Il Tirreno

Toscana

Noi, figli delle stelle. Capaccioli: "La curiosità sul cosmo ci evita di vivere come bruti"

Elisabetta Giorgi
Una galassia
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Una galassia

Intervista a uno dei più grandi astrofisici del mondo: "Sul mio Amiata ho scoperto il senso del dovere che mi ha portato a inseguire i misteri del cielo"

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Prepariamoci a provare le vertigini. Quelle più sane e profonde, che ci aiutano a sentirci esseri umani nel contesto più grande possibile. Noi, minuscoli nell’Universo, eppure capaci di scoprire; esplorare l’ignoto e perfino l’impensabile. In questo senso, il professor Massimo Capaccioli, 73 anni, astrofisico, è uno dei principali esploratori del pianeta. Artefice di uno dei più potenti telescopi a grande campo _ al Paranal, in Cile _ perno degli studi di astronomia all’Università di Padova, alla guida per molti anni dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, è un’eccellenza mondiale. I suoi studi sono celebri in ogni continente e ha ricevuto tributi eccezionali, tra i quali due lauree honoris causa in Russia. È lui l’uomo che fa provare le vertigini al mondo.

L’astronomo, come Ulisse, è visto come un esploratore in cerca dei confini del mondo. Fu questa molla a muoverla?
«Alla fine degli anni ’50 mio padre raccolse in un volume alcuni inserti della rivista Life, pubblicati in Italia da Epoca. Raccontavano con spettacolari disegni la storia del mondo fisico così come allora si conosceva. Il mio stupore di allora è stato la causa della scelta di dedicare la vita alla ricerca. Ed è uno stupore rimasto intatto».

Correva l’anno 1877… Quanto era “corto” e stretto il cosmo, all’epoca in cui nacque Il Tirreno. Com’è cambiata l’investigazione dello spazio in 140 anni?
«Nel 1877 l’astrofisica era appena nata. Tra i suoi padri un gesuita italiano, Angelo Secchi, fondatore della moderna spettroscopia. Dopo oltre 20 secoli di cieca obbedienza al verbo aristotelico che pretendeva la separazione tra il mondo celeste e quello terrestre, finalmente gli uomini avevano accettato l’idea dell’unità fisica del cosmo. Da cui l’astrofisica: una grande rivoluzione che in pochi decenni ci avrebbe permesso di intendere come funzionano le stelle, come nascono, come evolvono e come muoiono, sdoganando così il pensiero scientifico dal ristretto seppur affascinante ambito del Sistema Solare».

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Poi scoprimmo le galassie.
«Sì: grazie a Friedman, Lemaitre, Einstein e Hubble, nell’arco di cinquant’anni ogni tipo di paradigma relativo alle grandi strutture cosmiche era radicalmente mutato, lasciandoci ospiti di uno sterminato universo, nel quale il nostro ruolo sfuma sempre di più, nell’immensità misteriosa dello spazio-tempo».

Come proseguirà questo lavoro?
«Forse le uniche genuine novità riguardano le componenti oscure del cosmo, introdotte per spiegare fenomeni inattesi e inspiegabili con ordinari componenti: materia ed energia del genere di quelle di cui abbiamo esperienza sulla terra. Ci stiamo lavorando. Potrebbe uscirne qualcosa di sconvolgente... ma è ancora presto per dirlo».

Come ricorda la sua infanzia a Montenero, sull’Amiata? A quando risale il suo amore per le stelle? Il cielo amiatino ha avuto un ruolo in tutto questo?
«Lei tocca un tasto delicato, che controlla l’accesso al vaso di Pandora dei miei ricordi giovanili, quando ogni estate significava una vacanza di sogno in Maremma, tra gli amatissimi cugini, gli zii come altrettanti babbi e mamme, e i nonni, così vecchi — allora — e così saggi, nella libertà della natura, tra odori, sapori, immagini ed esperienze che mi hanno segnato. Io sono maremmano, o forse dovrei dire amiatino, fino al midollo. Durante le passeggiate dietro alle mura medioevali di Montenero ho cominciato a guardare il cielo con curiosità; e seduto su una tavola di legno — che una mia cugina ed io avevamo collocato sui rami di un fico nell’orto di nonna per creare un piccolo mondo tutto nostro — io ho cominciato a tracciare nella mia mente di bambino il percorso da seguire per onorare la mia terra. Si è sviluppato in me quel senso del dovere che mi ha tenuto sveglio a inseguire le stelle, in cielo o davanti a un computer o a un foglio di carta, anche quando il sonno mi aggrediva...».

