Sicurezza
La passerella di Luciana contro lo sterminio
di STEFANO TAGLIONE
Viareggio intitola il “ponte” pedonale sul molo alla bimba morta nel treno verso Auschwitz
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La fuga da Napoli appare la speranza per un futuro migliore. Un futuro ipotecato dalle bombe degli aerei americani in volo sulla città. All’ombra del Vesuvio il rischio di morire è altissimo: la piccola Luciana – con il babbo viareggino Loris Pacifici e la mamma Elda Procaccia – si trasferisce a Cerasomma, un paesino nel comune di Lucca, dove ancora vive qualche parente. La famiglia cerca un rifugio per sfuggire alle bombe. Ma il rifugio in pochi mesi si trasformerà in una trappola mortale. Soprattutto per una bimba di pochi mesi. Una delle più giovani vittime dei campi di sterminio. Oggi Viareggio ha deciso di ricordarla. E intitola a Luciana Pacifici la passerella sul canale Burlamacca, fra il molo e il mare aperto. I passi sospesi verso l’orizzonte.
FUGA SENZA ABITI
La fuga per la famiglia Pacifici da Napoli è frettolosa. Con pochi indumenti. È estate: fa caldo e pochi vestiti bastano. Comunque, altri non ce ne sono. Dopo le leggi razziali del 1938, in Italia gli Ebrei sono stati privati di tutto. Dei diritti, ma anche degli averi. Luciana è nata il 28 maggio del ’43 e quando babbo e mamma tentano la fuga per la vita è uno scricciolo. «Un bambolotto: era un amore», ricorda Leda Pacifici, zia della piccola e unica sopravvissuta della famiglia che l’ha vista almeno una volta.
LA SPIA
Cerasomma, il paesino del rifugio, in Toscana non è sicuro. È una trappola mortale. Perché qualcuno, forse un vicino di casa, parla. Fa la spia: «Sono ebrei», dirà ai fascisti dopo il 30 novembre del ’43, quando scatta l’ordine di internare i «giudei». Così Luciana e la famiglia vengono costretti prima sul treno per Firenze, poi su un altro per Milano. E da lì – dal binario 21 della stazione Centrale – la bimba, a pochi mesi, intraprende il viaggio della morte verso il campo di sterminio di Auschwitz. Dove Luciana non arriverà mai: morirà di stenti fra il 30 gennaio e il 6 febbraio del ’44, su una delle carrozze piene di spifferi e di persone condannate a morte o ai lavori forzati nella Germania nazista.
LA PICCOLA VITTIMA
Così Luciana diventa la più piccola vittima della Shoah di Napoli e Viareggio. A nulla servono i tentativi dei parenti di salvarla. I familiari mettono da parte tutto pur di dar qualcosa agli uomini della Repubblica sociale per salvare la sua vita. Ma Luciana muore. Vittima del nazifascismo come un’altra bambina: Maria Franca Gamba. Di lei – morta nell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, il 14 agosto 1944 – rimane una bambola insanguinata e l’impronta dello scarpone di un soldato tedesco.
LUCIANA E VIAREGGIO
Di Luciana non c’è una bambola. Non c’é neppure il corpo. E allora per ricordarla, il Comune di Viareggio, entro il 27 gennario - giorno mondiale della Memoria - le intitolerà la passerella sul canale Burlamacca fra la Darsena e la Passeggiata. A Napoli una via porta già il suo nome. Prima si chiamava via Gaetano Azzariti, presidente della Commissione sulla razza durante il Regime fascista. Azzariti ha, poi, collaborato con Palmiro Togliatti e un toscano – l’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi – lo ha perfino nominato giudice costituzionale. Di cui nel 1957 diventa presidente. Luciana Pacifici, però, lo scalza ugualmente: si appropria della strada che gli era stata intitolata.
