocato Alberto Rocca: arrivò il decreto penale di condanna. Non andai oltre, quell’uomo aveva bisogno di essere aiutato, conoscevo sua moglie, era una mia collega. Ma c’erano dei precedenti e mi aspettavo che il Comune facesse qualcosa. Non accadde nulla fino a che sul mio caso si accesero le telecamere della tv». Sì perché Cinzia fu una delle prime donne, in Italia, a fare ricorso alla clinica del lavoro di Milano: da qui la sua vicenda finì a Porta a Porta, nel 2001.
«Poi le acque si mossero, ci fu una commissione interna, un consiglio comunale dove si fece di tutto per far mancare il numero legale – continua Cinzia – Alla fine mi decisi anche a rivolgermi a un avvocato, Claudio Lalli, per un procedimento davanti al giudice del lavoro. Dopo le condanne, in primo e secondo grado del Comune e del molestatore ora siamo in Cassazione». Nel frattempo Cinzia ha vissuto un inferno. «Arrivavo in Comune ed ero isolata dalla cricca dei potenti – spiega – Il mio molestatore venne addirittura promosso, io ero all’angolo ma la testa non l’ho mai abbassata». «Ma non è solo il lavoro, questa vicenda ha pesato sui miei affetti, sulla mia famiglia – ricorda con le lacrime agli occhi – Mio padre è morto il 24 dicembre 2003: una delle ultime cose che mi disse era se il processo era cominciato». «Rifarei tutto, non ho alcun rimpianto – conclude il suo racconto Cinzia – Ho sempre cercato di guardare avanti: e nel luglio del 2011 sono riuscita a laureami in Scienze politiche a indirizzo giuridico amministrativo. Oggi quando sento in tv quelle storie di accuse di molestie, a tanti anni di distanza cambio canale. Perché bisogna avere il coraggio di denunciare subito. Anche se significa poi vivere in trincea».
Cinzia Viola è una bella donna. Ha i capelli biondi, sulle spalle, gli orecchini e la collana di perle, i e gli occhi fieri. «Vengo da una famiglia di partigiani e antifascisti: mia zia Sandra ricamava i fazzoletti della brigata partigiana Garibaldi di Gino Menconi. Fu per quel fazzoletto che mio padre, Luciano detto il “grid”, il grillo perché era giovane e saltava sempre, conobbe mia madre – racconta Cinzia – Mi hanno insegnato la dignità e a tenere la testa alta. Io gli occhi non gli ho mai abbassati, nemmeno nei momenti più duri».
E il racconto di Cinzia è pieno di momenti duri. L’8 novembre scorso la sua vicenda è arrivata in Cassazione, a fine mese dovrebbe arrivare la sentenza: il Comune e il suo molestatore, autista dell’allora sindaco Lucio Segnanini, sono già stati condannati in primo e secondo grado davanti al giudice del lavoro. L’autista aveva avuto anche un decreto penale di condanna, subito dopo i fatti. Cinzia Viola nel corso del nostro colloquio non pronuncerà mai il suo nome.
La sua è una storia lunga, che comincia un giorno di settembre di 18 anni fa. «Ero tornata da tre giorni di ferie, in Corsica e avevo scoperto che la mia scrivania, nell’ufficio tributi dove lavoravo non esisteva più. Era stato tolto tutto, mi avevano trasferito agli espropri. Di mattina ero andata a fare qualche telefonata in una saletta del Comune, per partecipare a un corso a Venezia – racconta – entrò, mentre mi parlava mi mise tre volte la mano sulla coscia. Provai una sensazione di fastidio tanto che raccolsi tutte le mie cose e rientrai in ufficio. Lui mi seguì: ricordo come fosse ora quando mi girai e lo vidi che si stava masturbando».
Dopo questo episodio Cinzia ha dovuto fare i conti con quella che lei chiama un’altra violenza: «Quella della gente, in Comune che sapeva e non ha mai fatto nulla. Quella di chi mi ha isolato, e di chi ha cercato di insabbiare tutto. Ricordo che fecero perfino circolare un foglio che raccoglieva le firme a sostegno del mio molestatore. Ebbero il buon gusto poi di non presentarla – ricorda Cinzia – Il sindaco non volle mai ricevermi, parlai solo con il direttore generale e mi disse che erano già a conoscenza di un altro caso, di una donna che non aveva voluto denunciare. Aprirono un procedimento disciplinare che venne archiviato in tre giorni. Fu allora – prosegue Cinzia – che mi decisi di andare dall’avvocato Alberto Rocca: arrivò il decreto penale di condanna. Non andai oltre, quell’uomo aveva bisogno di essere aiutato, conoscevo sua moglie, era una mia collega. Ma c’erano dei precedenti e mi aspettavo che il Comune facesse qualcosa. Non accadde nulla fino a che sul mio caso si accesero le telecamere della tv». Sì perché Cinzia fu una delle prime donne, in Italia, a fare ricorso alla clinica del lavoro di Milano: da qui la sua vicenda finì a Porta a Porta, nel 2001.
«Poi le acque si mossero, ci fu una commissione interna, un consiglio comunale dove si fece di tutto per far mancare il numero legale – continua Cinzia – Alla fine mi decisi anche a rivolgermi a un avvocato, Claudio Lalli, per un procedimento davanti al giudice del lavoro. Dopo le condanne, in primo e secondo grado del Comune e del molestatore ora siamo in Cassazione». Nel frattempo Cinzia ha vissuto un inferno. «Arrivavo in Comune ed ero isolata dalla cricca dei potenti – spiega – Il mio molestatore venne addirittura promosso, io ero all’angolo ma la testa non l’ho mai abbassata». «Ma non è solo il lavoro, questa vicenda ha pesato sui miei affetti, sulla mia famiglia – ricorda con le lacrime agli occhi – Mio padre è morto il 24 dicembre 2003: una delle ultime cose che mi disse era se il processo era cominciato». «Rifarei tutto, non ho alcun rimpianto – conclude il suo racconto Cinzia – Ho sempre cercato di guardare avanti: e nel luglio del 2011 sono riuscita a laureami in Scienze politiche a indirizzo giuridico amministrativo. Oggi quando sento in tv quelle storie di accuse di molestie, a tanti anni di distanza cambio canale. Perché bisogna avere il coraggio di denunciare subito. Anche se significa poi vivere in trincea».
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