Gioco
Chiantibanca rinnova le cariche, sconfitta la lista Bini Smaghi
Obihall strapieno quando prende la parola Bini Smaghi, clima infuocato e tensioni tra le opposte fazioni
FIRENZE. Ha giocato tutte le palle, ogni singolo passaggio, su tutti i campi. Lorenzo Bini Smaghi è andato avanti in cerca di una vittoria schiacciante fino all’ultimo secondo utile e sembrava che l’avesse a portata di mano quando, con il voto palese, ha intascato il parere favorevole per tutte le partite del bilancio: copertura della perdita da 90,4 milioni di euro e adesione al Gruppo Bancario Cooperativo Cassa Centrale Banca, insieme alle banche del Nord. Una manciata, poco più, tra voti contrari e astensioni. Sembrava fatta. Sembrava.
Il voto per il rinnovo del consiglio d’amministrazione, stavolta a scrutinio segreto, ha ribaltato i risultati. Il banchiere fiorentino, già membro del board della Bce, che fino a pochi anni fa era di casa a Francoforte, ha perso la partita più importante tra Pistoia, Prato, il Chianti e Siena, quella per l’elezione del consiglio di amministrazione: a sorpresa sono mancati a lui e alla sua lista circa 400 voti. I candidati, legati al vecchio gruppo dirigente “Fedeltà alla storia e alla cooperazione” hanno raccolto la maggioranza dei voti e lo hanno battuto (1519 contro 1178 voti). Un colpo di scena.
Bini Smaghi ha dovuto lottare contro un nemico quasi invisibile, non avendo più neppure uno sfidante diretto: l’altro candidato Gian Pietro Castaldi si era tirato indietro subito prima della candidatura ufficiale. Qualche giorno dopo ChiantiBanca è diventato anche un caso giudiziario, con la relazione dell’Organismo di vigilanza trasmessa alla procura della Repubblica dal consiglio di amministrazione in carica.
Tutti i veleni delle ultime settimane sono arrivati al pettine ieri mattina in un’assemblea infuocata, con contestazioni e persino un principio di rissa sul loggione della sala dell’Obihall, esaurito come nelle grandi occasioni. «Par d’essere alla festa di Renzi per le Primarie», scherza un socio fiorentino habituè del teatro. Ieri però mancavano i microfoni. «I non soci non hanno mai assistito ai lavori delle assemblee della banca da quando si è costituita» si è giustificato lo staff di Bini Smaghi.
Non far entrare i giornalisti è apparso subito un segno di debolezza. Il malessere riusciva ad arrivare ugualmente all’esterno complice il fatto che per votare i soci sono dovuti riuscire e rimettersi in fila, proprio com’era accaduto al loro arrivo per registrarsi. Un serpentone che si è snodato tra pizzette e pasticcini serviti sotto il sole in attesa di raggiungere la stanza in cui si votava mentre a pochi metri cominciavano a mettersi in coda, anche loro, le ragazze bramose di assistere al concerto di Benji e Fede. Due mondi. Da dentro si percepiva qualche fischio. Dai cellulari arrivavano foto e registrazioni degli interventi. Dalle ragazze grida e risate.
«Non è un’assemblea, è un tribunale», commentavano alcuni soci mentre Bini Smaghi leggeva una lettera allegata alla relazione della Banca d’Italia con il racconto di malagestioni, verbali cambiati e perdite occultate. Relazione in cui, nella parte finale, si legge anche che «Bankitalia si riserva ogni ulteriore intervento a tutela del sano futuro funzionamento della banca». Un endorsement, per alcuni, nei confronti di Bini Smaghi che nei passaggi del suo lungo intervento ha espresso il suo parere anche con frasi come «non siamo come la vecchia Monte dei Paschi, siamo una banca seria e solida» e «non è giustizialismo ma le cose bisogna dircele».
Sembra però che sia stata proprio questa conduzione di petto portata avanti nelle ultime settimane a non essere piaciuta ai soci, che in alcune fasi dell’assemblea sono intervenuti criticando la mancanza di democrazia e il ruolo accentratore di Bini Smaghi.Contestazioni ce ne sono state sia alla fine, durante le operazioni di voto sul bilancio, sia all’inizio quando si è negata (con i voti) la possibilità di allungare oltre 3 minuti i tempi degli interventi anche se poi all’ex direttore generale Andrea Bianchi ne sono stati concessi di più, sedici, per difendersi dalle accuse. «Ho fatto tutto per il bene della banca e non certo per il mio» il senso del suo intervento. All’uscita dall’assemblea non ha voluto rilasciare dichiarazioni. «E’ stata una giornata molto dura per me. Sono davvero molto provato. Parlerò tra qualche giorno» si è limitato a dire.
Cauto anche Gian Pietro Castaldi, «sorpreso del risultato» e che fa balenare un nuovo scenario: un dietrofront sull’adesione a Banca Centrale del Trentino, che pure è stata approvata dai soci.
Un tema all’ordine del giorno del primo consiglio di amministrazione, in cui siede anche Castaldi. C’è chi parla già di sue possibili dimissioni ma il commercialista non conferma. Mentre il neo consigliere eletto Fabrizio Pagliai fa catenaccio sul nome del nuovo presidente: che – secondo i rumours – potrebbe essere Cristiano Iacopozzi, prof universitario a Siena, eletto nella lista vincente: «Il presidente sarà scelto nel primo Cda, già nei prossimi giorni» dice Pagliai, respingendo l'idea che si sia consumato un “conflitto” all'interno dell'istituto di credito.
Conflitto che invece vede chiaro Castaldi. «Non potremo non considerare che c’è una gran parte dei soci che si è espressa in modo diverso dalla maggioranza. Un cda non è una dittatura e dovremo tenerne conto». «Ha vinto l’assemblea. Ci siamo divisi troppo, su tutto. E questo non fa parte dello spirito della cooperazione» chiosa Claudio Tongiani, ex consigliere di amministrazione.
ChiantiBanca ha voltato pagina e ha scelto la “continuità”, non con il presidente uscente Bini Smaghi ma con la sua tradizione. Una svolta che avrà conseguenze sullo scenario bancario regionale.
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