Il Tirreno

Toscana

Migranti-braccianti, arrestati i caporali

di Cristiano Pellegrini
Migranti-braccianti, arrestati i caporali

Tre finiscono in carcere per sfruttamento: migliaia di lavoratori e un fatturato milionario tra la Maremma e il Senese

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SIENA. Il metodo era sempre lo stesso. Reclutavano cittadini stranieri che avevano ottenuto l’asilo politico o il permesso di soggiorno per studio e per lavoro. E poi, facendoli lavorare in campagna anche tredici ore al giorno, li sottopagavano con un salario che non arrivava nella maggior parte dei casi a 6,5 euro all’ora. Tutti al lavoro anche di domenica e poco importava se in busta paga le ore segnate erano di meno. Il compenso lo decideva il datore di lavoro distinguendo addirittura tra lavoratori curdi e africani. Ai primi, connazionali dei titolari, andava qualche centesimo in più; ai secondi spettava la paga di miserabili tra i miserabili.

Sono stati arrestati dai carabinieri di Poggibonsi (Siena) due fratelli, Fehrat Bor di 34 e Mohamed di 42; e Mahmut Baylas, il caposquadra di 28 anni, tutti di origine turca, con l’accusa di “caporalato” e sfruttamento del lavoro. I tre, di etnia curda, titolari di un’azienda contoterzista per servizi in agricoltura di Castel del Piano (Grosseto) avevano creato un piccolo impero arrivando, nel solo 2016, a impiegare 1.345 persone per un totale di 96mila giornate di lavoro e un fatturato di 5,8 milioni di euro annui. Tanto che avevano addirittura acquistato una società proprietaria di una struttura ricettiva, sempre nel Grossetano.

L’indagine è partita da un esposto presentato a febbraio da un cittadino di Radda in Chianti, che aveva segnalato le precarie condizioni di alloggio – fino a nove persone in una stanza – in cui versavano alcuni stranieri, sistemati in appartamenti fatiscenti. I lavoratori identificati nel corso delle indagini sono stati oltre 40. Quasi tutti i dipendenti hanno dichiarato di ricevere una remunerazione pari a 6,5 euro l’ora, ben al di sotto di quanto previsto dal contratto nazionale degli operai agricoli, che prevede un compenso pari a 9,78 euro l’ora.

In busta paga, inoltre, sarebbero state pagate un numero inferiore di ore rispetto a quelle realmente lavorate (fino a 13 ore al giorno). Secondo la versione di tutti i lavoratori ascoltati, inoltre, la ditta non corrispondeva loro le maggiorazioni previste dal contratto per il lavoro straordinario e festivo, né il trattamento di fine rapporto alla scadenza dei contratti, tutti stipulati a tempo determinato.

Nel corso delle indagini solo per i 40 lavoratori ascoltati è emersa un’evasione da parte della società di 70mila euro di retribuzione e 30mila euro di contribuzione. Sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti ci sarebbe anche la posizione di numerosissime aziende che, nelle province di Siena e Grosseto, hanno usufruito dei servi offerti dalla società. Secondo quanto emerso dalle indagini il risparmio di una lavorazione su una potatura secca di un vigneto si aggirava intorno agli 0,14 euro a vite, mentre su una lavorazione di passaggio di fili – per la quale il tariffario prevede un costo di 3.400 euro a ettaro – il prezzo proposto dalla società era di 2.900 euro a ettaro con un risparmio di 500 euro.

Di situazione in trasformazione parla la Cgil secondo cui «si sta passando da forme di caporalato puro ad altre più spurie, tanto che a volte queste indagini faticano ad arrivare all’obiettivo». Le associazioni di categoria invitano a non generalizzare. «I fenomeni di caporalato e di sfruttamento – dice Roberto Bartolini direttore di Confederazione italiana agricoltori, Siena – devono essere stroncati. Va rafforzato il contrasto ai fenomeni criminosi che cercano di insinuarsi nel comparto agroalimentare toscano. Ma vanno evitati anche i facili accostamenti tra agricoltura e sfruttamento del lavoro». Infine, il presidente della Regione Enrico Rossi annuncia: «Sospenderemo tutti i contributi alle aziende che consapevolmente si sono servite di intermediazione illecita e lavoro nero».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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