Il Tirreno

Toscana

Banca di San Miniato, dalla grandeur ai saldi

di Andreas Quirici
Banca di San Miniato, dalla grandeur ai saldi

Filiali aperte ovunque per smarcarsi dal conciario. Ora restano 670 milioni di crediti deteriorati

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SAN MINIATO. Nei primi anni del 2000, Banca d’Italia richiamava spesso la Cassa di risparmio di San Miniato per il rapporto privilegiato che aveva con gli imprenditori della concia. Da Palazzo Koch a Roma dicevano che era “un settore maturo”, vicino all’estinzione. «A distanza di oltre dieci anni, però, noi siamo sempre in piedi. E la banca sta per essere comprata dai francesi», diceva un conciatore pochi giorni fa al bancone di un bar di Santa Croce. Lunedì, infatti, Giampiero Maioli, amministratore delegato di Cariparma, che fa parte di Crédite agricole, presenterà l’offerta vincolante per l’aumento di capitale di Carismi che sarà, così, salvata dopo un’estenuante telenovela durata mesi. Sarà quello il momento decisivo per un istituto di credito che puntava alle stelle, ma che si è ritrovato invischiato nelle sabbie mobili di 670 milioni affidati per lo più a imprenditori toscani. E mai restituiti.

A tanto, infatti, ammontano i cosiddetti crediti deteriorati, derivanti nella stragrande maggioranza dei casi dalle gestioni del passato, contabilizzati nell’operazione che manterrà in vita anche le casse di risparmio di Cesena e di Rimini. Un dato che ha contribuito al rosso da 67 milioni nel bilancio 2015, poi ridotto a 47 milioni nel 2016.

Ma per capire come si è arrivati a una situazione simile per una banca legata a uno dei settori più solidi dell’economia toscana occorre tornare a quel monito di Banca d’Italia. Risale a quel periodo, infatti, il tentativo della Cassa di risparmio di San Miniato di pensare di poter diventare un referente per la Toscana. E perché no, anche per l’Italia, visto che alle aperture di filiali praticamente in ogni provincia del Granducato si aggiunsero anche le inaugurazioni degli sportelli di Roma e Milano. Segnali inequivocabili che si allargavano gli orizzonti e si provava a diversificare clientela e interessi. Nacquero operazioni che si discostavano dalla tradizionale attività di gestione del credito locale. Tra fiduciarie e società di altra natura, la Cassa di risparmio di San Miniato puntava in alto. Tanto da acquisire anche il 25% della Cassa di risparmio di Volterra, quota poi svalutata l’anno scorso. Un altro colpo alle mire di grandezza cominciate quindici anni prima.

Dai “rapporti privilegiati” coi conciatori, sono cominciate ad arrivare richieste di crediti di imprenditori di altri settori su cui i tecnici della banca avevano poca conoscenza. Ed è in quella fase che sono cominciati i problemi. Il Consorzio Etruria, poi fallito, per alcuni anni avrebbe ricevuto un terzo degli affidamenti annuali. E tra i credito di quell’epoca ci sarebbero personaggi invischiati nello scandalo della scuola marescialli dei carabinieri di Firenze. Anni in cui il denaro scorreva a fiumi, mentre i conti cominciavano a non tornare. «Poi è arrivata la crisi – dice Claudio Fiaschi, sindacalista della Fisac Cgil – e tutto è diventato più difficile. Il tentativo di crescere è naufragato e per una banca di quelle dimensioni è stato praticamente impossibile, nella situazione attuale, reggere la concorrenza dei grandi gruppi. Quello che era considerato un gioiellino, in realtà non lo era. E i nodi sono venuti al pettine. Le aree della Toscana in cui la Cassa di risparmio di San Miniato si è insediata sono quelle che hanno più problemi. I crediti in sofferenza della provincia di Pisa, secondo i dati di Banca d’Italia, sono il 24,8%, nell’aretino il 26,1%, nel pistoiese il 24% e in provincia di Prato il 27,3%. Contro una media nazionale del 18,7%. Questo la dice lunga su come sia difficile per realtà come Carismi recuperare i soldi dati in affidamento alla clientela».

La banca presieduta da Alessandro Bandini, con Divo Gronchi amministratore delegato e Silvano Piacentini direttore generale, il trio di vertice che sta cercando di gestire i problemi derivanti dal passato, sta per essere salvata da una fine ingloriosa, mentre il settore conciario è riuscito ad attirare istituti di credito da ogni dove. Nel comprensorio del cuoio, infatti, sono arrivati al numero monstre di ventinove diversi. «È la dimostrazione di quanto la concia sia ancora stabile e affidabile – spiega Piero Maccanti, direttore dell’Associazione conciatori di Santa Croce sull’Arno ed ex vice presidente di Carismi tra il 2000 e il 2002 – E di quanto sia stato sbagliato allontanarsi da questo territorio».

 

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