Gioco
Braccio di ferro tra finanza e manifattura: l'incerto futuro della Richard-Ginori
La multinazionale del lusso Kering (di cui fa parte Gucci) ha rilevato l'attività produttiva di Sesto Fiorentino e vuole investire, ma pone come condizione l'acquisto dei terreni che appartengono a un pool di banche e a tre imprenditori pratesi, altrimenti delocalizzerà l'attività. E non basta neppure il rilancio del Museo della porcellana deciso dal ministro Franceschini
SESTO FIORENTINO. Finanza contro produzione di beni, speculazione immobiliare contro manifattura. E in mezzo la sorte di 280 posti di lavoro e di un marchio toscano conosciuto nel mondo, la Richard-Ginori. Una storia in bianco e nero, buoni contro cattivi, di quelle in cui si sa subito da che parte stare.
Eppure è un garbuglio intricato quello in cui è finita la Richard-Ginori (oggi "Richard-Ginori 1735"), il cui marchio venne rilevato da Gucci dal fallimento nel 2013, ma che ora è di proprietà della multinazionale francese del lusso Kering (di cui per altro fa parte anche Gucci). Ci sono diversi fattori in gioco: lo storico stabilimento di Doccia (Sesto Fiorentino) che produce piatti e porcellane, oggetti bellissimi, a metà tra artigianato e arte; i 280 dipendenti, con contratto di solidarietà; il Museo della porcellana, chiuso da quattro anni, che ora lo Stato è pronto ad acquistare e rilanciare; un terreno di 130.000 metri quadrati su cui sorge lo stabilimento e di cui sono proprietari al 50% un pool di banche e per l’altra metà una società controllata da tre imprenditori pratesi.
Aggiungiamo anche 87 procedure di licenziamento previste nel piano industriale presentato dai proprietari e si capisce quanto sia complesso un intreccio che ruota tutto intorno a un solo punto: l'immobile e i 130.000 ettari di terreno. Kering li vuole acquistare perché ritiene la proprietà dei terreni e dello stabilimento una condizione indispensabile per continuare a investire nella produzione a Sesto, valorizzando così anche la presenza del museo. In altre parole, se la Richard-Ginori non diventerà proprietaria di quei 130.000 ettari e dell'immobile, la manifattura sarà trasferita altrove. A primavera 2016 la Kering ha rinnovato il contratto d'affitto per altri tre anni (fino al 2019) e nel frattempo ha avanzato un proposta d'acquisto su una base, si dice, di 4-5 milioni di euro. La trattativa con banche e imprenditori va avanti, ma ancora non si intravede una conclusione. Prima di vedere perché, apriamo una parentesi.
Via libera al Museo della porcellana. Solo pochi giorni fa c’era stata una buona notizia per la Ginori. L’intervento del ministero aveva sciolto il nodo del Museo della porcellana. Un passo incoraggiante, ma non essenziale per decidere le sorti di uomini e azienda. Se lo stabilimento va altrove, anche il museo perderà il suo valore, con conseguente impoverimento di tutto il territorio.
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Per il Museo della Richard-Ginori, una delle collezioni di porcellane più importanti del mondo nata nel 1754 per volere del marchese Carlo Ginori (oggi sono 8.000 pezzi, dalle sculture tardo barocche ai pezzi moderni disegnati da artisti), si sono mossi dei pezzi da novanta. E' arrivato a Firenze il ministro della cultura Dario Franceschini per annunciare, prima del G7 di Lucca, che lo Stato è pronto ad acquisire il museo (immobile e collezione) entro l’estate. Il governatore Enrico Rossi ha detto che la Regione farà la sua parte, la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze è disponibile a collaborare, gli industriali fiorentini hanno portato in dote 500.000 euro raccolti tra le aziende del territorio per coprire le spese di riapertura al pubblico del museo, rimasto chiuso dopo il fallimento della Ginori nel 2013. Serviranno per gli interventi urgenti sull'immobile, danneggiato dalla lunga chiusura. Poi bisognerà trovare partner - istituzioni e private - interessati a gestire e promuovere lo spazio espositivo. “Il museo è un pezzo della nostra identità manifatturiera, uno dei primi musei industriali d’Italia – ha detto Luigi Salvadori, presidente designato di Confindustria Firenze - Ginori rappresenta da 300 anni il bello e il ben fatto fiorentino”.
