Sicurezza
Parcometri senza Pos la multa é illegittima
di Stefano Taglione
Decisione del giudice di pace di Firenze ma i ricorsi sono un terno al lotto i Comuni possono accampare l’impossibilità tecnica di adeguare gli apparecchi
4 MINUTI DI LETTURA
Se avete preso una multa in un parcheggio a pagamento e la macchinetta non accetta le carte di credito, potreste avere una piccola possibilità di vincere il ricorso davanti al giudice di pace. In Toscana – per la precisione a Firenze – c’è stata una prima sentenza. Risale ad aprile: dà ragione a un cittadino anziché al Comune. E non è la prima in Italia, visto che anche a Fondi (in provincia di Latina) a marzo era successa la stessa cosa. Sia chiaro: lasciare l’auto sulle strisce blu non è gratis e ha un prezzo da pagare. Ma grazie a una legge, dai Comuni spesso disattesa o aggirata, ecco che spunta l’appiglio. Riguarda i Pos – i dispositivi che consentono di leggere le carte di credito – obbligatori dal primo luglio del 2016 per effetto della Legge di stabilità, ma in diversi casi mai installati nei parcometri. In poche parole un perfetto assist per i “furbetti” della sosta selvaggia.
LE INSIDIE DEL RICORSO. La via del ricorso resta comunque in salita. Due i motivi principali: il contributo unificato di 43 euro da versare prima dell’appello al giudice di pace e il rischio – se si sceglie il ricorso al prefetto – di vedersi raddoppiata la multa. Il giudice di pace, per altro, anche se dovesse dare ragione all’automobilista e torto al Comune potrebbe decidere di non condannare l’amministrazione al rimborso della tassa, con la sanzione risparmiata vanificata dalla spesa sostenuta per fare appello. Poi c’è l’incertezza: non è detto che tutti decidano come il collega fiorentino. La legge – che prevede una deroga in caso di installazioni tecnicamente impossibili – si presta a svariate interpretazioni. Cosa significa la frase «tale obbligo non trova applicazione nei casi di oggettiva impossibilità tecnica» riportata in un comma cui fa riferimento la Legge di stabilità? Tutto e niente. È il giudice di pace che dovrà stabilirlo ogni volta.
COSTI DI ADEGUAMENTO ALTI.
Ma come mai i Comuni non si adeguano? Spesso – è il caso di Grosseto – «il gioco non vale la candela», sostiene Alberto Paolini, direttore di Sistema, la società pubblica che si occupa della gestione dei parcheggi. Così – non essendo previste sanzioni per gli inadempienti – se non conviene nessuno lo fa. E i dati sembrano sposare la sua tesi, visto che a Pisa – dove i Pos ci sono in tre macchinette su quattro – ben il 93% dei pagamenti viene fatto con le vecchie e care monetine. Loris Targa è l’amministratore delegato di Abaco, una delle più importanti aziende private che offrono servizi di riscossione e di gestione dei parcheggi agli enti locali. «In caso di contratti stipulati da tempo – spiega Targa – il Comune per adeguarsi può decidere di aspettare la scadenza. Forse è anche per questo che molti enti tardano ad applicare la legge». In ogni caso Abaco, laddove il Comune abbia chiesto di installare i dispositivi, si è subito mossa. «Nelle nuove gare – conclude l’amministratore delegato – i Pos sono previsti dal capitolato d’appalto». Adeguare un vecchio parcometro può costare da 2mila ai 3mila euro. Un investimento per il futuro, visto che ad oggi pochissimi utilizzano la moneta elettronica.
L’APP PER AGGIRARE. Diversi Comuni hanno deciso di aggirare l’ostacolo del Pos con un’app. Succede a Livorno, ma anche a Massa. È un programma per smartphone, spesso fornito dagli stessi gestori dei parcometri, che consente agli automobilisti di pagare la sosta con le carte di credito. Anche in questo caso si entra nel campo di interpretazione della legge. Con Anci – l’Associazione nazionale Comuni italiani – che sposa questa tesi e rilancia, aggiungendo che il ministero dell’Economia e delle Finanze ha dimenticato di emanare un decreto attuativo che invalida l’intera norma.
