Attenzione
Tari “gonfiata”: come scoprirla e fare ricorso
di Stefano Taglione
Rimborsi possibili per errori degli ultimi 5 anni Liti in Comune e poi in commissione tributaria
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LIVORNO. Per riavere i soldi possono passare anche due anni. A meno che il ministero dell’Economia e delle Finanze – come anticipato ieri al Tirreno dal sottosegretario Pier Paolo Baretta – nel chiarire la questione non decida di entrare a gamba tesa, obbligando i Comuni che hanno sbagliato i calcoli della Tari (come Milano, ma anche buona parte di quelli dell’Elba) a rimborsare subito i cittadini. Che nella peggiore delle ipotesi potrebbero aver pagato centinaia di euro in più all’anno di tassa sui rifiuti.
COME SI CALCOLA LA TARI
Districarsi nei meccanismi della tassa, per capire se si è pagato di più, non è facile. Tuttavia secondo quanto riscontrato dal Tirreno – che ha verificato un centinaio di regolamenti comunali – ad oggi sono almeno cinque le amministrazioni toscane (tutte all’Elba: Portoferraio, Campo nell’Elba, Capoliveri, Marciana Marina e Rio Marina) ad aver “gonfiato” la Tari. Per sapere con certezza se si ha diritto a un risarcimento, bisogna sapere come si calcola l’imposta. Che è composta da una quota “fissa”, frutto della moltiplicazione di un coefficiente deciso dal Comune per il numero dei metri quadri dell’abitazione principale e delle sue pertinenze, come garage, solai, box auto o cantine; tutti al coperto, quindi se avete un giardino non è conteggiato. Alla parte fissa va poi sommata la “variabile”. È una cifra, decisa ogni anno sempre dal Comune, che diventa più pesante al crescere degli abitanti sotto lo stesso tetto, visto che misura in bolletta l’effettiva produzione dei rifiuti. Sommate le due componenti, infine, si aggiunge un tributo provinciale (si chiama Tefa), che non incassano i Comuni, ma le Province: può essere massimo del 5% del totale. Il minimo in Toscana si registra nel Livornese, dove è fermo al 3,5%.
COME SCOPRIRE L’ERRORE
Se c’è un errore, ecco come scoprirlo. Basta verificare dove (e per quante volte) viene sommata la parte “variabile” all’interno delle varie voci della bolletta. Secondo quanto spiega il ministero dell’Economia e delle Finanze, deve essere applicata una sola volta. Per capirlo bisogna leggere la “scheda del contribuente” che ricevete insieme alla cartella della Tari. È un foglio in cui sono riepilogate le varie parti dell’immobile di vostra proprietà e c’è l’abitazione principale con le sue pertinenze. Ed è su queste ultime che dovete fare attenzione: non devono indicare niente accanto alla dicitura “parte variabile”, il cui campo della tabella deve essere vuoto o azzerato. Se riporta un qualche importo, c’è sicuramente un errore. E potete fare ricorso. La “parte variabile”, infatti, deve essere sì conteggiata, ma solo sull’abitazione principale. Una volta sola. Non due, tre o quattro.
IL RICORSO IN COMUNE
Se c’è un errore, quindi, bisogna subito fare ricorso in Comune. Si può inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno, oppure presentarsi in municipio, all’Ufficio protocollo, con una lettera in carta semplice con su scritti i propri dati (a partire dal codice fiscale), il riferimento al ricalcolo «in base all’interrogazione parlamentare 5-10764 del 18 ottobre 2017» e allegando una copia della bolletta della Tari. «Si possono impugnare le cartelle pagate negli ultimi cinque anni – spiega Cesare Cava, commercialista ed esperto tributario di Pisa – ma per farlo può essere sufficiente protocollare solo l’ultima». Il consiglio è quello di annotarvi il numero del documento che vi verrà timbrato, così da saperlo rintracciare davanti a un funzionario se non si riceve più risposta. Il Comune ha 180 giorni per farlo: potrà optare per il rimborso, chiedendovi il codice Iban o la possibilità di scontarvi l’importo nella bolletta successiva, oppure – di solito già nei primi due mesi – vi dirà di no. In quest’ultimo caso – come se non si riceve una risposta entro i 180 giorni – si può procedere, sempre in municipio, con un ricorso contro il “diniego al rimborso”, una richiesta di mediazione.
L’ISTANZA DI MEDIAZIONE
L’istanza di mediazione va presentata entro 60 giorni dalla risposta negativa o dal silenzio del Comune, che diventa tale dopo 180 giorni da quando avete protocollato la lettera. Deve essere intestata alla Commissione tributaria provinciale, ma va ancora presentata al Protocollo del municipio. Dopodiché l’Ufficio tributi, entro 90 giorni, dovrà convocarvi. Se anche dopo questo tentativo non si giungerà a un accordo, non resta altro che fare ricorso alla Commissione, presentandosi di persona o inviando una raccomandata con ricevuta di ritorno.
