Il Tirreno

Toscana

Tra Laura e il cielo non ci sono barriere: ecco la prima donna paraplegica paracadutista

di Ilaria Bonuccelli
Tra Laura e il cielo non ci sono barriere: ecco la prima donna paraplegica paracadutista

Paralizzata per un incidente, l’umbra di ferro in Toscana inizia a volare cogli ultraleggeri, poi gli istruttori del Valdarno la fanno lanciare

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«Stanca signorina?». I clienti del ristorante ammiccano, sornioni. Laura è in braccio all’amico Gian. La porta verso la moto. L’ultima sfida. Sorride Laura. No ride proprio. L’amico la deposita sulla sella, poi le ferma i piedi con il nastro da pacchi. È paralizzata dal 1995 Laura Rampini, 44 anni, ma non sono questi dettagli che la fermano. Ora va anche in moto. Un’inezia per chi pilota anche ultraleggeri. Ed è diventata la prima donna paraplegica paracadutista. A Lido di Camaiore, in Versilia, al bagno Mascotte, davanti al risotto seppie e bietole, in una domenica di luglio, Laura, umbra trapiantata in Emilia Romagna, riunisce gli amici e i compagni di volo. Leonardo Lucchesi, camaiorese, la vede, l’abbraccia, e le dice: «Se vuoi, nel pomeriggio, a Viareggio, ti aspettano per volare». Così, tutto in famiglia. Il brevetto da paracadutista, infatti, Laura l’ha preso a Ravenna, ma i maestri sono toscani.

Gente tosta del Valdarno, di Arezzo: Francesco Bruschetini, Pierangelo Cangi. Gente che è andata oltre i no, «oltre che cose che non si conoscono e fanno paura». L’ignoranza, il vero ostacolo. Di più, il muro. Non servono gambe per scalarlo. Non servono neppure per volare le gambe. Non a Laura. Servono due mani. Le manine del figlio, Luca, a due anni. «Ma tu.... tu sei la mamma». Il bimbo che ti riconosce dopo mesi di ospedale. Che accetta che sei tornata a casa. E smette di non sapere chi sei. Si convince che non l’hai abbandonato. Che non lo abbandonerai più.

Le mani che ti tengono il volto per guardarti meglio e dirti «lo so che sei la mia mamma, l’ho sempre saputo ma avevo paura ad ammetterlo»: è questo che ti fa volare. Ricomincia da qui Laura Rampini a 23 anni ancora da compiere. Davanti a una pizza mai mangiata per l’emozione del figlio ritrovato. Dopo lo scontro fatale. Guida a 40 all’ora, un frontale: 7 giorni di coma, quasi un anno di ospedale: dal 22 gennaio al 20 dicembre 1995. A volte i dettagli hanno la loro importanza. E al risveglio dal coma? «Mi sono trovata davanti a una sentenza senza appello, ma a 22 anni neppure credi che la sentenza sia definitiva: ti senti invincibile, sei un cavallo da corsa, pensi che tutto si possa aggiustare. Sei affetto da ingenuità e speranza. Invece, all’improvviso ti trovi cambiata nel fisico, ma il tuo cuore, la tua testa, i tuoi desideri restano gli stessi di un momento prima. E anche la vita è quella che avevi un momento prima: io avevo un figlio di 14 mesi che ha smesso di riconoscermi.

Non lo portavano in ospedale per non sconvolgerlo; giocoforza si è attaccato molto a mia madre. E a smesso di riconoscere me come mamma: questo è stato l’aspetto più tremendo di tutta la vicenda». Tuo figlio che non ti riconosce. «Esatto. Quando ho iniziato a tornare a casa per i fine settimana, a tavola si sedeva sempre accanto a mia madre: lei si metteva davanti a me, in modo che Luca mi vedesse. Gli psicologi mi dicevano di non forzare e io non forzavo. Poi, una sera, a cena, prima che tornassi in ospedale a Bologna, per la riabilitazione, Luca si è alzato in piedi e di punto in bianco mi dice: “Ma tu sei mamma?” . “Sì, sono la mamma. Vieni”. È corso da me e mi ha preso il volto fra le manine. Da lì ho ricominciato davvero. Ho anche partorito un altro figlio, alcuni anni dopo, anche se tutti dicevano che non era possibile: parte della gravidanza attaccata all’ossigeno. Ma ce l’ho fatta.

