Il Tirreno

Toscana

DANTE UNTI, OLTRAGGIATO ALLO STADIO 

«Ho camminato sopra i cadaveri dei miei compagni»

di Barbara Antoni
«Ho camminato sopra i cadaveri dei miei compagni»

LUCCA. La desolazione della curva rossonera lo ha solo sfiorato. Ne ha notato il vuoto, ma «pensavo che fosse una cosa organizzata per dare un segnale, per osservare un rispettoso silenzio», spiega....

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LUCCA. La desolazione della curva rossonera lo ha solo sfiorato. Ne ha notato il vuoto, ma «pensavo che fosse una cosa organizzata per dare un segnale, per osservare un rispettoso silenzio», spiega. Non pensava che quell’assenza fosse in realtà una presa di distanza da ciò che una persona come lui rappresenta. Dante Unti, 98 anni, di Porcari, sei anni della sua gioventù ingoiati dai campi di lavoro e prigionia da cui miracolosamente si salvò, è un uomo che può raccontare le atrocità della guerra perché le ha vissute sulla sua pelle, perché ha conosciuto la crudeltà dei nazisti, ha visto uccidere prigionieri come lui «con un colpo secco di pistola alla nuca perché non erano buoni a svolgere la mansione che era stata loro comandata nel campo di lavoro. O perché di nascosto avevano mangiato una patata cruda».

Immagini e momenti che racconta. E gli fa alzare il tono della voce il pensiero che qualche sciagurato abbia usato l’immagine di Anna Frank in un fotomontaggio con indosso la maglia di una squadra di calcio per farne una figurina con significato di scherno. «Penso che coloro che fanno cose del genere siano persone indegne di girare per le strade - afferma risoluto Unti -. È una vergogna essere tornati a questi punti. E la colpa, in primo luogo, è dei genitori che non trasmettono valori, e poi dei “capi” che non hanno voluto che a scuola si insegnasse la storia vera, quello che hanno sofferto i soldati in guerra, i prigionieri dopo la cattura e le loro famiglie rimaste a casa, in balia dei tedeschi, che quando arrivavano rastrellavano i giovani».

I tifosi che disertano la curva della Lucchese il giorno in cui la società gli tributa un riconoscimento come emblema di una memoria storica da onorare, Dante Unti non li giudica, la sua statura morale lo fa andare oltre: «Ognuno - dice stringendosi nelle spalle - può tenere la sua idea. Ma abbia un contegno».

Unti è oggi come era a 24 anni, quando faceva il sarto e fu richiamato in guerra. «Sono duro, parlo in modo diretto», dice. Più volte, invitato, è andato nelle scuole a raccontare la sua esperienza. «Mi dissero di attenuare i toni, per non urtare nessuno. Così ho smesso di andarci. Io racconto la verità, altrimenti sto zitto».

Cominciò tutto da Dubrovnik, dove si trovò da richiamato. «Il comandante ci disse che i tedeschi avanzavano - racconta -. Potevamo scegliere di consegnarci o di combattere per difenderci. Combattemmo. Furono tre giorni di scontri: c’erano morti ovunque. Mi sono perfino trovato a camminare sui corpi morti dei miei compagni. I tedeschi poi ebbero il sopravvento. Ci misero su un treno e ci portarono a Stablack, campo 1A (oggi Polonia). Appena arrivati, ci fecero spogliare e ci rasarono, poi ci portarono in una stanza per la disinfestazione. Da quel giorno non fui altro che il numero 11.512». Da prigioniero nel campo vicino al confine russo, fu messo a cementificare campi di aviazione, a trivellare terreni, lavorò come sarto, scaricatore di sacchi di sabbia. «Se sbagliavi, ti sferravano calci, ti colpivano con il calcio del fucile. Erano sempre botte. Capitava che chi non facesse bene il suo lavoro venisse ucciso durante il giorno. La sera passava il camion e portava via i corpi. Una mattina ci alzammo e ci dissero che stavano arrivando i russi. Ci fu una battaglia cruenta: molti tedeschi vennero uccisi, altri feriti. Con altri prigionieri fui mandato a Koenigsberg», racconta ancora.

Ci vollero ancora molti mesi prima di riuscire a rivedere la sua famiglia, ma ci riuscì. «Mi sposai quasi subito con Angela: l’avevo lasciata che era piccola, una bambolina, e la ritrovai ragazza». Ritrovò anche la sua passione: il calcio, lo stadio Porta Elisa. «Le prime volte che ci andavo avevo dodici anni. Un vicino mi portava sulla canna della bicicletta a vedere le partite. Non ho mai tifato per una squadra in particolare: ho sempre detto “vinca il migliore”. Oggi essere stato premiato nel “mio” stadio è stato molto bello. Tutto il resto non importa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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