Il dolore
Il direttore con la tangente: «Ma no, è il mio stipendio»
di Alessandro Bientinesi
La finanza lo ha arrestato in un ristorante di Recco. Walter Pardini, originario di Livorno, dalla villetta nella campagna lucchese alla trappola della tributaria
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LUCCA. Domenica scorsa era nella sua villetta a Montuolo, campagna lucchese al confine con la provincia pisana. Luogo immerso nella natura dove Walter Pardini, 64 anni originario di Livorno e direttore dal 2016 dell’Agenzia delle entrate di Genova dopo aver rivestito lo stesso incarico nella città labronica, torna ogni fine settimana per trascorrere il tempo libero da lavoro con la moglie, la figlia e i suoi due cani. Il giorno successivo Pardini, descritto dai colleghi di lavoro e anche dai vicini di casa come «ritratto del rigore e dell’onestà» viene fermato dalla guardia di finanza di Genova fuori dal ristorante “da Manuelina” di Recco con in tasca una tangente da 7500 euro. «Era il mio stipendio» è stata la risposta agli agenti della tributaria che lo hanno fermato dopo che il funzionario, secondo l’accusa, aveva incassato una mazzetta per “aggiustare” un debito tributario di 20 milioni di euro di un’agenzia di logistica e sicurezza di Napoli. Con Walter Pardini, accusato di corruzione, in carcere sono finiti anche due commercialisti e un avvocato dell’azienda campana: Massimo Alfano, 48 anni, Francesco Canzano, 64 anni, e Luigi Pelella, 57 anni. Indagato per concorso in corruzione è Stefano Quaglia, commercialista genovese che aveva istruito la pratica per la Securpol Group.
L’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto procuratore Massimo Terrile sembra essere, però, solo nella sua fase iniziale. Tutto nasce quando il nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza si insospettisce per uno strano trasferimento: la società campana, infatti, a ottobre sposta la sede legale a Genova in via Assarotti senza avere alcun legame con la città. Neppure una filiale. Gli uffici non esistono, nel palazzo c’è solo una targhetta e un campanello. E mancano anche le autorizzazioni che deve avere un’azienda che si occupa di sicurezza. La Securpol, poi, non ha nessun cliente in città. Anche sul sito internet dell’azienda non c’è traccia di Genova e della Liguria in generale. In Toscana, invece, ha sedi in tutte le province, con la sola esclusione di Prato. Livorno, poi, è un centro nevralgico, visto che anche le sedi di Pisa, Lucca e Massa rimandano a quella livornese di via Leonardo Da Vinci. Lo scopo del trasferimento, dunque, sarebbe stato quello di far sì che la transazione arrivasse a Genova per la discussione. E la guardia di finanza sta cercando di capire dove e come il contatto tra Pardini e la Securpol sia nato. Anche con una serie di fascicoli, almeno una cinquantina solo nella giornata di ieri, acquisiti mettendo in campo un numero di agenti che lasciano intendere come l’inchiesta sia solo in una fase iniziale. I documenti, infatti, riguardano principalmente contenziosi pendenti, molti da milioni di euro, di fronte alla commissione tributaria di Genova. Il ruolo di Pardini sarebbe centrale. Lui, infatti, può decidere, come nel caso Securpol, quanto far pagare. La transazione, per molti, è la via più facile. Pelella conosce Pardini, in quanto ex dirigente a Napoli dell’agenzia delle entrate. Lo scorso dicembre l’indagine, denominata “Grinch”, entra nel vivo e la finanza scopre il falso trasferimento, iniziando una fase di intercettazioni telefoniche e ambientali per ricostruire l’intera rete di corruzione.
