Attenzione
Papa a Barbiana, il commento: “Anche Mattarella renda omaggio a Don Milani"
C’è un’altra dimensione del priore barbianese da valorizzare nella società italiana: quella dell’uomo di impegno civile e sociale, dell’educatore innovatore, del valorizzatore dei diritti dei giovani e dei lavoratori, dello “scopritore” del diritto all’obiezione di coscienza
Papa Francesco lo ha detto in modo chiaro e senza possibilità di equivoci: la sua visita a Barbiana «dice che la Chiesa riconosce nella via indicata da Lorenzo Milani un modo esemplare di servire il Vangelo». Che sia rivincita, riabilitazione, riconoscimento postumo o nulla di tutto questo, interessa il giusto (anche se non è corretto minimizzare le sofferenze che il sacerdote ha dovuto patire per i comportamenti di esponenti di quella Chiesa che egli non ha mai smesso di amare): ciò che conta è che con la visita del Papa a Barbiana la testimonianza di don Lorenzo è divenuta esempio e modello per tutti i cristiani del mondo. E che Barbiana acquista una dimensione universale.
Tutto questo fa giustizia di una dimensione di Lorenzo Milani: di quella dimensione che per lui, sacerdote della Chiesa cattolica, era certamente la più importante, e per la quale aveva compiuto un percorso lungo e travagliato, passato dalla conversione dall’ebraismo per giungere alla consacrazione nel sacerdozio.
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Eppure c’è un’altra dimensione del prete barbianese che dobbiamo, e ora ancora di più, valorizzare nella società italiana: la dimensione dell’uomo di impegno civile e sociale, dell’educatore innovatore, del valorizzatore dei diritti dei giovani e dei lavoratori, dello “scopritore” del diritto all’obiezione di coscienza, e di molto altro. In una parola, potremmo dire di un combattente della Costituzione. Per don Milani la Costituzione non era soltanto la “legge delle leggi” – come si usava dire e ancor oggi si sente ripetere –, né era soltanto un bel documento, carico di suggestioni ma povero di indicazioni concrete per la vita delle persone: come molti, quasi tutti, ritenevano in quel periodo storico della società italiana.
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Oggi è quasi scontato ritenere che la Costituzione sia il fondamento del vivere civile (anche se poi nella prassi quella convinzione viene spesso dimenticata): ma nei suoi primi anni di vita ciò era tutt’altro che pacifico. Anzi. Il merito di don Milani, come quello di altri subito dopo di lui, è di avere invece preso terribilmente sul serio quanto scritto nella Costituzione: dal principio di eguaglianza che comporta non solo la necessità di rispettare ciascuno in quanto persona, ma anche di prevedere misure di vantaggio per chi fa più fatica (in quanto, come diceva, «una distribuzione eguale fra eguali è giustizia, fra diseguali è somma ingiustizia») al rispetto della dignità umana di ciascuno, indipendentemente dal suo livello sociale e culturale; dalla valorizzazione della sovranità popolare, che richiede la capacità di ogni cittadino di esercitare le proprie responsabilità politiche, all’impegno per rafforzare il ruolo delle comunità intermedie (partiti, sindacati, associazioni) nella costruzione di una democrazia solida.
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Il riconoscimento di questa dimensione di don Milani, strettamente connessa a quella di prete, non può essere chiesto a un Papa, ma potrebbe giungere dal massimo esponente dello Stato italiano, cioè dal Presidente della Repubblica. Mattarella ha già dimostrato di condividere questa idea, nel messaggio inviato lo scorso anno agli organizzatori della marcia di Barbiana. Ma una visita del Presidente a quel sentiero della Costituzione che circonda e abbraccia la canonica di Barbiana, come richiesto dai suoi allievi e dalla fondazione che ne tramanda l’opera e la memoria, sarebbe non solo un altro passo per riconoscere a don Milani quel che gli spetta, ma anche un invito alla società italiana a prendere sul serio la nostra Carta. Come ha fatto don Milani con i suoi ragazzi.
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