Il Tirreno

Toscana

Si esaurirà l’acqua sacra e non sapremo dove risciacquare le parole - Foto

di Stefano Adami
Si esaurirà l’acqua sacra e non sapremo dove risciacquare le parole - Foto

Ha sete la Toscana. La siccità la piega da giorni. I fiumi conoscono portate scarne. Arno, Serchio, Ombrone soffrono. Lo scrittore Stefano Adami racconta questo calvario per Il Tirreno

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I fondatori di città antiche raccomandavano che gli abitati nascessero sull’acqua. Su una costa, o su un fiume. L’acqua scorreva misteriosamente, senza fermarsi mai, senza secche. Scorreva cantando. Parlava. Bastava immergervi le mani appieno per trasalire, toccare il miracolo.

Veniva, l’acqua, e nessuno la contava, la numerava, le dava un valore. Nessuno, però, aveva fatto ancora una religione sull’acqua. Sul fuoco sì, sul cielo sì. Ma sull’acqua? Anzi, l’acqua creava terrore. Era la casa di Leviatano. Bella questione, anche quella. Gli uomini avevano già imparato che tutto finisce, sulla terra: ma l’acqua no. L’acqua non finiva. Una gran fortuna. Perché veniva buona per bere, per crescere i frutti e i giardini, per spostarsi, per fare verdi le città. Usciva dal suo letto, e fecondava l’universo. Ma soprattutto veniva buona per specchiarsi. Per vedere chi siamo. Per sapere chi siamo. Per leggere il volto, gli occhi, l’anima.

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L’anima, acqua anch’essa. Grazie all’acqua ognuno sapeva che era fatto così e così. Poteva specchiarsi in Arno, farvi specchiare l’amata, risciacquarvi le sue parole, il suo vocabolario, la sua coscienza. Per questo più di tutte le cose ottima è l’acqua. Così ci hanno detto, fin dall’inizio del mondo. Ascoltate l’acqua. E l’acqua non finiva. Eravamo abituati a vederla scorrere in mezzo alla creazione, in mezzo alle città, a sentirla scrosciare dalle cascate di campagna, dalle fontane dei paesi. Non facevamo nulla per coltivare l’acqua, perché sembrava che fosse lei, l’acqua, a fare tutto da sola. Che non avesse bisogno di niente e di nessuno. L’acqua cresce, fiorisce, scorre per grazia di Dio. Oggi ci dicono che non è così. Che si avvicina quel giorno. Che anzi, forse, è già arrivato.

Il giorno in cui i fiumi si ritireranno, l’acqua non scaturirà più dalla terra, non scorrerà più nelle vene dell’essere. Il giorno in cui il fuoco risucchierà tutto, brucerà tutto. E l’acqua evaporerà in un solo respiro. Per colpa di chi? Attraversando le città, le troveremo tagliate da letti sanguinanti di polvere e sassi roventi. Ci ripeteremo che lo sapevamo. Sapevamo che tutto questo sarebbe successo, e che non abbiamo fatte niente. E cosa potevamo fare? Diventare più sapienti dell’acqua? Più profondi dell’acqua? Da dove si prenderà allora la linfa vitale? Dove risciacqueremo le nostre parole? Come potremo ricreare l’acqua? Sarà bene intanto contemplare quel velo trasparente sul palmo che avevamo immerso nel fiume. E che si trasforma in muta polvere, amara cenere.

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