Il Tirreno

Toscana

L'ANALISI

Sfrattati, un’emergenza rimossa

di EVA GIOVANNINI
Sfrattati, un’emergenza rimossa

La casa è un diritto, la soluzione un dovere: ce lo ricordano le occupazioni di Livorno

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Eva Giovannini, 36 anni, è giornalista Rai e scrittrice. Livornese, abita e lavora a Roma ma appena può torna nella sua città. Ha scritto sull’emergenza sfratti e sul fenomeno delle occupazioni, particolarmente evidente a Livorno ma che interessa tutte le città.

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SE C'È UN AMBITO nel quale l'espressione “aiutiamoli a casa loro” ha un senso, forse è proprio quello della “casa”, letteralmente. Già, ma quale casa, e per chi? A Livorno l'emergenza abitativa ha raggiunto un livello di gravità inaccettabile: una media di 40 sfratti al mese, 15 edifici occupati, 200 famiglie occupanti e oltre 500 persone in lista di attesa per un alloggio popolare (fonte sindacato Asia Usb). Nel frattempo, c'è una donna, Marcella Ribechini, che lotta tra la vita e la morte per le ustioni causate da un incendio scoppiato nella sua abitazione, che in realtà era un vecchio ufficio occupato nella torre della Cigna, privo delle più elementari misure di sicurezza.

Negli stessi giorni in cui le fiamme avvolgevano il corpo di Marcella, a 1.000 km da Livorno, Ada Colau – la sindaca di Barcellona – prendeva carta e penna e stilava una lista di 100 appartamenti vuoti di proprietà di banche e di istituti finanziari da inviare alla Generalitat (il governo autonomo della Catalogna) affinché venissero censiti ed eventualmente messi a disposizione della popolazione con affitti a prezzi calmierati. Il governo catalano, inoltre, in seguito alla morte di un'anziana signora - deceduta per il freddo dopo che le era stato staccato il gas - ha varato la “legge per la povertà energetica”, che vieta di interrompere i servizi essenziali a coloro che risultano morosi incolpevoli.

Sia chiaro, penso che nessun sindaco abbia la bacchetta magica e credo che in Italia ci sia un problema strutturale di scarsità di alloggi popolari, figlio di una mancata gestione collettiva del problema. Sono consapevole, inoltre, che il tema è tra i più delicati e non mi sfiora neanche il sospetto che l'amministrazione comunale guidata da Filippo Nogarin non stia facendo tutto quello di cui è capace per risolvere il problema. Tuttavia, mi pare evidente che gli sforzi non siano sufficienti non dico a risolvere, ma neanche a contenere il bubbone.

Da anni vivo tra due città: Roma - dove lavoro - e Livorno, luogo in cui sono nata e cresciuta e nel quale torno ogni volta che posso. Entrambe le città sono amministrate da sindaci pentastellati ed entrambe hanno problemi enormi di alloggi. Eppure, in proporzione al numero degli abitanti, Livorno è persino messa peggio di Roma. Certo, come ha giustamente sottolineato Andrea Raspanti (Futuro!) finché la Prefettura ordinerà un numero così alto di sfratti, difficilmente il problema sarà risolvibile, perché è come svuotare un bagno allagato senza chiudere il rubinetto aperto.

Eppure, forse, qualcosa in più di questa faticosa gestione dell'esistente si potrebbe immaginare.

Facciamo una fotografia: entrando in città dal lato nord si potrebbe pensare di essere arrivati in un grande parco a tema, una specie di “Dysneyland dell'abbandono”, dove nell'arco di poche centinaia di metri si trova la torre della Cigna, lasciata vuota per anni e adesso dimora provvisoria per decine di persone e, poco più avanti, le Terme del Corallo che, se solo avessero qualche infisso funzionante, ho ragione di credere che sarebbero anch'esse occupate dal primo all'ultimo vano. La torre della Cigna non si tocca, ha detto il sindaco Nogarin, consapevole del fatto che sgomberare un palazzo in cui vivono - seppur abusivamente – sessanta famiglie trasformerebbe quel luogo in una polveriera. Però, lo stesso Comune ha ordinato lo sgombero di due edifici di sua proprietà – l'ex asilo di villa Chayes e i vecchi uffici dell'Atl in via Meyer. I numeri lì sono minori, qualche famiglia non è neanche di Livorno, quindi «si proceda». Ma può mai essere questo l'approccio giusto per far fronte a una simile emergenza? Con quale criterio si agisce nello “sfrattare” chi è già stato sfrattato? Ma soprattutto, qual è la visione di lungo periodo del problema?

