Il Tirreno

Toscana

«Non siete più sole: 6mila carabinieri vi difendono» 

di Ilaria Bonuccelli
«Non siete più sole: 6mila carabinieri vi difendono» 

Il capitano Francesca Lauria, a capo della sezione “Atti persecutori” dell’Arma: È stata creata una Rete nazionale di personale formato a capire chi è maltrattata

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ROMA. Qualcosa è cambiato, in caserma. Non ci sono (quasi) più carabinieri che rimandano le donne, vittime di violenza, a casa. «A fare pace col marito». Oggi in Italia ci sono 6mila carabinieri formati a riconoscere la violenza. Anche quando si mimetizza. O quando la donna la nega, per vergogna (o per paura). Oggi in Italia, esiste una Rete nazionale di monitoraggio sulla violenza di genere, all’interno dell’Arma: 200 marescialli e brigadieri (formati all’Istituto superiore di tecniche investigative) presenti nei vari comandi provinciali.

Sono gli esperti, in grado di valutare gli «i fattori di rischio» e di fornire un supporto (per le situazioni più complesse) alle stazioni locali, dove si raccoglie la prima denuncia delle “vittime vulnerabili”. Prese in carico direttamente dal comandante della stazione «che invita il personale alle sue dipendenze ad avere un atteggiamento empatico nei confronti delle vittime per evitare la dispersione delle denunce e vincere la ritrosia». A questo scopo, in molte caserme sono sorte stanze dedicate ai colloqui riservati, alle denunce. La stanza rosa, dove parlare da soli, vittima e carabiniere, senza passaggio e senza interruzioni: 50-60 al momento, allestite in collaborazione con l’associazione Soroptimist.

Un altro passo, un altro approccio e un’altra cultura, dunque. Merito, in buona parte, della sezione “Atti persecutori” dei Carabinieri. Alla guida, il capitano Francesca Lauria che affronta il fenomeno della violenza con tre mosse: la formazione del personale delle forze dell’ordine, ma molto nelle scuole «per abbinare la nostra divisa anche alla prevenzione); la tempestività dell’intervento; il lavoro di equipe «perché solo in gruppo si ha successo sulla violenza di genere».

Capitano Lauria, uno dei problemi più seri della violenza contro le donne è l’esigua percentuale di denunce dei reati. Istat dice che appena l’11-12% delle vittime arriva a denunciare la violenza. Troppo poco, non le pare?

«Dobbiamo distingure fra i dati della “vittimizzazione” e delle denunce. Un conto sono i dati delle donne colpite da violenza e quelle che la denunciano. Il primo dato, assai più alto, viene rilevato da Istat, attraverso le interviste, ma non arriva alle forze dell’ordine. Al contrario, quelle delle denunce è un dato interforze che, negli anni, è in crescita per quasi tutti i reati. Per alcuni, in particolare, è in forte aumento, ad esempio come gli atti persecutori (lo stalking): lo dobbiamo al fatto che prima del 2009 la condotta non era configurabile come reato in Italia e, pur esistendo, non era registrata dalle forze dell’ordine. Veniva intercettata, però, nel rapporto di vittimizzazione dall’Istat».

Non le sarà sfuggito che a volte, le donne, vittime di violenza hanno ammesso di aver lasciato perdere le denunce, per non aver trovato supporto adeguato nelle forze dell’ordine. O per essere state invitate a tornare a casa a “fare pace”.

«Parliamo di casi in cui è stata sottostimata la violenza. Nei nostri corsi di formazione, parliamo anche dei casi sottovalutati: non lo facciamo per sottolineare gli errori dei colleghi, ma per imparare e superare i problemi.

Il rapporto Istat sulla violenza, comunque, rivela che nel periodo 2006-2014 la percezione delle forze dell’ordine è migliorata nelle donne, in modo sensibile: il grado di soddisfazione è passato dal 10% al 26%. Per me non è importante tanto il valore in assoluto, quanto l’incremento percentuale. Considerando che dal 2009 è attiva la sezione “Atti persecutori” e che dal 2010 è iniziata la nostra attività incentrata in buona parte sulla formazione del personale, oltre che sull’investigazione di supporto all’autorità giudiziaria, possiamo dire di avere raccolto i frutti di questa formazione».