LA MEMORIA NON SI CANCELLA
In Toscana è grazie a due volontari dell’Istituto Storico della Resistenza di Lucca che la storia di Luciana non resta sepolta: la responsabile dell’archivio, la professoressa Silvia Angelini, e lo storico Roberto Pizzi. Ma un contributo fondamentale arriva anche da Napoli: è quello del giornalista Nico Pirozzi, che ha ricostruito tutta la storia della famiglia Procaccia. È il cognome della mamma di Luciana; sopravvissuta ad Auschwitz, è morta nel campo di sterminio di Bergen-Belsen, a cinque giorni dall’arrivo degli americani. Lo stesso dove ha perso la vita Anna Frank. «Questa famiglia – racconta Pirozzi – si è spostata dove pensava di avere più chance di vivere, vicino all’affetto dei cari. A Napoli sarebbero sopravvissuti? Difficile dirlo: in quel momento tutti stavano scappando nelle campagne verso Avellino e il Beneventano, ma loro non avevano parenti. Hanno fatto il percorso opposto di molti italiani: da Sud a Nord, verso la Linea Gotica». Loris, che era di Viareggio, abitava a Napoli perché aveva sposato la moglie Elda. Gli storici ipotizzano un matrimonio combinato, non una novità per l’epoca: il suocero era il custode della sinagoga di Napoli. Entrambe le famiglie erano di religione ebraica.
I DEPORTATI LUCCHESI
La famiglia Pacifici purtroppo non è stata la sola a subire la deportazione in Lucchesia. Sono stati 110 gli ebrei mandati ai campi di sterminio da tutta la provincia. «La maggior parte stranieri – spiega Silvia Angelini –: austriaci, tedeschi, ma anche persone dell’Europa dell’est venivano in Italia perché era vista come un porto per scappare verso l’America o il Medio Oriente. Poi, chiusi i confini, sono rimasti imprigionati nel nostro Paese». E arrestati dopo essere stati scoperti. Fra la Garfagnana e la Mediavalle ne sono arrivati tanti: a Castelnuovo e Bagni di Lucca. Internati a Ferramonti di Tarsia – in provincia di Cosenza – sono stati spostati in “soggiorno obbligato” anche in Lucchesia. Lontano dalle ferrovie e dal mare, per evitare che scappassero. Alcuni avevano pure l’obbligo di firma. Il loro destino? Il treno per Auschwitz, come la famiglia Pacifici e i loro parenti.
L’ULTIMO TENTATIVO
La stessa sorte che ha subìto lo zio di Luciana, Sergio Oreste Molco. Lui, in verità, quando arrivarono i fascisti non era in casa. Si è salvato. Ma per poco: il suo altruismo lo ha portato a tentare di salvare molti altri ebrei, come Luciana e la sua famiglia. Mettendo da parte quanti più soldi possibile. Ma non ci si poteva fidare di nessuno: tantomeno dei repubblichini. Molco, purtroppo, è stato arrestato mentre andava proprio a Cerasomma. Finendo in un campo di sterminio. Nella sede della Croce Verde di Viareggio una targa lo ricorda insieme a Loris Pacifici. Entrambi erano iscritti all’associazione. A Luciana, invece, oltre alla via di Napoli è intitolata la piccola biblioteca di Cerasomma. E a gennaio si aggiungerà la passerella di Viareggio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
FUGA SENZA ABITI
La fuga per la famiglia Pacifici da Napoli è frettolosa. Con pochi indumenti. È estate: fa caldo e pochi vestiti bastano. Comunque, altri non ce ne sono. Dopo le leggi razziali del 1938, in Italia gli Ebrei sono stati privati di tutto. Dei diritti, ma anche degli averi. Luciana è nata il 28 maggio del ’43 e quando babbo e mamma tentano la fuga per la vita è uno scricciolo. «Un bambolotto: era un amore», ricorda Leda Pacifici, zia della piccola e unica sopravvissuta della famiglia che l’ha vista almeno una volta.
LA SPIA
Cerasomma, il paesino del rifugio, in Toscana non è sicuro. È una trappola mortale. Perché qualcuno, forse un vicino di casa, parla. Fa la spia: «Sono ebrei», dirà ai fascisti dopo il 30 novembre del ’43, quando scatta l’ordine di internare i «giudei». Così Luciana e la famiglia vengono costretti prima sul treno per Firenze, poi su un altro per Milano. E da lì – dal binario 21 della stazione Centrale – la bimba, a pochi mesi, intraprende il viaggio della morte verso il campo di sterminio di Auschwitz. Dove Luciana non arriverà mai: morirà di stenti fra il 30 gennaio e il 6 febbraio del ’44, su una delle carrozze piene di spifferi e di persone condannate a morte o ai lavori forzati nella Germania nazista.
