Sicurezza
Cosche, poliziotta nei guai
Firenze: avrebbe passato notizie riservate al marito, arrestato per ’ndrangheta
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FIRENZE. Una poliziotta della questura di Firenze è rimasta invischiata nell'inchiesta sulla ’ndrangheta delle Dda di Reggio Calabria, che ieri ha portato all'arresto di sette persone tra cui un esponente di vertice della cosca Piromalli, Gioacchino Piromalli, un legale e alcuni imprenditori. Tra questi Giuseppe Pisano, attuale marito della donna, in servizio col grado di ispettore presso l'ufficio minori di Firenze. Ieri mattina all'alba gli agenti hanno perquisito la loro abitazione nel comune di Fiesole. Pisano, che si trovava a casa, è finito in manette a seguito di un fermo di indiziato di delitto. I reati contestati alla donna, indagata nell'inchiesta, sono quelli di rivelazione di segreto d'ufficio e indebito accesso alla banca dati interforze. In svariate occasioni l'ispettrice avrebbe fornito al marito informazioni riservati e coperte da segreto. I fatti che le sono contestati dall'accusa si riferiscono agli anni 2012 e 2013, periodo in cui non lavorava a Firenze, ma alla sezione di polizia giudiziaria della procura della Repubblica del tribunale di Palmi. In alcuni casi, abusando dei poteri derivanti dalla sua funzione, avrebbe usato le sue password di accesso alla banca dati delle forze di polizia per ricavare informazioni sulla posizione giudiziaria di Giuseppe Pisano, all'epoca sua convivente, del fratello di quest'ultimo anche lui finito in manette ieri, e di altri indagati. Altre notizie dello stesso tipo le avrebbe ricavate da una collega in servizio al commissariato di Gioia Tauro. La donna e Pisano si sono spostati successivamente ai fatti oggetto delle indagini, dopo il suo trasferimento alla questura di Firenze nel 2014. Di venire in Toscana lo aveva chiesto lei stessa proprio per poter seguire l'uomo della sua vita, che aveva deciso di venire a Firenze dopo essere stato vittima di un agguato ’ndranghetista. Nel dicembre del 2013, quando non erano ancora emersi i suoi legami con la criminalità organizzata, l'imprenditore fu vittima di un agguato nel quale furono esplosi venti colpi di kalashnikov. Scampò alla morte, ma rimase ferito in modo serio all'inguine e alle gambe. Dopo il ricovero in ospedale decise di andarsene, per far calmare le acque e per essere più vicino al posto dove aveva deciso di fare la riabilitazione, un centro di Bologna. Lui all'epoca per l'opinione pubblica era una vittima della ’ndrangheta. Lei lo seguì, restandogli accanto fino a ieri, quando lui è stato portato via dagli agenti della sezione criminalità organizzata della squadra mobile. L'ispettrice ieri non era alla sua scrivania in questura, dove d'altronde manca da molto poiché assente per malattia. Per l'accusa suo marito è un imprenditore organico alla cosca Piromalli. L'inchiesta culminata negli arresti di ieri, denominata Metauros, ha fatto emergere il forte interesse della 'ndrangheta nel business dei rifiuti, accertando come la costruzione e la gestione dell'unico termovalorizzatore della Calabria, situato a Gioia Tauro, risentiva del continuo condizionamento del blocco mafioso facente capo al clan Piromalli.
Matteo Leoni
Matteo Leoni
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