Il Tirreno

Toscana

Snai in rosso, fasti e declino dell'impero delle scommesse

Luca Cinotti
La sede del gruppo Snai a Porcari
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La sede del gruppo Snai a Porcari

I cavalli, le slot, i fondi finanziari: la parabola della società che da un paese, Porcari, ha sfidato l’Europa. Dieci anni di bilanci negativi

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LUCCA. No, il banco non vince sempre. Anche in Italia, il paese dove nel 2016 si sono utilizzati 95 miliardi per alimentare scommesse, videopoker, giochi, gratta e vinci può capitare che la pallina giri e si fermi sul colore che non si era scelto. Così si continua a perdere, giocata dopo giocata, anno dopo anno. Fino ad arrivare alla cifra tonda dei dieci anni: dieci anni quelli che hanno visto la chiusura in rosso del bilancio da parte di Snai, il colosso con sede a Porcari, nella Piana di Lucca, che partendo da ippica e scommesse sportive ha realizzato un impero che ora scricchiola di fronte all’impotenza delle istituzioni e alla disperazione di centinaia di lavoratori: 54 in Lucchesia hanno ricevuto la lettera di avvio della procedura di licenziamento.

10 ANNI DI BILANCI IN ROSSO
È dal 2007 che Snai non registra un utile di esercizio. Da allora solo segni “meno” davanti a cifre importanti, fino alla perdita di 54 milioni nel 2015, ultimo bilancio disponibile. Una crisi anche finanziaria che ha portato alla fusione con un altro operatore del settore, Cogetech. Un’operazione dove solo apparentemente il pesce grande (Snai) ha mangiato quello piccolo. In realtà l’azienda lucchese, in affanno di ricavi e capitali, aveva bisogno di un partner per affermarsi nel mercato più in crescita, quello delle videolotterie, le macchinette sparse in migliaia di locali. Perché questa storia, tutta vissuta durante gli anni della Grande Crisi, ha due tratti tipici della parabola economica italiana: la difficoltà a stare al passo con l’innovazione e lo sbarco della finanza nella proprietà delle grandi aziende, con l’eclissi della figura dell’imprenditore che oltre a bilanci e partite doppie, investiva su progetti e persone.

LA PARTENZA COI CAVALLI
Già, le persone. Come Maurizio Ughi, l’uomo dal quale parte tutto. Sessantanove anni, origini livornesi, ha eretto a impero l’attività di sala corse che il padre, sfollato a Lucca, aveva intrapreso nel Dopoguerra. Snai come la conosciamo oggi nasce all’inizio degli anni Novanta intorno al core business dei cavalli. La svolta è alla fine del decennio, quando viene tolto il bando alle scommesse sportive e si liberalizza la scommessa. La rete fisica di Snai, evoluzione delle agenzie ippiche, diventa allora un punto di forza: nel 2015 erano poco meno di 1.500 gestite direttamente e altre 561 tramite contratto di servizi con altri concessionari.

UGHI CEDE IL PASSO
Negli anni Duemila Snai cresce (e registra utili), ma in contemporanea aumentano i debiti. Nel 2011 Maurizio Ughi getta il sasso nello stagno e vende il pacchetto di maggioranza della società. È il passaggio fondamentale. Ad acquisire il controllo sono due fondi di private equity che fanno capo a Giorgio Drago e Andrea Bonomi: quest’ultimo è stato l’antagonista (sconfitto) di Urbano Cairo nella scalata a Rizzoli e Corriere della sera.
Il rilancio, però, non arriva. Piuttosto nel grande e anonimo palazzone in cemento e vetro di Porcari, fra le cartiere e i supermercati, diventa palpabile fra i dipendenti il rimpianto per la “vecchia” Snai e per i vecchi dirigenti. Perché Ughi, dopo poco tempo, lascia la sua creatura per continuare a gestire solo la rete di agenzie “di famiglia”. Nei piani alti di Snai, invece, si comincia a pensare quasi esclusivamente ai report con i dati di bilancio, rimanendo indietro rispetto al vorticoso sviluppo del mercato. Perché sono gli anni della crisi, ma sono anche quelli del boom delle giocate secondo la tendenza (per tanti versi distruttiva) “anticiclica”: meno soldi in tasca, ma più soldi nelle macchinette.

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LE MACCHINETTE
Sono queste ultime le grandi protagoniste degli anni Dieci di questo secolo. Nelle sale giochi, o negli angoli di bar e tabaccherie. A volte installate - dicono i titolari storici delle concessioni - senza alcuna autorizzazione ma solo in virtù di sentenze comunitarie. Sia come sia, la predominanza della presenza “fisica” di Snai con le sue agenzie in questo frangente diventa se non controproducente quantomeno un limite. Le scommesse sportive, infatti, non hanno avuto la stessa accelerata dei videopoker, con la loro rete più agile. Per non parlare delle puntate sull’ippica, che non accennano a rianimarsi. E così mentre il fatturato oscillava fra aumenti e bruschi cali, il debito raggiunge - tramite i prestiti obbligazionari - il mezzo miliardo di lire.

Il “principe azzurro” che arriva a salvare la Snai è allora uno dei suoi concorrenti, Cogetech. Che in dote porta una specializzazione nei videopoker, il settore in cui Snai zoppica: l’azienda milanese ha oltre 34.000 macchinette sparse in tutta Italia. Secondo molti si tratta di un matrimonio annunciato - e anche un po’ combinato. Perché fin dal 2011 si sapeva che il fondo Investindustrial di Bonomi oltre a essere socio di Snai è anche nella compagine di Cogetech. Da qui a dire che si tratti anche di un matrimonio destinato a funzionare, la strada è lunga e piena di ostacoli. E dare una risposta non può che essere giocare d’azzardo.
 

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