Addio a Scarponi, Cassani: "Distratti al volante dai cellulari e così diventiamo killer"
La riflessione del commissario tecnico della nazionale dopo l'incidente che è costata la vita a Michele Scarponi
LIVORNO. Davide Cassani, trascorsi da ciclista professionista e da commentatore televisivo, da gennaio 2014 è commissario tecnico della nazionale di ciclismo professionisti. La scomparsa di Michele Scarponi lo tocca nel profondo. E non si sottrae a una riflessione sulla sicurezza stradale, all’origine di molti incidenti mortali di ciclisti.
La sicurezza per i ciclisti le sembra ancora un’illusione?
«Purtroppo la morte di Scarponi è l'ennesimo campanello d'allarme che rischia di rimanere inascoltato. Ciclisti e pedoni sono l'anello debole di chi viaggia in strada: non è un caso se ogni anno registriamo nuove vittime».
Cosa pensa del nuovo disegno di legge che impone ai veicoli la distanza di sicurezza sorpassare le bici?
«È un segnale positivo, ma non credo che basterà; purtroppo si tratta di una questione di civiltà, di educazione che gli italiani sembrano non possedere».
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Si spieghi meglio.
«Statistiche aggiornate a livello europeo indicano che in Italia siamo di gran lunga al primo posto per gli incidenti causati dalla disattenzione degli automobilisti mentre guidano; sì, il vero killer è la disattenzione, la superficialità di chi guida, magari parlando al telefonino o utilizzando altri marchingegni elettronici».
Ma come si può cambiare l’abitudine di guidare incollati al cellulare?
«Ferma restando la disastrosa situazione attuale occorrerà molto tempo, oltre a una corretta e continua educazione stradale. Al volante tutti pensano di avere sempre la consapevolezza di quello che stanno facendo, di tenere ogni cosa sotto controllo ma non è così: con 1 secondo di distrazione, a 60 chilometri l'ora, l'auto avanza di 16 metri; con 3 secondi i metri diventano 50 e a questa velocità, con 3 secondi di distrazione si può uccidere una persona».
Un suo giudizio sulla tragedia di Scarponi?
«Con informazioni complete si rischia di fare valutazioni sbagliate, perciò non voglio dare giudizi, anche perché io stesso, durante le uscite in bici, in anni recenti sono stato vittima di incidenti; in entrambe le occasioni ero da solo e ritenevo che le auto mi avessero visto, invece mi sono venute addosso».
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Nel suo caso, quale è stato il bilancio degli incidenti?
«La prima volta ho riportato la frattura della clavicola, la seconda quella dell'omero, ma poteva andare molto peggio. Il ciclismo è lo sport che più soffre il caos spesso letale del traffico».
Come intervenire per aiutare i ciclisti?
«Le piste ciclabili servono a poco – almeno per come le costruiamo in Italia – sono aperte a chiunque e sono troppo trafficate anche da podisti e gente comune; i ciclodromi sono utili principalmente per salvaguardare le categorie giovanili, ma a rischio quotidiano di gravi incidenti sono soprattutto gli Amatori e i ciclisti in allenamento che fanno agonismo, dai 16 anni in su. Servono più educazione stradale e consapevolezza da parte di chi guida, oltre che norme severe con punizioni esemplari per chi tiene comportamenti pericolosi».
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