Attenzione
Quanta scorrettezza rivela quel «le faremo sapere»
Un padre di Vicopisano, Tommaso Rubino, che di mestiere fa il medico, ci ha scritto questa lettera per riflettere sul malcostume legato alla frase «le faremo sapere». Mia figlia, come tutti i giovani...
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Un padre di Vicopisano, Tommaso Rubino, che di mestiere fa il medico, ci ha scritto questa lettera per riflettere sul malcostume legato alla frase «le faremo sapere».
Mia figlia, come tutti i giovani di oggi, partecipa a diverse selezioni con la speranza di essere assunta in qualche luogo in relazione alle proprie capacità…
Indipendentemente dall’esito dei colloqui, quello che mi lascia basito è l’atteggiamento degli esaminatori che puntualmente concludono con la frase: «Le faremo sapere». Ebbene, se io nel mio lavoro di medico dico a qualcuno che lo richiamerò per fargli sapere… mi impegno in ogni caso a mettermi in contatto con lui. Altrimenti la mia etica professionale mi impone di dire che chiamerò solo nel caso in cui ci siano delle novità.
In questi colloqui di lavoro “moderni” il «le faremo sapere» è invece un modo elegante per dire che la persona verrà richiamata solo in caso di esito positivo, altrimenti nessun altro contatto avrà luogo. Questo codice richiamo–non richiamo è diventato la prassi anche se va detto che crea qualche falsa aspettativa e conseguente frustrazione nel giovane in attesa di risposta. Ma va ancora peggio quando questo «le faremo sapere» è preceduto dalle parole «in ogni caso» e seguito da «perché noi siamo corretti e ricontattiamo sempre anche in caso di esito negativo». Alcune ditte come la Lidl sono corrette in tal senso e ricontattano anche i candidati non idonei. Altre invece cavalcano l’onda del cannibalismo imprenditoriale e abbandonano i candidati a loro stessi e alle loro aspettative.
Di recente, dopo aver partecipato alla selezione di una startup di robotica del Pisano, in cui si richiedeva un esperto in lingue straniere per la reception, mia figlia dopo aver ricevuto le fatidiche frasi sopra menzionate, non ricevendo alcuna notizia, ha telefonato all’impresa chiedendo delucidazioni e ricevendo (per ben tre volte) l’assicurazione che la selezione era in corso. In realtà altre persone erano già state assunte per quel posto. Scelta legittima, ma perché mentire? Se questa è l’etica di un’impresa verso i suoi aspiranti lavoratori, quale sarà la sua etica verso i clienti e i fornitori?
Mi pare che a questo nuovo capitalismo selvaggio e maleducato manchino i presupposti etici per il suo intrinseco sviluppo, perché si fonda – nel perseguire un giusto profitto – su un atteggiamento scorretto e sul furbesco sfruttamento del prossimo, per inseguire un tornaconto spesso effimero che può ritorcersi a proprio svantaggio.
Tommaso Rubino
Mia figlia, come tutti i giovani di oggi, partecipa a diverse selezioni con la speranza di essere assunta in qualche luogo in relazione alle proprie capacità…
Indipendentemente dall’esito dei colloqui, quello che mi lascia basito è l’atteggiamento degli esaminatori che puntualmente concludono con la frase: «Le faremo sapere». Ebbene, se io nel mio lavoro di medico dico a qualcuno che lo richiamerò per fargli sapere… mi impegno in ogni caso a mettermi in contatto con lui. Altrimenti la mia etica professionale mi impone di dire che chiamerò solo nel caso in cui ci siano delle novità.
In questi colloqui di lavoro “moderni” il «le faremo sapere» è invece un modo elegante per dire che la persona verrà richiamata solo in caso di esito positivo, altrimenti nessun altro contatto avrà luogo. Questo codice richiamo–non richiamo è diventato la prassi anche se va detto che crea qualche falsa aspettativa e conseguente frustrazione nel giovane in attesa di risposta. Ma va ancora peggio quando questo «le faremo sapere» è preceduto dalle parole «in ogni caso» e seguito da «perché noi siamo corretti e ricontattiamo sempre anche in caso di esito negativo». Alcune ditte come la Lidl sono corrette in tal senso e ricontattano anche i candidati non idonei. Altre invece cavalcano l’onda del cannibalismo imprenditoriale e abbandonano i candidati a loro stessi e alle loro aspettative.
Di recente, dopo aver partecipato alla selezione di una startup di robotica del Pisano, in cui si richiedeva un esperto in lingue straniere per la reception, mia figlia dopo aver ricevuto le fatidiche frasi sopra menzionate, non ricevendo alcuna notizia, ha telefonato all’impresa chiedendo delucidazioni e ricevendo (per ben tre volte) l’assicurazione che la selezione era in corso. In realtà altre persone erano già state assunte per quel posto. Scelta legittima, ma perché mentire? Se questa è l’etica di un’impresa verso i suoi aspiranti lavoratori, quale sarà la sua etica verso i clienti e i fornitori?
Mi pare che a questo nuovo capitalismo selvaggio e maleducato manchino i presupposti etici per il suo intrinseco sviluppo, perché si fonda – nel perseguire un giusto profitto – su un atteggiamento scorretto e sul furbesco sfruttamento del prossimo, per inseguire un tornaconto spesso effimero che può ritorcersi a proprio svantaggio.
Tommaso Rubino
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