Gioco
E Gimondi scattava in punta di indice. L'epopea delle palline sulle piste di sabbia
Le biglie in plastica con i volti dei ciclisti e le sfide sulla spiaggia. Ora si vendono solo con volti anonimi per i diritti d'immagine
Patrick Sercu e Roger De Vlaeminck, chissà perché, vincevano le volate, quelle vere, ma erano imbattibili anche in spiaggia. Su quelle piste che i bambini degli anni Sessanta-Settanta costruivano con il sudore della fronte sotto il sole a picco oppure – c’era anche l’alternativa un po’sadica – usando le terga dell’amico o dell’amica più “abbondante”.
Anelli perfetti, Vigorelli di rena con tanto di curve paraboliche cementate con l’acqua di mare che si asciugava in un amen. E i ponticelli sotto i quali la pallina meno fortunata si bloccava nella pozzetta d’acqua, e la corsa era irrimediabilmente perduta, tra gli sfottò. Già, le palline con i volti e i nomi dei ciclisti erano qualcosa di magico. Non c’era niente che profumasse d’estate come quelle bigliette dal guscio metà di plastica colorata e metà trasparente, un globo magico da dove spuntavano i profili grifagni e tirati dallo sforzo di Adorni, Bitossi, Zilioli, Dancelli, Gimondi, Merckx.
Ci accontentavamo di poco, ma poco non era: quelle palline venivano vendute in retine di plastica colorate, le trovavi sia al mare, sia dai tabaccai in città. Come per le figurine dei calciatori, trovare il tuo corridore preferito era un terno al lotto perché le bigliette venivano assemblate in maniera assolutamente casuale. Chi voleva il velocista, immaginando che la pallina avesse più spunto nella spianata finale che portava al traguardo, chi lo scalatore perché performava meglio sui dossi e sulle paraboliche.
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Alternativa estiva al “celo manca” delle figurine. Immaginazione pura, naturalmente, ma la fantasia di bambino era la migliore alleata e il propellente indispensabile per quel gioco. Insomma: preparata la pista e schierate le palline al via si definiva la linea di partenza e ognuno dava il suo colpo di indice alla pallina, con priorità a chi quella pallina l’aveva lanciata più lontano. Il regolamento era basico: vinceva chi arrivava primo al traguardo ma attenzione: uscire di pista, in genere accadeva nelle paraboliche, comportava la perdita del turno e la ripartenza dal punto del tiro sbagliato.
Nelle versioni più evolute c’era anche la penitenza: visto che ogni bambino portava in dote almeno dieci palline, al vincitore ne spettava una “pagata” da tutti gli altri. Tanti cinquantenni di oggi sussultano quando, per caso, inciampano sui nomi di Gosta Pettersson o Balmamion. Gente che non ha scritto il romanzo del ciclismo. E devono prendere atto di un’amara realtà: la palline esistono ancora, ma non sono più le stesse. “Colpa” del sistema dei diritti d’immagine che ha cannibalizzato lo sport.
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Oggi, nei negozi di giocattoli e in quelle che un tempo si chiamavano “mesticherie” si trovano le confezioni con le biglie griffate da Juventus, Inter, Milan, Napoli, che hanno venduto ai produttori la licenza per riprodurre il loro marchio, al pari della Disney che ha lanciato la serie di biglie con i personaggi di Topolino, Spiderman, Cars, Winnie the Pooh. Il ciclismo, invece, è rimasto fuori da questo business: nessuno sembra avere più interesse a pagare i diritti d’immagine alle squadre-top del mondo per disporre delle foto di Froome, Contador, Quintana, Nibali o Aru.
Così, non senza un pizzico di malinconia, se oggi acquisti un sacchetto della collezione ciclismo trovi, in quella parte plastificata un tempo magica, soltanto dei volti di corridori anonimi, immagini dalla definizione discutibile, i volti coperti da occhialoni da gara, insomma dei signori nessuno dove un tempo c’erano gli assi del pedale con le loro maglie Filotex, Faema e Molteni. Ñostalgia canaglia.
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