Gli studi. L’amore per il cielo, la scelta tra fisica e storia: ha vinto la prima. Perché?
«Fisica e storia: mi piacevano entrambe. Anzi, alla fine del liceo credevo mi piacesse di più la seconda. Ma, costretto a scegliere, alla fine ho optato per il mio primo amore, l’astronomia. Ho studiato all’università di Padova, la più vicina a dove viveva la mia famiglia paterna. Una università gloriosa, celebrata dal passaggio del giovane Copernico e dall’insegnamento di Galilei. È a Padova che il genio pisano guardò per la prima volta il cielo con un cannocchiale, spalancando le porte dell’infinito a un’umanità autoreferenziale e incartapecorita. Ho avuto un grande maestro nel professor Rosino. Un uomo d’altri tempi che mi ha insegnato ad amare il mio lavoro anteponendolo a tutto, affetti esclusi. Amava dire che siamo pagati poco — cosa verissima soprattutto per i giovani d’oggi — per fare un lavoro che faremmo comunque anche gratis. E poi, come mio padre, anche lui conosceva a memoria la letteratura italiana che non smetteva di recitare mentre osservavamo il cielo. Gli chiesi perché consumasse la sua memoria con qualcosa che bastava leggere, e lui mi spiegò che i nostri grandi erano suoi compagni nei momenti di solitudine. L’astrofisica, però, l’ho imparata in Texas da Gérard de Vaucouleurs, uno dei grandi del secolo scorso di cui mi onoro di essere stato allievo e poi amico e collega».

La ricerca scientifica è un cammino faticoso e spesso doloroso, vero?
«Sì, un percorso che impegna tutte le tue forze fisiche e mentali. Devi sempre guardare in alto e scacciare paura e stanchezza per evitare errori fatali e crolli nervosi. E quando cadi, devi saper ricominciare. A me è capitato con il più grosso progetto scientifico cui ho messo mano. Un incidente stava per vanificare il sogno di dare all’Italia una bella macchina astronomica, la più bella del suo genere. Grazie a Dio, ho saputo tener duro, e alla fine, con l’aiuto determinante di alcuni bravissimi colleghi, ho vinto. Ora dalle Ande cilene un telescopio tutto italiano ma gestito dalla più grande organizzazione astronomica del mondo, l’Osservatorio Europeo Australe, esplora il cielo ogni notte serena. Per esempio, in questi mesi stiamo studiando le immense praterie di materia che circondano le galassie dell’ammasso di Fornace. Come si sono formate? Per ora non lo sappiamo, ma la risposta è a portata di mano... Sempre che chi controlla i cordoni della borsa in Italia non decida di strangolare definitivamente ogni ricerca nel Bel Paese».

Ha ricevuto da poco due lauree honoris causa in Russia, ha lavorato in tutto il mondo. La scienza annienta le barriere?
«La scienza pura è un’attività umana che non ha frontiere né patria. Solo quella applicata, che vale denaro e potere, rispetta i confini degli stati e delle lobbies. Da sempre lavoro in squadra con astronomi di tutto il mondo. È forse il regalo più bello che ho ricevuto dalla mia professione dopo la gioia della scoperta».

Lei è considerato anche un eccellente divulgatore scientifico, attento ai giovani; e scrive di stelle sui quotidiani. Com’è cambiata la comunicazione astrofisica nel tempo?
«La big science, com’è oggi l’astrofisica, costa molto denaro. Le risorse sono poche e c’è grande competizione per accaparrarsele. Ecco perché oggi la comunicazione scientifica è un vero e proprio marketing, con astuzie, sotterfugi e colpi bassi. Per me la divulgazione costituisce invece una forma di restituzione ai miei concittadini del privilegio che con il loro lavoro mi hanno concesso di avere. È anche un modo per contribuire a moderare quell’analfabetismo scientifico che a mio avviso è un’autostrada per imbavagliare la democrazia nel mondo».

Il cosmo, l’arte e la bellezza: che rapporto ci vede?
«Uno solo. Il fatto che l’attore è sempre lo stesso, l’uomo, con le sue pulsioni, le sue passioni, le sue paure e l’innata curiosità che ci evita di viver come bruti».

Quali sono i confini dell’universo attualmente visibili? Quanto lontano sono andati e possono arrivare gli scienziati nelle loro osservazioni?
«Con i potentissimi occhi artificiali realizzati sulla terra o collocati nello spazio, ci siamo spinti molto vicini al Big Bang, cioè a quell’istante iniziale da cui crediamo sia emerso il mondo fisico. Il resto del cammino è piccolo ma incredibilmente irto di difficoltà. Insomma abbiamo scoperto molto, ma l’ignoto domina ancora e dominerà sempre. La scienza è solo un cammino progressivo verso una meta che si sposta continuamente in avanti. Fra altri 140 anni sapremo molto di più, e forse rideremo del sapere di oggi, ma saremo comunque ancora occupati a porci le medesime domande. Da dove veniamo? Dove andiamo? E soprattutto, che diavolo ci facciamo qui? Non è una condanna, però. Anzi, forse proprio in questa perdurante incertezza sta il sale della vita».

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di Redazione web