Come formate i militari a relazionarsi con le vittime?

«Siamo partiti da un ragionamento pratico: l’Arma ha una presenza molto articolata sul territorio. È, quindi, ovvio che una vittima di violenza in prima battuta si rivolga alla stazione locale dei carabinieri, in cerca di aiuto. Considerando la stazione locale il primo punto di contatto, abbiamo formato tutti i comandanti di stazione all’approccio con la vittima. È il primo interlocutore a fare la differenza. Stiamo parlando di 6mila militari».

Come fanno la differenza nell’approccio alla vittima questi carabinieri?

«Con la formazione imparano non solo a riconoscere il reato, ma soprattutto a intercettare i segnali che possono anticipare o rivelare la violenza. Anche quella non ammessa. Ad esempio, la svalutazione psicologica, la separazione della donna dalla famiglia d’origine sono campanelli d’allarme: sono condotte che rendono la vittima più predisposta a certi reati».

Perché è importante intercettare questi segnali?

«Perché prima si arriva a individuare la violenza, a denunciarla, maggiori sono gli strumenti in campo per fermarla. E per proteggere la vittima. Se la violenza è denunciata quando c’è un’escalation tanta alta che l’unica soluzione è mettere in protezione la vittima, ci si scontra con i problemi pratici: la disponibilità di case rifugio; la necessità e i tempi per effettuare accertamenti che male si conciliano con la protezione della donna».

Ma a legge contro il femminicidio dovrebbe consentire provvedimenti immediati di protezione della donna. Perché tanta difficoltà a metterli in pratica?

«La legge 119 del 2013 ha fissato anche l’arresto obbligatorio in flagranza per gli atti persecutori. Ma non è detto che si trovi il maltrattante in flagranza. Inoltre dobbiamo precisare che i maltrattamenti in famiglia, per i quali è previsto l’arresto, è un “reato continuabile”, non limitabile a un episodio isolato. Per contestarlo, quindi, si deve lavorare perché il singolo episodio di violenza dichiarato dalla donna (magari alla prima denuncia) si inquadri come una violenza ripetuta nel tempo. Altrimenti, il rischio è che l’episodio venga inquadrato solo come un reato di percosse o lesioni. Se dal primo momento non si raccolgono le testimonianze, ad esempio di vicini che confermano i litigi, la strada diventa in salita».

Possono anche non esistere le condizioni per un arresto: ma come agire in caso di pericolo immediato per la donna?

«Se arriviamo in una casa e ci sono le condizioni di pericolo per la vittima, la legge contro il femminicidio è chiara: si allontana il maltrattante dalla casa familiare e non più la vittima, come in passato. Prima si allontanava la donna, si portava in ospedale e si era costretti a trovarle una soluzione di fortuna, aggiungendole violenza (l’allontanamento da casa) a violenza».

Molte donne, però, segnalano l’inefficacia delle misure cautelari: i maltrattanti non rispettano i divieti di avvicinamento o di allontanamenti dalla casa familiare. Ache perché nessuno vigila sui violenti.

«Ci possono essere violazioni e devono essere studiare come patologie da eliminare. Ma oggi la normativa consente di intervenire subito in caso di violazione delle misure cautelari: il divieto di avvicinamento è circostanziato, adeguato alla situazione anche grazie alle informazione che i carabinieri forniscono al giudice. Ad esempio nel divieto si indicano anche i luoghi frequentati dalla vittima e spesso si include pure il divieto di comunicazione. Per cui al primo sms, una segnalazione della vittima alle forze dell’ordine fa scattare il peggioramento della misura restrittiva, fino al carcere».

Quale messaggio ha per le vittime di violenza?

«Riappropriarsi della propria vita non è non scelta: sarebbe un dovere. Il percorso della querela-denuncia è difficile e ricco di ostacoli, ma non siete sole. Ci sono istituzioni e associazioni, anche del privato sociale - a cominciare dai centri anti-violenza - che ci aiutano».

Ma perché una donna dovrebbe denunciare?

«Perché prima denuncio, prima adotto provvedimenti per mettere in protezione la donna. E c’è una ragione sopra le altre: diamo un modello sbagliato ai nostri figli se tuteliamo la violenza non denunciandola».

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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