Anche perché Pardini è un insospettabile: ex dirigente dell’Audit di Roma, il vecchio ispettorato che controlla che le pratiche dell’agenzia delle entrate venissero svolte correttamente. Lunedì sera, poi, l’appuntamento: Pelella, Alfano e Canzano arrivano a Genova in aereo e raggiungono Pardini, che poche ore prima era nella sua casa di Montuolo, a Recco. I quattro, però, non sanno che al tavolo del ristorante “Manuelina” ci sono in borghese come normali clienti gli agenti della tributaria. Dopo la cena, nel piazzale, Pardini prende la busta con 7500 euro e se la mette in tasca. La guardia di finanza esce allo scoperto e lo ferma. Le prove, anche con filmati, sono schiaccianti. Il sospetto, però, è che questa mazzetta per una pratica da 20 milioni di euro sia solo una piccola parte di una corruzione più ampia. Magari una garanzia affinché la pratica passasse da Genova dove Pardini sarebbe stato per Securpol un uomo di fiducia. Per fare chiarezza sulla sua posizione Pardini verrà interrogato dal gip Paola Faggioni domani mattina.
L’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati e dal sostituto procuratore Massimo Terrile sembra essere, però, solo nella sua fase iniziale. Tutto nasce quando il nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza si insospettisce per uno strano trasferimento: la società campana, infatti, a ottobre sposta la sede legale a Genova in via Assarotti senza avere alcun legame con la città. Neppure una filiale. Gli uffici non esistono, nel palazzo c’è solo una targhetta e un campanello. E mancano anche le autorizzazioni che deve avere un’azienda che si occupa di sicurezza. La Securpol, poi, non ha nessun cliente in città. Anche sul sito internet dell’azienda non c’è traccia di Genova e della Liguria in generale. In Toscana, invece, ha sedi in tutte le province, con la sola esclusione di Prato. Livorno, poi, è un centro nevralgico, visto che anche le sedi di Pisa, Lucca e Massa rimandano a quella livornese di via Leonardo Da Vinci. Lo scopo del trasferimento, dunque, sarebbe stato quello di far sì che la transazione arrivasse a Genova per la discussione. E la guardia di finanza sta cercando di capire dove e come il contatto tra Pardini e la Securpol sia nato. Anche con una serie di fascicoli, almeno una cinquantina solo nella giornata di ieri, acquisiti mettendo in campo un numero di agenti che lasciano intendere come l’inchiesta sia solo in una fase iniziale. I documenti, infatti, riguardano principalmente contenziosi pendenti, molti da milioni di euro, di fronte alla commissione tributaria di Genova. Il ruolo di Pardini sarebbe centrale. Lui, infatti, può decidere, come nel caso Securpol, quanto far pagare. La transazione, per molti, è la via più facile. Pelella conosce Pardini, in quanto ex dirigente a Napoli dell’agenzia delle entrate. Lo scorso dicembre l’indagine, denominata “Grinch”, entra nel vivo e la finanza scopre il falso trasferimento, iniziando una fase di intercettazioni telefoniche e ambientali per ricostruire l’intera rete di corruzione.
Anche perché Pardini è un insospettabile: ex dirigente dell’Audit di Roma, il vecchio ispettorato che controlla che le pratiche dell’agenzia delle entrate venissero svolte correttamente. Lunedì sera, poi, l’appuntamento: Pelella, Alfano e Canzano arrivano a Genova in aereo e raggiungono Pardini, che poche ore prima era nella sua casa di Montuolo, a Recco. I quattro, però, non sanno che al tavolo del ristorante “Manuelina” ci sono in borghese come normali clienti gli agenti della tributaria. Dopo la cena, nel piazzale, Pardini prende la busta con 7500 euro e se la mette in tasca. La guardia di finanza esce allo scoperto e lo ferma. Le prove, anche con filmati, sono schiaccianti. Il sospetto, però, è che questa mazzetta per una pratica da 20 milioni di euro sia solo una piccola parte di una corruzione più ampia. Magari una garanzia affinché la pratica passasse da Genova dove Pardini sarebbe stato per Securpol un uomo di fiducia. Per fare chiarezza sulla sua posizione Pardini verrà interrogato dal gip Paola Faggioni domani mattina.
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