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Toscana

Investito e ucciso dal fratello, il grido della vittima: «Aiuto, non mi uccidere»

di Tommaso Silvi
Investito e ucciso dal fratello, il grido della vittima: «Aiuto, non mi uccidere»

L'ultimo disperato tentativo di Piero Casonato per fermare Marco. Neppure gli operai hanno potuto fermare la follia omicida

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MASSA. «Aiuto, aiuto, Marco, ma cosa fai?». Il motore del Fiat Doblò ringhia mentre Piero Casonato è a terra. Vede il fratello alla guida, lo sguardo d’odio, che punta il muso del furgone bianco nella sua direzione. Vuole ucciderlo. Vuole passargli sopra un’altra volta. Ma non ce la fa a rialzarsi. «Aiutatemi ragazzi, Marco aiuto».

Piero Casonato grida nel disperato tentativo di far ragionare il fratello. Gli operai che fino a pochi secondi fa stavano togliendo le erbacce dal giardino di villa Massoni provano a circondare il camioncino. Marco sembra sordo. Ingrana la prima, preme col piede destro sull’acceleratore e parte. Il Doblò sobbalza sul corpo di Piero. Un altro giro.

Le ultime parole pronunciate da Piero Casonato le rivela il suo avvocato, Guido Bernieri, che ieri ha avuto mandato di difendere la compagna della vittima di Villa Massoni, Anna Maria Dentini, 60 anni, medico.

Piero urla almeno tre volte prima di chiedere aiuto. La sua voce risuona nel giardino della villa. Gli operai sono terrorizzati. Hanno visto varie volte litigare i fratelli Casonato, anche un attimo prima che Marco salisse sul Doblò. Ma non potevano aspettarsi un epilogo tanto grave. Il fratello che uccide il fratello.

«Uno dei ragazzi che hanno assistito al delitto mi ha contattato - racconta l’avvocato Bernieri - dicendomi che nella notte tra mercoledì e giovedì non è riuscito a chiudere occhio. Dice che ripensa continuamente a quei momenti drammatici. Marco ha ucciso il fratello investendolo più di una volta, girando attorno al corpo col furgone». Il lamento di Piero non è servito a far cambiare idea a Marco, che subito dopo il delitto è fuggito in auto, si è fermato nella piazzola di un distributore di benzina a qualche centinaio di metri dal centro di Massa, ha chiamato il suo avvocato, Valter Mattarocci, e poi si è costituito.

«Piero per me non era un cliente, ma un amico. Le testimonianze di chi lo ha visto morire - dice ancora Bernieri - sono qualcosa di indescrivibile». Piero sdraiato in mezzo al parco, il fratello che prende la rincorsa una, due, tre volte e lo investe.

L’ultima richiesta di pietà all’uomo che porta il suo stesso cognome, al compagno di tante giornate passate a giocare nell’immenso parco della villa. All’amico, al complice, al confidente. Ma anche al rivale, all’avversario. Poi diventato un nemico che lo ha finito proprio su quei fili d’erba dove tanti anni fa i due fratelli si passavano il pallone con gli amici, o facevano a gara a chi correva più forte. Il nome gridato ad alta voce, a voler dire «Ti conosco, sono tuo fratello, non farlo, Marco». Niente. Tutto inutile.

«Piero merita giustizia, e non c’entra solo il mio lavoro. È un mio dovere morale. Andavamo spesso a cena insieme - insiste l’avvocato Bernieri - e mi esprimeva spesso le sue preoccupazioni riguardo al fratello. Piero anni fa aveva provato a farlo interdire, ma poi perse la causa in appello e fu costretto a pagare anche le spese processuali».E da allora i rapporti, probabilmente non sono più stati gli stessi. Un giorno dopo l’altro sempre peggio. Fino alla tragedia, nel giardino di Villa Massoni. Dove resta sospesa una preghiera, una domanda: «Marco aiutami, ma cosa stai facendo?». ©RIPRODUZIONE RISERVATA



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