LA PICCOLA VITTIMA
Così Luciana diventa la più piccola vittima della Shoah di Napoli e Viareggio. A nulla servono i tentativi dei parenti di salvarla. I familiari mettono da parte tutto pur di dar qualcosa agli uomini della Repubblica sociale per salvare la sua vita. Ma Luciana muore. Vittima del nazifascismo come un’altra bambina: Maria Franca Gamba. Di lei – morta nell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, il 14 agosto 1944 – rimane una bambola insanguinata e l’impronta dello scarpone di un soldato tedesco.
LUCIANA E VIAREGGIO
Di Luciana non c’è una bambola. Non c’é neppure il corpo. E allora per ricordarla, il Comune di Viareggio, entro il 27 gennario - giorno mondiale della Memoria - le intitolerà la passerella sul canale Burlamacca fra la Darsena e la Passeggiata. A Napoli una via porta già il suo nome. Prima si chiamava via Gaetano Azzariti, presidente della Commissione sulla razza durante il Regime fascista. Azzariti ha, poi, collaborato con Palmiro Togliatti e un toscano – l’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi – lo ha perfino nominato giudice costituzionale. Di cui nel 1957 diventa presidente. Luciana Pacifici, però, lo scalza ugualmente: si appropria della strada che gli era stata intitolata.
LA MEMORIA NON SI CANCELLA
In Toscana è grazie a due volontari dell’Istituto Storico della Resistenza di Lucca che la storia di Luciana non resta sepolta: la responsabile dell’archivio, la professoressa Silvia Angelini, e lo storico Roberto Pizzi. Ma un contributo fondamentale arriva anche da Napoli: è quello del giornalista Nico Pirozzi, che ha ricostruito tutta la storia della famiglia Procaccia. È il cognome della mamma di Luciana; sopravvissuta ad Auschwitz, è morta nel campo di sterminio di Bergen-Belsen, a cinque giorni dall’arrivo degli americani. Lo stesso dove ha perso la vita Anna Frank. «Questa famiglia – racconta Pirozzi – si è spostata dove pensava di avere più chance di vivere, vicino all’affetto dei cari. A Napoli sarebbero sopravvissuti? Difficile dirlo: in quel momento tutti stavano scappando nelle campagne verso Avellino e il Beneventano, ma loro non avevano parenti. Hanno fatto il percorso opposto di molti italiani: da Sud a Nord, verso la Linea Gotica». Loris, che era di Viareggio, abitava a Napoli perché aveva sposato la moglie Elda. Gli storici ipotizzano un matrimonio combinato, non una novità per l’epoca: il suocero era il custode della sinagoga di Napoli. Entrambe le famiglie erano di religione ebraica.
I DEPORTATI LUCCHESI
La famiglia Pacifici purtroppo non è stata la sola a subire la deportazione in Lucchesia. Sono stati 110 gli ebrei mandati ai campi di sterminio da tutta la provincia. «La maggior parte stranieri – spiega Silvia Angelini –: austriaci, tedeschi, ma anche persone dell’Europa dell’est venivano in Italia perché era vista come un porto per scappare verso l’America o il Medio Oriente. Poi, chiusi i confini, sono rimasti imprigionati nel nostro Paese». E arrestati dopo essere stati scoperti. Fra la Garfagnana e la Mediavalle ne sono arrivati tanti: a Castelnuovo e Bagni di Lucca. Internati a Ferramonti di Tarsia – in provincia di Cosenza – sono stati spostati in “soggiorno obbligato” anche in Lucchesia. Lontano dalle ferrovie e dal mare, per evitare che scappassero. Alcuni avevano pure l’obbligo di firma. Il loro destino? Il treno per Auschwitz, come la famiglia Pacifici e i loro parenti.
L’ULTIMO TENTATIVO
La stessa sorte che ha subìto lo zio di Luciana, Sergio Oreste Molco. Lui, in verità, quando arrivarono i fascisti non era in casa. Si è salvato. Ma per poco: il suo altruismo lo ha portato a tentare di salvare molti altri ebrei, come Luciana e la sua famiglia. Mettendo da parte quanti più soldi possibile. Ma non ci si poteva fidare di nessuno: tantomeno dei repubblichini. Molco, purtroppo, è stato arrestato mentre andava proprio a Cerasomma. Finendo in un campo di sterminio. Nella sede della Croce Verde di Viareggio una targa lo ricorda insieme a Loris Pacifici. Entrambi erano iscritti all’associazione. A Luciana, invece, oltre alla via di Napoli è intitolata la piccola biblioteca di Cerasomma. E a gennaio si aggiungerà la passerella di Viareggio.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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