L'articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani recita: «Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire (..) il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo (..) all'abitazione». Alcuni livornesi, con più o meno consapevolezza, hanno provveduto a tradurre liberamente i contenuti della Dichiarazione su un paio di striscioni esposti durante una manifestazione per il diritto alla casa: «Non si abita in una graduatoria» e «Famiglia sfrattata = casa occupata».

Dal punto di vista di un padre di famiglia senza un tetto, entrambi gli slogan non fanno una piega. Ma non credo che il governo di una città di 160.000 abitanti possa accontentarsi di strizzare l'occhio da un lato agli occupanti - se sono tanti - e dall'altro alla prefettura, quando gli occupanti sono pochi. Perché poi c'è da chiedersi quei pochi, una volta sgomberati, dove andranno. E se quelli che restano siano o meno destinati ad aspettare il prossimo cortocircuito che mandi in fiamme il sistema elettrico.

Bene (anzi benissimo!) ha fatto il Comune a scoperchiare lo scandalo dei “furbetti delle case popolari”, ma evidentemente il turn-over non basta se ancora 500 persone aspettano un alloggio in graduatoria e altrettante sono sotto ad un tetto “abusivo”. Nessuna soluzione è semplice, per carità, ma qualche idea in più, se si mette il naso fuori dalle mura medicee, forse può venire.

[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.15698248:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2017/08/05/news/graduatoria-parallela-e-regole-da-rispettare-cosi-si-occupa-la-casa-1.15698248]]“Buongiorno Livorno” a suo tempo aveva proposto l'esempio di Torino, con l'esperienza di “Sharing”, in cui gli edifici occupati vengono messi a reddito, capaci di “auto-mantenersi” attraverso progettazione partecipata e venture philantrophy, e poi messi a disposizione anche del quartiere, con ambulatori e vari servizi al cittadino. Certo, in alcuni casi il Comune dovrebbe farsi carico dell'acquisto del bene stesso, ma visti i costi sociali che il sistema attuale comporta, a volte il gioco potrebbe valere la candela. Quello della torre della Cigna è un caso emblematico: partito da una base d'asta di 20 milioni di euro, è giunto a poco più di 3 milioni attuali. Chissà se in Comune ci hanno fatto un pensierino.

A Bologna, pochi mesi fa, il Comune (guidato da Virginio Merola, Pd), l'Acer, il Tribunale, le maggiori associazioni di proprietari immobiliari e i sindacati degli inquilini hanno sottoscritto un protocollo in base al quale si potrà coprire fino al 100% del debito dei locatari in difficoltà economica. Non sarà la panacea di tutti i mali, ma è un precedente importante. Da studiare e, magari, da provare a replicare.

Poi ci sono – perché no - anche soluzioni apparentemente fantascientifiche, come le case in 3D, ultra ecologiche e utilizzate come prototipo di edilizia popolare in Russia (nella città di Stupino, vicino a Mosca), o gli edifici “Off-Site”, che utilizzano tecnologie 4.0, come quelle messa a punto dal distretto trentino Habitech sul modello dell'esperienza olandese di Energiesprong, promossa dal governo dell'Aja per creare nuove soluzioni di social housing a impatto ambientale bassissimo e con un abbattimento dei tempi di consegna del 50%. Non serve fare un viaggio nel tempo per vedere queste cose, basta prendere un treno o un aereo e farlo nello spazio.

Certamente, il problema nella sua interezza non si esaurisce neanche con un'adeguata risposta di alloggi popolari. Anche se fosse data una risposta al 100per cento del fabbisogno di case, resterebbe il problema di come uscire dallo stato di povertà che genera quel bisogno.

Come recitava la vecchia filastrocca popolare, «per fare un tavolo ci vuole il legno, per fare il legno ci vuole un albero» e così via... Per avere una inversione di tendenza strutturale servirebbe rilanciare la crescita, il lavoro, e andare alla radice del problema. Invece a Livorno la mancanza di lavoro resta cronica, anzi aumenta soprattutto tra i più giovani, se si pensa che nell'ultimo anno siamo passati dalla ventunesima alla cinquantacinquesima posizione della classifica di ItaliaOggi sulla disoccupazione giovanile. Con questi dati, qualsiasi rimedio dura il tempo di un antidolorifico. Se non si curano le cause, il male ritorna, e sempre più forte.



©RIPRODUZIONE RISERVATA

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