Il Tirreno

Toscana

«Non accettiamo ordini» Gli ultrà ignorano il deportato

di Luca Tronchetti
«Non accettiamo ordini» Gli ultrà ignorano il deportato

Vuota la curva durante l’omaggio ad Anna Frank chiesto dalla Figc su tutti i campi La Lucchese: «Meglio, così evitati incidenti e squalifiche». L’amarezza del Comune 

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LUCCA. La curva Ovest è quasi deserta quando Dante Unti, 98 anni, deportato in un campo di prigionia a Stablack nella Prussia Orientale, si dirige al centro del campo del Porta Elisa accompagnato dall’assessore Celestino Marchini e dall’amministratore unico dell’As Lucchese Libertas 1905, Carlo Bini. La Figc, d’intesa con il ministro dello Sport, ha disposto un minuto di riflessione e iniziative su tutti i campi di calcio per condannare gli episodi di antisemitismo per la vicenda degli adesivi di Anna Frank esposti nella curva sud dell’Olimpico dal gruppo ultras «Irriducibili» della Lazio. L’anziano deve raccontare gli orrori del nazismo e della Shoah ai giovani, prima del calcio di inizio del derby toscano fra Lucchese e Carrarese e della lettura di un brano tratto dal diario di Anna Frank. Invece i sostenitori rossoneri di tribuna e gradinata, a causa di un’acustica a dir poco scadente, non riescono ad ascoltare la voce di Unti. Mentre quelli delle curve o non ci sono (i lucchesi) oppure, gli ultras della Carrarese, sono impegnati in cori e slogan contro i rivali rossoneri e ignorano le parole dell’anziano.

L’AMAREZZA

La Lucca sportiva non fa una bella figura. Lo sottolinea l’ex assessore allo sport (oggi ai lavori pubblici) Celestino Marchini: «Un episodio davvero poco edificante. La curva ha perso una grande occasione per ascoltare le parole di un testimone di quel terribile periodo storico. Frequento lo stadio e sono un tifoso della Lucchese da sempre e ho notato anch’io quel vuoto nel settore più caldo del tifo. Sono entrati dopo il mezzo minuto di raccoglimento visto che l’arbitro, a causa dei fischi della curva ospite, ha interrotto prima». Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco di Lucca Alessandro Tambellini: «Purtroppo ognuno ha la propria sensibilità davanti a fatti come questi. E lo si è visto anche domenica sera. Noi abbiamo premiato il signor Unti e ne siamo fieri. Perché condanniamo nella maniera più netta quanto successo a Roma con il caso di Anna Frank e tutti gli episodi di questo tipo».
LUCCHESE TOLLERANTE

Decisamente più tollerante l’amministratore unico del club rossonero, Carlo Bini: «Sulla curva Ovest vuota dico che siamo in un Paese libero e ognuno si deve prendere le proprie responsabilità. Se anche uno solo degli ultras che sono rimasti fuori dallo stadio fosse entrato e avesse fischiato o insultato, la società avrebbe avuto gravi ripercussioni che vanno dall’ammenda, alla chiusura della curva, alla squalifica del campo. Quindi meglio che siano rimasti fuori. Però che la gente che era sugli spalti e che ha sentito le parole del deportato ha applaudito sentitamente. Ribadisco che Lucca è una città civilissima. E ricordo che in altri stadi hanno fischiato l’inno nazionale». Insomma, la Lucchese si assolve perché altri hanno fatto peggio. E forse per coinvolgere la tifoseria sarebbe stato meglio premiare il prigioniero con il gagliardetto firmato dai calciatori alla fine del primo tempo.

NON ACCETTIAMO ORDINI

Dalla curva non parlano. Ma persone vicine alla società e al tifo organizzato sostengono che stavolta l’estremismo di destra e l’antisemitismo non c’entrano. I tempi della tifoseria in mano agli ex Bulldog (formazione di destra estrema) sono ormai lontani e dal 2017 a dirigere i cori in curva ci sono i ragazzi de «La Mia Squadra, la Mia Città», il gruppo attualmente più numeroso (oltre 100) e più moderato che abbraccia ex Panthers Front, Fedayn e Tori Flesciati degli anni ’80 e ’90. Un gruppo che nel giugno 2016 aveva dato l’okay alla tessera del tifoso seguendo la Lucchese in trasferta contrariamente ai duri e puri de «La Meglio Gioventù» ultras decisamente orientati a destra che per tutto lo scorso campionato avevano osteggiato la «schedatura» della tessera. Ma al di là dei ritardi legati all’autorizzazione per l’ingresso di alcuni striscioni, pare che all’origine della decisione di disertare l’omaggio al deportato vi sia una polemica con la Figc per la presunta “strumentalizzazione politica” dell’evento. Simone Menni, il capo del “La mia squadra”, ieri non ha mai risposto a Il Tirreno. Ma i tifosi fanno sapere che le imposizioni dell’autorità rappresentano un limite alla libertà degli ultras e le sanzioni previste per tifosi (Daspo) e società (multe, squalifiche, penalizzazioni) hanno portato all’indifferenza verso il diktat di Figc e Lega tradotta in un boicottaggio dell’evento.(re.lu.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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