Il Tirreno

Toscana

Trasfusione sbagliata, la disperazione di una mamma: "Ho trasmesso l’epatite C a mia figlia"

di Lara Loreti
Trasfusione sbagliata, la disperazione di una mamma: "Ho trasmesso l’epatite C a mia figlia"

La donna: «Sono andata in ospedale per essere operata di ulcera e sono uscita malata di epatite C. Senza saperlo: l’ho scoperto solo anni e anni dopo»

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FIRENZE. Il dolore, il contagio, un grande segreto. Non è un film, è la vita di Anna (nome di invenzione): infettata da un’emotrasfusione, ha trasmesso la malattia alla prima figlia durante la gestazione. Alla secondogenita non ha mai rivelato nulla. Sessantanove anni, nata e cresciuta nella provincia di Firenze, vedova, alle spalle ha un passato pesante. Capitoli dolorosi che non ha mai potuto archiviare: «Avevo 28 anni. Sono andata in ospedale per essere operata di ulcera e sono uscita malata di epatite C. Senza saperlo: l’ho scoperto solo anni e anni dopo. Nel frattempo ho avuto la mia prima gravidanza e ho infettato anche mia figlia. All’altra, la seconda, non abbiamo mai detto nulla: io per prima ho voluto evitarle questo dolore e tutti i disagi conseguenti. È da oltre 25 anni che vivo appesa a un filo».

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CONTAGIATA MAI INDENNIZZATA

Ancora oggi l’incubo non è finito. E il ricordo delle sofferenze patite è sempre lì, pronto a pungolare la sua vita. «Ora il virus sembra quiescente, sia per me sia per mia figlia, ma siamo costrette a fare controlli ogni sei mesi — dice Anna — Io serena non sono mai e finché camperò mi porterò dietro questo fardello». La sessantanovenne è una dei circa 200 infettati toscani “esodati”, coloro cioè che sono stati esclusi dalla possibilità di avere dal Ministero della Salute la cosiddetta “equa riparazione” di 100mila euro perché non hanno fatto azioni risarcitorie prima del 2007, come avrebbero dovuto secondo la legge.

CAUSA PILOTA

Ad assistere la 69enne in questa battaglia è l’avvocato Marcello Stanca, paladino degli infettati, presidente dell’Amev, l’Associazione per malati emotrasfusi e vaccinati. «Lei è stata la mia causa pilota che mi permetterà di portarne avanti molte altre finora impossibili- dice il legale che assiste e ha assistito centinaia di pazienti nella sua carriera — Con lei abbiamo vinto in Cassazione: è stata dura, ma ce l’abbiamo fatta e ora la mia cliente potrà prendere gli indennizzi mensili, compresi gli arretrati, dal 2004 in poi. Il nuovo obiettivo sarà far ottenere a lei e a tutti coloro che si trovano nella sua situazione anche il risarcimento di 100mila euro. Vedremo». Tredici anni di battaglie nelle aule di tribunale sono tante, ma Anna lotta da molto più tempo.

TUTTO PER UN’ULCERA

È il 1976 quando la fiorentina viene ricoverata per un’ulcera all’ospedale di San Giovanni di Dio. È una giovane donna, piena di progetti e speranze, primo su tutti quello di mettere su famiglia. Il lavoro ce l’ha, il fidanzato anche, si deve solo costruire il futuro. L’operazione allo stomaco va bene, ma durante il ricovero la donna viene sottoposta ad alcune trasfusioni. Tutto sembra procedere bene. E nei primi anni Ottanta, Anna rimane incinta: è il primo sogno che si avvera. «Ero anemica e anche allora furono necessarie delle trasfusioni — racconta — Il parto andò bene, tornai a casa e tutto sembrò procedere normalmente. Non avevo sintomi particolari, nessun problema».

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L’EPATITE C

Ma qualche anno dopo, e cominciano i primi disagi. Anna è debole, ha spesso mal di testa, certi giorni non ce la fa ad alzarsi dal letto. Il suo medico le prescrive degli esami da cui emerge un dato preoccupante: i valori delle transaminasi nel sangue sono alti. Ed è la prima spia di una possibile epatite C in atto. «Il dottore mi mandò a Careggi per ulteriori accertamenti, compresa una biopsia al fegato. Fu allora che ebbi la certezza di aver contratto il virus. Mi dissero che quasi sicuramente ero stata infettata da una trasfusione». Una diagnosi che suona come una sentenza e non c’è avvocato che possa ribaltarla.

IL SEGRETO CONDIVISO SOLO CON IL MARITO

Da un momento all’altro la vita si allontana, le impone una distanza verso gli altri. E tutte quelle certezze che fino allora rendevano bello e sicuro il mondo di Anna si sgretolano. «Lo so solo io quello che ho passato — dice la donna piangendo — Per anni non ne ho parlato con nessuno, solo con mio marito mentre i valori nel sangue oscillavano e non mi facevano mai stare in pace. Le bimbe erano piccole e io temevo soprattutto per loro. Le tenevo sotto controllo costantemente perché in ogni istante poteva succedere qualcosa che avrebbe messo a rischio loro e tutta la nostra famiglia. E le sottoponevo sempre alle analisi: finché erano negative tiravo un sospiro di sollievo».

IL CONTAGIO DELLA FIGLIA

Poi però un brutto giorno, gli esami del sangue della più grande delle bambine risultano positivi: anche lei è contagiata. A soli 8 anni. Il calvario non è finito, anzi. La tortura raddoppia. Anna è costretta a vivere nel terrore del contagio per sé e per la bimba: «Al lavoro ero terrorizzata, stavo sempre per conto mio, avevo paura di ferirmi. E impazzivo all’idea che gli altri potessero venire a conoscenza della mia malattia. Viviamo in un paesino e se si fosse saputo del rischio del contagio ci avrebbero trattato come delle appestate. Per la piccina avevo tanta premura, soprattutto quando era a scuola». È per questo che prima di dire alla figlia della malattia, la donna aspetta che lei abbia 18 anni. «Non volevo privarla dell’infanzia, della spensieratezza — dice — Soffrivo troppo all’idea che lei si percepisse malata e diversa».

LO CHOC

Ma lo choc è comunque enorme per la ragazza. «Quando seppe della notizia, ebbe una crisi tremenda. Stava malissimo, non andava a scuola, era sempre a casa e non parlava più — racconta la mamma — Ma io come facevo a non dirglielo? Dovevo, non ho avuto scelta». Anna non riesce a trattenere le lacrime: rivive il dramma, compreso il trauma dei cicli di terapia. «L’ultimo io l’ho fatto nel 2013; mia figlia, invece, meno di un anno fa ed è durato sei mesi — dice — Ora il virus sembra sparito, ma la verità è che non va mai via per sempre. Ti resta il marchio, fuori e soprattutto dentro».

Entro l’anno Anna dovrebbe ricevere l’indennizzo con gli arretrati. «Prendo poco più di 700 euro di pensione e se penso quanto speso per la salute, mi gira la testa. Questi soldi ci aiuteranno almeno a coprire le spese. Ma nuove non torneremo mai».

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