Attenzione
Le parole di Tiziano Ferro per Linda
La bimba è morta in auto mentre andava con la mamma al concerto. E lui scrive alla famiglia
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PRATO. La bara bianca, nella chiesa di San Giuseppe mercoledì indossa la maglietta 23. La preferita di Linda, quando giocava a basket e pallavolo. Non si dovrebbe usare l’imperfetto parlando di bambini. Mai di una bambina di otto anni. Può accadere, se muore in autostrada, mentre va al concerto del suo idolo. Allora accade anche che il suo idolo, Tiziano Ferro le scriva. Si ricordi di lei, del suo nome. Le tenda la mano, la strappi dall’anonimato, in un tentativo (fragile) di consolare chi resta. La mamma, Veronica Ceri, il papà, Maurizio Pastacaldi. Se le parole fossero unguento, forse quelle che il cantante invia alla famiglia potrebbero lenire il dolore. Cancellarlo è impossibile. Tiziano lo sa.
Ai genitori di Linda, infatti, scrive, nel giorno del funerale della bambina: «Le parole non bastano a esprimere l'affetto e il senso di vicinanza che provo per i familiari che stanno sopportando questo assurdo dolore. Il vostro angelo riposa in pace, vi auguro di trovare presto la serenità che meritate. A voi e a Linda oggi vanno le mie preghiere. Tiziano».
Si firma solo con il nome. Non c’è bisogno di molto altro. Si sa che dietro queste frasi c’è lui. La meta del viaggio di sabato pomeriggio: mamma e figlia che partono per andare a prendere la cugina e poi via dritte allo stadio Franchi di Firenze, per il concertone. Se non fosse per il problema in autostrada. E l’incidente: il tamponamento, il cuore di Linda che si ferma, i tentativi di rianimarla e poi la mattina la dichiarazione ufficiale del decesso. Lo strazio. Sottile e veloce. Cammina fino ad arrivare all’orecchio di Tiziano Ferro. Percorsi strani a volte segue la vita. E il caso. Perché anche nel lutto e nel dolore la vita non manca. Non si consulta con nessuno Tiziano Ferro. Non parla con nessuno. Non avverte lo staff: «È una persona così, spontanea, sincera», confermano i collaboratori stretti: «Gesti come questi li decide da solo. Sono iniziative solo sue». Segue l’istinto. E l’istinto gli suggerisce di parlare con i genitori di Linda. Nel giorno in cui devono accompagnare la bambina in chiesa, questa volta cieca ai palloncini bianchi e rosa. Ai fiori, ai disegni che la raccontano, più delle parole. Se mai ce ne fosse bisogno.
Mamma e papà la ricordano nei gesti di ogni giorno. Mamma Veronica, comunque, decide di condividerla con tutti attraverso una lettera che, nella chiesa di San Giuseppe, don Alessandro legge a voce alta. Sono due pagine di Linda: i suoi no, il ditino puntato per indicare il gioco da comprare, i momenti che in poco conoscono, i bigliettini scritti per le compagne di scuola. Otto anni, ripercorsi in un numero non contato di righe. Fino a quando la voce di un amico di famiglia dice che è l’ora di andare via. Usa le parole che Linda preferisce. Quelle di una canzone di Tiziano Ferro: “Potremmo ritornare”.
Ai genitori di Linda, infatti, scrive, nel giorno del funerale della bambina: «Le parole non bastano a esprimere l'affetto e il senso di vicinanza che provo per i familiari che stanno sopportando questo assurdo dolore. Il vostro angelo riposa in pace, vi auguro di trovare presto la serenità che meritate. A voi e a Linda oggi vanno le mie preghiere. Tiziano».
Si firma solo con il nome. Non c’è bisogno di molto altro. Si sa che dietro queste frasi c’è lui. La meta del viaggio di sabato pomeriggio: mamma e figlia che partono per andare a prendere la cugina e poi via dritte allo stadio Franchi di Firenze, per il concertone. Se non fosse per il problema in autostrada. E l’incidente: il tamponamento, il cuore di Linda che si ferma, i tentativi di rianimarla e poi la mattina la dichiarazione ufficiale del decesso. Lo strazio. Sottile e veloce. Cammina fino ad arrivare all’orecchio di Tiziano Ferro. Percorsi strani a volte segue la vita. E il caso. Perché anche nel lutto e nel dolore la vita non manca. Non si consulta con nessuno Tiziano Ferro. Non parla con nessuno. Non avverte lo staff: «È una persona così, spontanea, sincera», confermano i collaboratori stretti: «Gesti come questi li decide da solo. Sono iniziative solo sue». Segue l’istinto. E l’istinto gli suggerisce di parlare con i genitori di Linda. Nel giorno in cui devono accompagnare la bambina in chiesa, questa volta cieca ai palloncini bianchi e rosa. Ai fiori, ai disegni che la raccontano, più delle parole. Se mai ce ne fosse bisogno.
Mamma e papà la ricordano nei gesti di ogni giorno. Mamma Veronica, comunque, decide di condividerla con tutti attraverso una lettera che, nella chiesa di San Giuseppe, don Alessandro legge a voce alta. Sono due pagine di Linda: i suoi no, il ditino puntato per indicare il gioco da comprare, i momenti che in poco conoscono, i bigliettini scritti per le compagne di scuola. Otto anni, ripercorsi in un numero non contato di righe. Fino a quando la voce di un amico di famiglia dice che è l’ora di andare via. Usa le parole che Linda preferisce. Quelle di una canzone di Tiziano Ferro: “Potremmo ritornare”.
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