Il Tirreno

Toscana

Omicidi e coca, arresti a Livorno

di Paolo Nencioni
Omicidi e coca, arresti a Livorno

Per far passare la droga nel porto, la ’ndrangheta pagava stipendi da 20mila euro al mese

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FIRENZE. Seguendo le tracce della droga sono arrivati ai presunti autori di un omicidio e seguendo le tracce dell'omicidio sono tornati alla polvere bianca. Cocaina e pallottole, droga e morte, sono questi gli ingredienti di un'indagine condotta dai carabinieri di Livorno e dalla Finanza di Pisa che ha portato ieri a dieci arresti per traffico internazionale di stupefacenti e alla scoperta del sistema usato dai trafficanti colombiani in associazione con le cosche della ’ndrangheta calabrese per far uscire grossi carichi di droga dal porto di Livorno. Un sistema molto semplice: bastava "ungere" chi stava ai varchi per evitare i controlli. È per questo che due guardie giurate sono ora indagate insieme ai dieci arrestati e sono state sospese per 12 mesi dal servizio al termine di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia i cui particolari sono stati illustrati a Firenze dal procuratore capo Giuseppe Creazzo.

LA PUNIZIONE ESEMPLARE

L'omicidio in questa storia è quello di Giuseppe Raucci, pratese domiciliato a Camaiore, il cui corpo fu trovato il 10 dicembre 2015 nel bagagliaio della sua Citroen C1 accanto alla superstrada Firenze-Pisa-Livorno all'altezza di Ginestra Fiorentina. Sei mesi dopo gli investigatori scoprirono che a Raucci era stato fatale aver preso zucchero per cocaina, nel senso che faceva da intermediario tra i colombiani e gli spacciatori sulla piazza toscana; fu mandato a Roma con a un dominicano con 35.000 euro per ritirare tre chili di coca e tornò con tre pacchi di zucchero. Fregato dai colombiani e giustiziato dai toscani in un residence di Tirrenia: per la sua morte nel giugno scorso sono stati arrestati due livornesi, Yuri Cambi e Carmine Balzano, il dominicano Amin Abel Rincon Fabian e due calabresi trapiantati a Prato, Emilio Tropea (di Vaiano) e quel Giovanni Zaccuri che fa entrare in questa storia la 'ndrangheta, essendo legato secondo gli inquirenti alla cosca Mazzaferro di Reggio.

SPUNTANO I “PESCI”

Nelle indagini sulla morte di Raucci erano stati coinvolti tra gli altri Riccardo Del Vivo, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine livornesi, e Ivano Sighieri. Seguendo le mosse e soprattutto le conversazioni di Del Vivo, che era ai domiciliari, i militari del Nucleo investigativo di Livorno agli ordini del capitano Michele Morelli e quelli del Nucleo di polizia tributaria della Finanza di Pisa hanno scoperto che proprio lui, Del Vivo, era a capo di quelli che i calabresi chiamavano “i pesci”, cioè quelli incaricati di portare fuori dal porto di Livorno i carichi di droga in arrivo dal Sud America. E per questo percepiva il più che rispettabile stipendio di 20.000 euro, oltre al diritto di tenersi il 5% della droga in transito. Che non è poca, come ha dimostrato il sequestro di 134 chili di cocaina realizzato in questa indagine il 12 settembre a Livorno.

I “PIZZINI” AL CIMITERO

Se la mafia è forma oltre che sostanza, in questa storia non poteva mancare il “pizzino”. Carabinieri e Finanza dicono di aver filmato Del Vivo un giorno al Cimitero dei Lupi di Livorno mentre, insieme a un collaboratore, incontra tale Domenico Lentini, anche lui arrestato ieri, che è ritenuto il rappresentante in Toscana della cosca Piromalli-Molè. Lentini passeggia tra le lapidi e consegna a Del Vivo un biglietto sul quale c’è scritto il numero di un container che arriverà tre mesi dopo a bordo della nave “Erato” alla Darsena Toscana. I “pesci” si attivano: oltre a Del Vivo e Sighieri, del gruppo fanno parte Gabriele Bandinelli, Luis Lemucchi, Massimo Bulletti, Gino Giovannetti, Marco Corolini, Emanuele Galia e Luca Adami, tutti di Livorno, alcuni di loro impiegati in porto. Il capo può contare inoltre sull’appoggio di due guardie giurate, Sandro Di Lorenzo e Federico Chelli, anche loro livornesi in servizio al porto, che chiuderanno un occhio.

«DOVE TE LA PORTO

LA BIMBA?»

Il 10 settembre è tutto pronto. Vengono intercettati un paio di messaggi tra i “pesci” e i loro padroni calabresi: «Se autorizzate ad andare, dove te la porto la bimba?». E ancora: «Io non ho dubbi, ho solo certezze fratello, dimmi dove ti porto la bimba». La bimba è la cocaina. Arriva il via libera e il gruppo incaricato del recupero parte da un locale di via della Bassata, ritenuto il quartier generale della banda, alla volta della Darsena, dove trovano ad attenderli le due guardie giurate infedeli. L’auto passa senza colpo ferire e grazie al numero sul “pizzino” tre membri del gruppo rompono i sigilli del container, prendono cinque borsoni coi 134 chili di cocaina e rimettono i sigilli alla bell’e meglio. Tutto troppo facile, avrebbero dovuto immaginarlo. In realtà nella loro Hyundai c’è da tempo un rilevatore Gps e l’operazione di recupero viene filmata dagli investigatori. Che li seguono fino a casa di Riccardo Del Vivo e li bloccano prima che possano salire. «Lui si è goduto la scena dalla finestra» ironizza uno degli investigatori. Quella sera finiscono in manette Luis Lemucchi, Gabriele Bandinelli e Massimo Bulletti. Agli altri si arriverà successivamente grazie alla paziente indagine di carabinieri e finanzieri, che stimano in 5 milioni il valore della cocaina sequestrata. Secondo il procuratore Creazzo, che queste cose le sa perché ha lavorato anche a Palmi (porto di Gioia Tauro), non succede solo a Livorno e la droga intercettata a settembre è solo una piccola parte di quella che passa da Livorno.

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