Attenzione
Chi ha paura di quelle come Virginia Woolf?
Nel lavoro come nell'arte, nella musica come nel cinema e nella letteratura, gli spazi delle donne sono ancora ridotti rispetto a quelli maschili. Siamo ancora indietro nel valorizzare il talento femminile
Virginia Woolf nel 1929 scrisse il saggio “Una stanza tutta per sé”. Lì rivendica la necessità di disporre, per la scrittura, di «some money and a room of one’s own» (denaro e una stanza propria). Perché i soldi e lo spazio le donne creative non li avevano. Chi ha paura di Virginia Woolf? Chi teme il talento di una donna?
Anni fa, quando la musica si registrava ancora sui nastri, selezionai una compilation pop di soliste: Tracy Chapman, Suzanne Vega, Sinead O’ Connor, K.D. Lang e altre. Brave e scarse. Eterne e meteore. Mi piaceva, quella selezione, ma la ascoltai solo per una settimana perché mi faceva sentire in colpa. Me la presi con me stesso perché _ magari con innocue intenzioni _ avevo chiuso in un recinto le artiste di un sesso solo, senza un filo conduttore di merito, senza una sintonia nei suoni o nei messaggi, e la cosa non funzionava. Era un’operazione sessista, anche se questo aggettivo ancora non lo conoscevo. Oggi continuo ad ascoltare musica scritta, prodotta, suonata e cantata da donne, ma non la schedo: è lì, dentro le mie giornate, mescolata al resto. Ho fatto un piccolo passo avanti dopo un errore culturale ma non posso ignorare che siamo ancora indietro: meno musiciste, meno scrittrici, meno scultrici, persino meno chef. L’Istat ci spiega che chi scrive un libro in Italia è per il 30% una donna; ma i premi vanno agli uomini. Nell’arte le donne stanno rimontando; ma è una risalita lenta e sofferta. Secondo un saggio di Linda Nochlin le firme femminili, nelle collezioni e nei musei, non raggiungono il 5%. Nella scena culturale anglosassone le artiste figurative presidiano il 51% del totale, ma solo il 28% delle mostre è dedicata a donne. Prendiamo Londra, la cosmopolita e aperta Londra: dei 3.163 artisti nelle 131 gallerie, solo il 31% è donna.
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Anche le miliardarie sono discriminate: il mondo fa la fila per vedere i film con Meryl Streep ma le attrici di Hollywood sono mediamente meno retribuite dei loro colleghi e a chi dovesse osare rispondere che questo accade perché i maschi hanno più parti da protagonisti, sarebbe semplice replicare: e perché mai è così? Perché si producono più storie con al centro gli uomini? Lo conosciamo tutti, il perché. È un perché sbagliato. E anche se gli sbagli fossero inconsapevoli, come per la mia musicassetta o l’annuncio di lavoro della società fiorentina, il primo passo è ammetterli.
«Do we need to be naked to get inside the museum?» («Dobbiamo essere nude per entrare nel museo?»). Le Guerrilla Girls, un collettivo di artiste radicali, lanciò questo slogan provocatorio. Le uniche donne nei musei erano nude, nei quadri e di marmo. Era New York, era il 1989, cadeva il Muro di Berlino: ma, trent’anni dopo, altri muri restano eretti. Per quanto grottesco appaia, c’è ancora una «mano maschile» da cercare.
Chissà come avrebbe risposto Artemisia Gentileschi all’annuncio di lavoro di Firenze, lei, guerriera dell’intelletto, maestra di una pittura sentimentale, erotica, drammatica e fantastica. Fu stuprata dal suo “insegnante di prospettiva” Agostino Tassi nel 1612. Tassi, condannato blandamente, la pena non la scontò mai. La pittrice fu costretta a confermare l'accusa in un interrogatorio sotto tortura. Per cercare la «verità» le schiacciarono i pollici con corde e randelli. Lei con quelle dita lavorava, per fare capolavori. Ecco, quella di Artemisia, capace di perfezione eppure sottoposta a un supplizio, era una mano femminile.
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