E l’ho pure allattato, Nico. E con i miei figli ho girato tutto il mondo: ho guidato per 11.700 chilometri sulla route 66 in Usa, da costa a costa. Siamo stati in Sud Africa, abbiamo visto che capitali europee». Viaggiare il mondo è una grande sfida, in sedia a rotelle. Ma arrivare a volare è impensabile. Anche se ora non si può puù dire. «Dopo che sono rimasta paralizzata ho iniziato a praticare tutti gli sport. Ho partecipato a gare di sci grazie a un ausilio in vetrorestina e a due stabilizzatori. Mi piacciono gli sport che producono adrenalina: faccio gare di kart, sci nautico, piloto gli ultraleggeri. Tutto quello che non facevo prima dell’incidente. Io sono nata a Sigillo, in provincia di Perugia, una delle più importanti mete per il volo libero.

Qui c’è una grande tradizione di parapendio, deltaplano: ho sempre desiderato volare, ma la mia famiglia non mi ha mai lasciato provare per paura che mi succedesse qualche cosa. Poi mi è accaduto andando a 40 all’ora». E come si avvicina al volo? «Sono passata dagli ultraleggeri perché avevo sentito dire che era possibile farli pilotare anche alle persone disabili. La mia prima esperienza è stata in Toscana, con i Baroni rotti, un’associazione con docenti specializzati in volo per disabili. Ho iniziato a prendere lezioni nella zona di Castiglion Fiorentino (dove c’è la scuola di volo Serristori): il mio istruttore, un tipo tostissimo, era per tutti “lo zio”. Ma non sono diventata pilota. Mi sono fermata un po’ prima».

Perché non ha preso il brevetto da pilota di ultraleggeri? «Perché avevo visto una pubblicità per i lanci (con il paracadute) in tandem. Però, questa volta ad Arezzo non mi hanno accettata: tempo prima avevano avuto incidenti con disabili e non se la sono sentita. Allora mi sono rivolta a Fano. Ma l’istruttore era del Valdarno: Bruschetini, il “Brusca”». Piano, piano: si fa presto a dire sono disabile e mi lancio con il paracadute. Ma come si fa davvero a lanciarsi? «Prima ho iniziato con i lanci in tandem. Ma dopo 6-7 lanci, ho deciso che volevo volare libera. All’inizio mi hanno presa tutti per matta: non esistevano paracadutisti paraplegici. Oltretutto le gambe sono importanti per volare. Bisogna “scarambolarsi”, rompere la stabilità quando ti lanci dall’aereo e poi riacquistarla: io ho una lesione spinale alta e non posso neppure usare gli addominali.

Tuttavia, l’altro mio istruttore, Pierangelo Cangi mi ha affrontato con sincerità: “Chi sono io per dirti che non lo puoi fare? Posso farti iniziare un percorsom ma a un certo punto potremmo anche renderci conto che i tuoi limiti fisici risultano invalicabili. Dovremo fermarci, dovrai rinunciare. E potresti rimanerci molto male”. Non mi ha scoraggiato. Io ho accettato di non camminare più: sono abituata. E ora il mio motto è meglio provare e restarci male, che non provarci affatto ». E cosa è successo dopo questa sfida? «Siamo andati in Gran Bretagna per testare le mie condizioni fisiche e le mie attitudini nel tunnel del vento. Si tratta di un simulatore di volo, una specie di galleria di volo verticale: non sei agganciata all’istruttore, puoi volare senza stress psicologico.

Francesco mi ha portato lì e abbiamo visto che non avevo grandi difficoltà a trovare la stabilità. Dopo un anno e mezzo di percorso, ero fisicamente e psicologicamente pronta per lanciarmi da sola». Detto così sembra tutto semplice. «Al contrario. Non mi volevano dare il certificato di sana e robusta costituzione per il lancio in volo libero. Chi doveva darmi il brevetto faceva pressioni perché non lo rilasciassero. Non c’erano precedenti, ma la legge non proibiva chiaramente ai disabili di diventare paracadutisti. Alla fine un medico mi ha visitato e mi ha riconosciuto che avevo i requisiti. E ha firmato. Lo hanno contattato e hanno tentato di farlo tornare sui suoi passi, ma ha confermato la diagnosi: ero pronta. Quindi mi sono lanciata da sola: era il 28 luglio 2008. L’unica incognita era l’atterraggio.

È andato tutto bene: ad aspettarmi al suolo c’era Pierangelo Cangi che ha iniziato a piangere. Ho superato tutti i livelli e sono diventata paracadutista. Certificata: ho il brevetto ufficiale. Quello volevo: il riconoscimento ufficiale che i disabili possono volare. Poi ho iniziato a volare con Francesco e gli altri con l’associazione Real Dream. Il sogno che si fa realtà». 

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