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Il nodo dei terreni. Ma se un problema si è avviato a soluzione, la questione decisiva resta ancora in alto mare. E si torna al punto della proprietà dei terreni e dello stabilimento. Per tenere alta l’attenzione sulla questione, i sindacati della Richard-Ginori hanno organizzato il 21 aprile scorso un picnic davanti alla sede Unicredit in via Gramsci a Sesto. Davanti a un banchino con porchetta, baccelli e pecorino, Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil, Cobas e Rsu hanno presentato le 1800 firme raccolte sulla petizione on line. L’interesse dei sindacati coincide in questo caso con quello dell’azienda. I sindacati chiedono all'azienda di continuare la trattativa per acquisire il terreno e realizzare gli investimenti nelllo stabilimento, e alla finanza "di non perdere un'occasione per dimostrare che il credito non è un ostacolo allo sviluppo civile e economico del territorio".
Sullo stesso fronte ci sono le istituzioni. Il sindaco di Sesto, Lorenzo Falchi (Sinistra Italiana) ribadisce che "il futuro dello stabilimento Richard-Ginori e la riapertura del vicino museo sono due questioni indissolubilmente legate e che vanno tenute insieme”. E avverte: "Non vogliamo che la finanza e I suoi assurdi meccanismi provochino la delocalizzazione della produzione". Gli dà manforte il presidente della Regione, Rossi: "Speculazione e interessi finanziari non prevarrano sulle prospettive produttive e manifatturiere e sul lavoro di tante persone". Con chi ce l'hanno? E perché il picnic del sindacato era stato organizzato davanti a Unicredit? Occorre un passo indietro.
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La trattativa non decolla. Per capire come si è arrivati a questa situazione ingarbugliata, bisogna tornare al fallimento della Richard-Ginori nel 2013 e alla separazione tra l'attività produttiva e i terreni su cui essa sorge. Kering rilevò l'attività produttiva e riassunse i 230 dipendenti, poi saliti a 280 con le successive assunzioni. La vecchia proprietà aveva però ceduto i terreni (130.000 mq) e l'immobile a una società appositamente costituita, la Ginori Real Estate, partecipata al 50% dalla fallita Ginori e per il 50% dalla Trigono srl, società controllata dagli imprenditori e immobiliaristi pratesi Mario Nencini, Roberto Bini e Riccardo Fusi.
Il 50% della fallita Ginori è poi passato a un gruppo di banche creditrici nel fallimento, che ventano ipoteche sull'immobile e i terreni: Unicredit, Bnl e Banca popolare di Vicenza. Questo assetto (banche più imprenditori pratesi) ha avviato la trattativa per la cessione dei terreni al gruppo Kering. Ma c'è stato un altro intoppo. Nel frattempo Unicredit ha ceduto il suo credito a Dobank. E il nuovo socio ha chiesto che le trattative ricominciassero daccapo, forse immaginando di realizzare maggiori plusvalenze. Ecco perché la manifestazione del sindacato si è svolta davanti a Unicredit, ed ecco perché la trattativa a cui è legato il futuro dello stabilimento ancora non vede una soluzione.
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Preoccupato di cacciare lo spettro di una Ginori che lascia Doccia, il sindaco di Sesto si è subito affrettato a smontare eventuali pretese speculative: "Sia chiaro che quell'area è e rimarrà destinata all'attività produttiva, nessun cambio di destinazione sarà mai autorizzato". Bisogna ricordare che la Ginori, deve la sua origine alla Manifattura di Doccia, fondata nel 1735 dal marchese Carlo Ginori. E qui è rimasta la produzione anche dopo la fusione con il gruppo industriale del milanese Augusto Richard nel 1896. Per l'area fiorentina sarebbe un colpo durissimo perdere tani posti di lavoro e un marchio così prestigioso
Intanto gli imprenditori pratesi non parlano e neppure il loro rappresentante, il commercialista Fabrizio Franchi (uno dei liquidatori della Ginori Real Estate). Resta da capire se nel silenzio qualcosa si muove. O aspettare il prossimo appuntamento tra le due parti già fissato al Ministero dello sviluppo.
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