«Nelle città dove esistono i pagamenti con sistemi che utilizzano i cellulari – si legge in una nota pubblicata lo scorso 18 maggio – si ritiene assolto l’obbligo di legge, pur in assenza di lettori fisici di carte di debito e credito, in quanto le carte virtuali sottostanti alla modalità di pagamento “mobile payment” devono considerarsi coerenti con la finalità e gli obiettivi della norma». Insomma, tutto è lasciato alla libera interpretazione. Spazi per il ricorso ci sono, rischi che non vada a buon fine anche. Ciò che manca – obiettano gli esperti – è una legge chiara e inoppugnabile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
LE INSIDIE DEL RICORSO. La via del ricorso resta comunque in salita. Due i motivi principali: il contributo unificato di 43 euro da versare prima dell’appello al giudice di pace e il rischio – se si sceglie il ricorso al prefetto – di vedersi raddoppiata la multa. Il giudice di pace, per altro, anche se dovesse dare ragione all’automobilista e torto al Comune potrebbe decidere di non condannare l’amministrazione al rimborso della tassa, con la sanzione risparmiata vanificata dalla spesa sostenuta per fare appello. Poi c’è l’incertezza: non è detto che tutti decidano come il collega fiorentino. La legge – che prevede una deroga in caso di installazioni tecnicamente impossibili – si presta a svariate interpretazioni. Cosa significa la frase «tale obbligo non trova applicazione nei casi di oggettiva impossibilità tecnica» riportata in un comma cui fa riferimento la Legge di stabilità? Tutto e niente. È il giudice di pace che dovrà stabilirlo ogni volta.
COSTI DI ADEGUAMENTO ALTI.
Ma come mai i Comuni non si adeguano? Spesso – è il caso di Grosseto – «il gioco non vale la candela», sostiene Alberto Paolini, direttore di Sistema, la società pubblica che si occupa della gestione dei parcheggi. Così – non essendo previste sanzioni per gli inadempienti – se non conviene nessuno lo fa. E i dati sembrano sposare la sua tesi, visto che a Pisa – dove i Pos ci sono in tre macchinette su quattro – ben il 93% dei pagamenti viene fatto con le vecchie e care monetine. Loris Targa è l’amministratore delegato di Abaco, una delle più importanti aziende private che offrono servizi di riscossione e di gestione dei parcheggi agli enti locali. «In caso di contratti stipulati da tempo – spiega Targa – il Comune per adeguarsi può decidere di aspettare la scadenza. Forse è anche per questo che molti enti tardano ad applicare la legge». In ogni caso Abaco, laddove il Comune abbia chiesto di installare i dispositivi, si è subito mossa. «Nelle nuove gare – conclude l’amministratore delegato – i Pos sono previsti dal capitolato d’appalto». Adeguare un vecchio parcometro può costare da 2mila ai 3mila euro. Un investimento per il futuro, visto che ad oggi pochissimi utilizzano la moneta elettronica.
L’APP PER AGGIRARE. Diversi Comuni hanno deciso di aggirare l’ostacolo del Pos con un’app. Succede a Livorno, ma anche a Massa. È un programma per smartphone, spesso fornito dagli stessi gestori dei parcometri, che consente agli automobilisti di pagare la sosta con le carte di credito. Anche in questo caso si entra nel campo di interpretazione della legge. Con Anci – l’Associazione nazionale Comuni italiani – che sposa questa tesi e rilancia, aggiungendo che il ministero dell’Economia e delle Finanze ha dimenticato di emanare un decreto attuativo che invalida l’intera norma.
«Nelle città dove esistono i pagamenti con sistemi che utilizzano i cellulari – si legge in una nota pubblicata lo scorso 18 maggio – si ritiene assolto l’obbligo di legge, pur in assenza di lettori fisici di carte di debito e credito, in quanto le carte virtuali sottostanti alla modalità di pagamento “mobile payment” devono considerarsi coerenti con la finalità e gli obiettivi della norma». Insomma, tutto è lasciato alla libera interpretazione. Spazi per il ricorso ci sono, rischi che non vada a buon fine anche. Ciò che manca – obiettano gli esperti – è una legge chiara e inoppugnabile.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google