LA COMMISSIONE TRIBUTARIA
La Commissione tributaria provinciale è l’ultimo atto del “processo”, dopo che magari è già passato un anno. L’appello è gratis: solo per impugnare le cartelle superiori a 3.000 euro, infatti, serve l’assistenza di un professionista. «Spettabile Commissione tributaria – così potrebbe iniziare la lettera – ho ricevuto questo diniego al rimborso cui ritengo di aver diritto per i seguenti motivi, quindi vi chiedo di adottare una sentenza a me favorevole». È questo il testo base – attenendosi ai principi del decreto legislativo 546 del 1992 – col quale ci si può appellare. Alla lettera vanno allegati i propri dati, i ricorsi protocollati in Comune e le cartelle contestate. E forse, dopo che anche l’Ufficio tributi avrà presentato le sue memorie difensive, dopo un anno potrebbe arrivare il tanto atteso verdetto.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
COME SI CALCOLA LA TARI
Districarsi nei meccanismi della tassa, per capire se si è pagato di più, non è facile. Tuttavia secondo quanto riscontrato dal Tirreno – che ha verificato un centinaio di regolamenti comunali – ad oggi sono almeno cinque le amministrazioni toscane (tutte all’Elba: Portoferraio, Campo nell’Elba, Capoliveri, Marciana Marina e Rio Marina) ad aver “gonfiato” la Tari. Per sapere con certezza se si ha diritto a un risarcimento, bisogna sapere come si calcola l’imposta. Che è composta da una quota “fissa”, frutto della moltiplicazione di un coefficiente deciso dal Comune per il numero dei metri quadri dell’abitazione principale e delle sue pertinenze, come garage, solai, box auto o cantine; tutti al coperto, quindi se avete un giardino non è conteggiato. Alla parte fissa va poi sommata la “variabile”. È una cifra, decisa ogni anno sempre dal Comune, che diventa più pesante al crescere degli abitanti sotto lo stesso tetto, visto che misura in bolletta l’effettiva produzione dei rifiuti. Sommate le due componenti, infine, si aggiunge un tributo provinciale (si chiama Tefa), che non incassano i Comuni, ma le Province: può essere massimo del 5% del totale. Il minimo in Toscana si registra nel Livornese, dove è fermo al 3,5%.
COME SCOPRIRE L’ERRORE
Se c’è un errore, ecco come scoprirlo. Basta verificare dove (e per quante volte) viene sommata la parte “variabile” all’interno delle varie voci della bolletta. Secondo quanto spiega il ministero dell’Economia e delle Finanze, deve essere applicata una sola volta. Per capirlo bisogna leggere la “scheda del contribuente” che ricevete insieme alla cartella della Tari. È un foglio in cui sono riepilogate le varie parti dell’immobile di vostra proprietà e c’è l’abitazione principale con le sue pertinenze. Ed è su queste ultime che dovete fare attenzione: non devono indicare niente accanto alla dicitura “parte variabile”, il cui campo della tabella deve essere vuoto o azzerato. Se riporta un qualche importo, c’è sicuramente un errore. E potete fare ricorso. La “parte variabile”, infatti, deve essere sì conteggiata, ma solo sull’abitazione principale. Una volta sola. Non due, tre o quattro.
IL RICORSO IN COMUNE
Se c’è un errore, quindi, bisogna subito fare ricorso in Comune. Si può inviare una raccomandata con ricevuta di ritorno, oppure presentarsi in municipio, all’Ufficio protocollo, con una lettera in carta semplice con su scritti i propri dati (a partire dal codice fiscale), il riferimento al ricalcolo «in base all’interrogazione parlamentare 5-10764 del 18 ottobre 2017» e allegando una copia della bolletta della Tari. «Si possono impugnare le cartelle pagate negli ultimi cinque anni – spiega Cesare Cava, commercialista ed esperto tributario di Pisa – ma per farlo può essere sufficiente protocollare solo l’ultima». Il consiglio è quello di annotarvi il numero del documento che vi verrà timbrato, così da saperlo rintracciare davanti a un funzionario se non si riceve più risposta. Il Comune ha 180 giorni per farlo: potrà optare per il rimborso, chiedendovi il codice Iban o la possibilità di scontarvi l’importo nella bolletta successiva, oppure – di solito già nei primi due mesi – vi dirà di no. In quest’ultimo caso – come se non si riceve una risposta entro i 180 giorni – si può procedere, sempre in municipio, con un ricorso contro il “diniego al rimborso”, una richiesta di mediazione.
L’ISTANZA DI MEDIAZIONE
L’istanza di mediazione va presentata entro 60 giorni dalla risposta negativa o dal silenzio del Comune, che diventa tale dopo 180 giorni da quando avete protocollato la lettera. Deve essere intestata alla Commissione tributaria provinciale, ma va ancora presentata al Protocollo del municipio. Dopodiché l’Ufficio tributi, entro 90 giorni, dovrà convocarvi. Se anche dopo questo tentativo non si giungerà a un accordo, non resta altro che fare ricorso alla Commissione, presentandosi di persona o inviando una raccomandata con ricevuta di ritorno.
LA COMMISSIONE TRIBUTARIA
La Commissione tributaria provinciale è l’ultimo atto del “processo”, dopo che magari è già passato un anno. L’appello è gratis: solo per impugnare le cartelle superiori a 3.000 euro, infatti, serve l’assistenza di un professionista. «Spettabile Commissione tributaria – così potrebbe iniziare la lettera – ho ricevuto questo diniego al rimborso cui ritengo di aver diritto per i seguenti motivi, quindi vi chiedo di adottare una sentenza a me favorevole». È questo il testo base – attenendosi ai principi del decreto legislativo 546 del 1992 – col quale ci si può appellare. Alla lettera vanno allegati i propri dati, i ricorsi protocollati in Comune e le cartelle contestate. E forse, dopo che anche l’Ufficio tributi avrà presentato le sue memorie difensive, dopo un anno potrebbe arrivare il tanto atteso verdetto.
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