Il Tirreno

Toscana

Un vulcano freddo nel mare toscano

di Luca Centini
Un vulcano freddo nel mare toscano

Da mezzo secolo fra l’Elba e Montecristo l’acqua esplode Gli studiosi propongono: «Segui il metano per la risposta»

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CAMPO NELL’ELBA. È come se la Natura avesse guardato dritto in faccia i pescatori che stavano calando le reti. E poi, con un sorriso beffardo, li avesse lasciati di stucco, liberando un boato nell’aria, seguito da una colonna di acqua, fango, gas e detriti. Un soffio dal profondo del mare, dalla pancia di un vulcano di fango sommerso.

Quello che è accaduto giovedì 16 marzo nel triangolo remoto di mare tra Pianosa e Montecristo ha indossato subito l’abito dai colori indecifrabili del mistero: un geyser di fango è emerso senza preavviso a poche miglia a nord dello Scoglio d’Affrica, punto di riferimento dall’aspetto psichedelico per i diportisti e i pescatori che navigano dall’Elba alla Corsica.

A inizio secolo un evento del genere sarebbe passato di bocca in bocca, di porto in porto. Si sarebbe ingigantito con gli anni, racconto dopo racconto, e avrebbe di certo alimentato le superstizioni tra i vecchi pescatori. Sarebbe accaduto questo anche stavolta, se solo la scienza non si fosse messa in mezzo collegando in una settimana esatta tutte le tessere del mosaico necessarie a dare una riposta concreta, anche se non ancora completa, su quanto accaduto nel mare tra la Corsica e Montecristo.

Ebbene, a poche miglia a nord dal faro dello Scoglio d’Affrica gli studiosi dell’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia hanno rilevato, grazie all’ausilio di telecamere termiche e a campioni chimico-fisici dell’acqua un «grande arricchimento in metano», ha spiegato il direttore dell’Ingv toscano, Gilberto Saccorotti. Non solo. I sedimenti del fondale sono stati smossi in maniera evidente da qualcosa, senza però «alcuna variazione termica degna di nota». La traduzione è semplice: quella sorta di geyser è emerso dall’acqua per l’azione di una miscela di gas, a prevalenza metano, che ha rimosso con violenza una specie di tappo di fango. E dietro a questa attività - dicono gli stessi esperti dell’Ingv con una certa dose di sicurezza - si cela l’attività di un piccolo vulcano di fango. Freddo - e proprio per questa caratteristica - completamente diverso da un vulcano standard, con tanto di magma e lava incandescente.

Marco Morelli, direttore della Fondazione Parsec di Prato, ha usato termini precisi per spiegare il fenomeno naturale: in profondità il gas gonfia delle sacche. Non esce per l’ostruzione dei sedimenti del fondale che resistono all’energia del sottosuolo finché possono. Quando la copertura si rompe, ecco l’esplosione e la miscela di gas e detriti che sfida la gravità con una pressione potentissima, fino a sgonfiarsi come un palloncino bucato.

Del resto il gas metano è stato, fin da subito, la chiave per decriptare il mistero dello Scoglio d’Affrica. Seguendo le bollicine Il Tirreno ha rivelato come, già da decenni, quel tratto di mare tra la Corsica e l’Elba sia stato studiato per la sua grande vitalità del sottosuolo. Già nel 1968, infatti, l’istituto di geologia di Genova pubblicò uno studio in cui si svelava l’esistenza di piccoli giacimenti di gas di fronte allo Scoglio d’Affrica. Tra gli anni Settanta e Ottanta l’Agip provò persino a metterci le mani su quella ricchezza imprigionata tra le vene del sottosuolo: la compagnia ottenne due permessi di ricerca e aprì due pozzi, Martina 1 e Mimosa 1. In entrambi i casi l’azienda ritenne però la quantità di metano insufficiente per una produzione di tipo industriale.

Nel 1984 della questione se ne occuparono quattro deputati, tra cui Altero Matteoli, che presentarono un’interrogazione parlamentare all’allora ministro alle partecipazioni statali, Clelio Darida, chiedendo il motivo del «mancato sfruttamento dei giacimenti di metano al largo dello Scoglio d’Affrica».

Per anni, poi, è calato il silenzio. Nei primi anni Duemila, pochi chilometri più a nord, la multinazionale australiana Key Petroleum avviò delle prospezioni, arenatesi in seguito alla battaglia di Legambiente e delle altre associazioni ambientaliste.

Segui il metano, dunque. Gli scienziati tedeschi dell’Hydra Institute lo fanno da anni, per studio. Hanno individuato tre spot dislocati in un asse longitudinale (Pomonte, Pianosa e, appunto, lo Scoglio d’Affrica). Tre punti in cui il metano esce in superficie con un flusso costante, come le bollicine di champagne che corrono lungo la parete verticale di una flute. Nel 2011 hanno filmato l’ambiente sottomarino dell’Affrichella, nuotando tra quelle colline fangose sotto cui si agitano le miscele di gas.

Un vulcano di fango nel cuore del mar Tirreno è di certo un caso scientifico da approfondire, così come resta da chiarire se l’attività mineralogica sul fondale dello Scoglio d’Affrica sia collegabile in qualche modo ai boati che, spesso, sono avvertiti dagli abitanti del versante occidentale dell’isola d’Elba. I rumori fanno vibrare le finestre. Nessuno è mai riuscito a spiegarli, almeno fino ad oggi. Ma ormai i misteri, nel mare tra l’Elba e la Corsica, hanno vita breve.

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