Il Palio è dei senesi, ma anche gli altri se ne innamorano
Il fascino contagioso di Piazza del Campo. Chi per lavoro, chi per passione, sono molti i “forestieri” che partecipano alla corsa. E imparano a rispettare le antiche tradizioni
SIENA. «Il Palio è una cosa senese fatta dai senesi per i senesi. Ma poiché è una cosa bella e di grande civiltà, è possibile per un non senese avvicinarvisi, almeno fino ad un certo punto. Ma in punta di piedi, senza disturbare». Lo diceva Paolo Frajese, al termine del suo documentario sul Palio di Siena, dal titolo “Per forza e per amore”.
Perché, alla fine, il Palio è questo: un microcosmo cristallizzato da secoli, fatto di riti sempre uguali e sempre incredibili, da vivere e da vedere. Siena è forse la città toscana che più fa repubblica a sé e continua orgogliosamente a faticare nel concedere al mondo fuori dalle mura quella che ha sempre chiamato “la nostra festa”. Non una corsa, tanto meno una gara, ma una festa.
La mentalità senese è l’esasperazione del campanilismo toscano: se a Firenze c’erano i guelfi neri contro quelli bianchi, a Siena ci sono Istrice contro Lupa, Leocorno contro Civetta, Valdimontone contro Nicchio, Tartuca contro Chiocciola, Oca contro Torre, Onda contro Torre, Aquila contro Pantera. E – fidatevi – in piazza è una guerra. Da quale altra parte, in Toscana, due fratelli si possono prendere a cazzotti? Quest’aspetto, velato di affascinante follia, insieme a tanti altri rende Siena ed il suo Palio unici. Qui convergono gli appassionati di tutta Italia: Legnano, Asti, Fucecchio, Ferrara e non solo. Quando si arriva in piazza si tende a farlo in punta di piedi, poco alla volta: si impara – ad esempio – che alla fine dei tre giri è meglio non finire nel mezzo agli “scambi di cortesie” tra contrade rivali. Ed è qui che può succedere che membri della stessa famiglia si fronteggino con l’adrenalina a mille e che si passi dalle parole ai fatti.
C’è un codice d’onore che regola questi fronteggiamenti e raramente scattano denunce. I senesi lo sanno, i non senesi che amano il Palio imparano a capirlo. Siena è qualcosa di diverso, di altro. Lo può confermare, per dirne uno, il fucecchiese Michele Pellegrini, ex maniscalco del Drago: «Il Palio è in ogni aspetto della vita di Siena, anche quando alzi la saracinesca è Palio, è questo che fa la differenza. Per me è un lavoro, ma ferrare i cavalli del Palio è stato il coronamento di un percorso professionale». Questo particolare spiega che nel Palio – sempre in punta di piedi – c’è spazio anche per i “forestieri” : Jonatan Bartoletti detto Scompiglio, fantino che ha vinto gli ultimi tre Palii, viene da Pistoia, dove ha vinto la Giostra dell’Orso. La sua carriera parla di un ragazzo che vinse all’esordio nel Leocorno e che ha dovuto farsi spazio a spallate. Lo sanno bene i tanti appassionati che dalla Toscana lo seguono, innamorati di Siena e del Palio.
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Enrico Querci, ad esempio, è un fotografo e scrittore livornese, che spesso si è trovato a fotografare gli istanti del Campo: «A Siena torni indietro nel tempo: sei in piazza in jeans e maglietta e assisti ad un rito che va avanti da 500 anni. In quei 4 giorni di festa, con un occhio superficiale, ti potrebbe sembrare di essere in un mondo folle. Ma non è così, perché se ti avvicini con rispetto, scopri cose incredibili. La corsa è ciò che vedi, ma è tutto quello che viene prima che è unico, come è unica Siena».
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Susanna Pioli, invece, è una giornalista di Castel del Piano: «In Piazza anche un esquimese, dinanzi a certe situazioni, capisce che quello è Palio: prima della corsa, ad esempio, si crea un silenzio che tutti imparano a rispettare e che non c’è nemmeno per l’Angelus del Papa. Siena è diversa perché nasci con la bandiera e muori con la bandiera: ogni tappa della tua vita viene scandita dalla presenza della contrada. Quello è un luogo fatto di microcosmi solidali, dove i giovani ascoltano i vecchi e dove si abbassano gli scalini sociali: il più ricco e potente è sullo stesso livello di quello che fa il lavoro più umile: sono entrambi “soltanto” due contradaioli. Io mi posso considerare una privilegiata, perché col tempo sono arrivata a commentare il Palio».
Insomma, il Palio è innanzitutto senese ma c’è margine per imparare ad amarlo anche per chi senese non lo è. C’è un “indotto” di toscani che vivono di (e per) il Palio. Renato Gigliotti è un ex fantino di Seggiano (sull’Amiata), che il Palio l’ha vinto a luglio in quanto comproprietario di Sarbana: «In Piazza vedi cose che non vedrai mai, è un vero movimento di popolo, ne rimani affascinato e ti lascia grandi emozioni. È odio e amore allo stesso tempo: dove può accadere che due fratelli si picchino per una corsa di cavalli? Se lo racconti non ci crede nessuno, eppure è così».
Il Palio è di Siena ma ha anche una diffusione planetaria. Andrea Degortes detto Aceto, ad esempio, ha sempre rivendicato che anche a New York se pronunci il suo nome di battaglia la gente pensa al Palio. Ma questa “festa”, alla fine dei conti, lascia anche un po’ di spazio a quella Toscana non senese, perché spesso basta sentire una storia di Palio per innamorarsene e correre a Siena a vedere quella che – in fondo, ma molto in fondo – è una corsa di cavalli.
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