Attenzione
Tutti chiedono asilo, qualcuno spaccia
Altri due casi a Firenze. Gli investigatori: avviene quando non sono seguiti. Fdi: «Chi commette reati va espulso subito»
FIRENZE. Arrivano in Italia come richiedenti asilo, alla ricerca di una vita migliore, ma alcuni di loro finiscono a spacciare dosi di droga in strada. Sono pusher di piccolo calibro, venditori al dettaglio, l’ultima ruota del carro di un meccanismo molto più grande di loro.
È il caso dei due pusher originari del Gambia, denunciati per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio giovedì scorso nel parco delle Cascine, a Firenze, durante controlli straordinari a cui hanno partecipato tutte le forze dell’ordine. Nelle scorse settimane sempre alle Cascine la polizia ha arrestato altri tre richiedenti asilo. Tra loro anche un giovane che era finito in manette appena il giorno prima. In tutta la Toscana nelle cronache dell’ultimo periodo casi come questi si ripetono con cadenza regolare.
Per fare solo alcuni esempi, il 12 gennaio scorso a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, un ventunenne del Gambia, richiedente asilo, è stato arrestato perché gestiva un fiorente spaccio di hashish che vendeva ai giovanissimi. Rimanendo nell’Aretino, il 5 febbraio un ventiquattrenne ospite di un centro di accoglienza è finito in manette dopo essere stato pizzicato a vendere marijuana a uno studente. A Livorno, il 10 febbraio due profughi ospiti nei centri di accoglienza sono stati sorpresi dalla polizia a cedere dosi a ragazzini quindicenni all’uscita di scuola.
Emblematico poi il caso di un trentenne nigeriano, arrestato per spaccio a Montecarelli, frazione del comune di Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze. L’uomo risiedeva in un centro di accoglienza in paese, dal quale è stato espulso a seguito del fatto. È stata forte la reazione degli altri ospiti del centro, che si sono dissociati da lui e hanno chiesto scusa alla comunità con una lettera.
Tutte storie di migranti, accolti come richiedenti asilo e ospitati nei centri di accoglienza, che a un certo punto scelgono di abbandonare i programmi di inserimento alla ricerca di un guadagno facile.
I migranti ricevono vitto e alloggio, una scheda telefonica, ma – spiegano negli ambienti investigativi – i cinque euro al giorno che vengono loro assegnati spesso sono considerati insufficienti. Solo per quanto riguarda la provincia di Firenze, nel 2016 sono 60 i richiedenti asilo espulsi dai centri per «violazioni gravi delle regole delle strutture», ossia per lo più per aver commesso reati, non ultimo quello di spaccio. «Vanno in giro e vedono ragazzi, magari connazionali, con vestiti alla moda, scarpe nuove, e iniziano a farsi delle domande», spiega un investigatore, che ben conosce il territorio toscano e le realtà criminali collegate all’immigrazione. «Alcuni lavorano a nero, altri scelgono di delinquere». «A quanto ci risulta la droga non gira nei centri di accoglienza, perché ci sono molti controlli», afferma. Il reclutamento dei pusher avviene nelle piazze. È qui, sulla strada, che i richiedenti asilo diventano bacino d’utenza della criminalità, per lo più di matrice straniera. Dopo il primo arresto, scatta l’espulsione dal centro: a questo punto i migranti finiscono in un buco nero dal quale difficilmente riescono a riemergere.
Non hanno più un tetto sulla testa e un pasto, ma possono rimanere in Italia perché la loro domanda di richiesta di asilo resta valida. Passa da sei mesi a un anno per avere la risposta della commissione. In caso di rifiuto, il migrante può presentare appello, così che una domanda di asilo può rimanere sospesa anche per due anni prima di essere accolta; oppure negata, con conseguente espulsione dal territorio nazionale. E così si arrangiano per vivere, spesso finendo nella rete della criminalità. Con l’aggravante che prima, fino a che restavano nei centri, erano sottoposti a una qualche forma di controllo, adesso non più. Così alimentano un esercito di invisibili, senza fissa dimora, che vivono nella case occupate.
«Il risultato dell’espulsione dai centri è che vanno fuori e delinquono più di prima» spiega un altro investigatore. «Cosa devono fare?», si domanda. Perché non sempre l’accoglienza funziona. «Funziona nei piccoli paesi – spiega – dove c’è una rete sociale in grado di coinvolgerli, ad esempio con corsi di lingua». Il fatto di non poter lavorare fin tanto che si è richiedenti asilo è un problema. «Di certo – ammette l’investigatore – la droga è il primo tipo di business che gli si presenta». «Spesso spacciano solo perché cercano di guadagnare, se potessero farlo legalmente molti lo farebbero», aggiunge. Lo spaccio al dettaglio è il primo, per molti l’unico, modo per arrotondare che si prospetta a questi ventenni, arrivati in Italia col sogno di una vita migliore. Di solito vengono reclutati da altri connazionali che vivono da più tempo in Italia. Il primo reato è come il primo passo verso l’abisso. «Una volta espulsi dai programmi di accoglienza difficilmente questi ragazzi vengono recuperati, anche se alcune associazioni, poche, stanno cercando di darsi da fare per aiutare e recuperare proprio gli espulsi dai programmi».
Ma intanto le ultime denunce diventano un caso politico. Fratelli d’Italia chiede al ministro dell’Interno di firmare in casi come questo i decreti d’espulsione. «Per ognuna di queste persone paghiamo 35 euro – dice Giovanni Donzelli, di Fdi – la disinvoltura con la quale compiono reati è lo specchio di uno Stato incapace di gestire l’immigrazione: è l’ora di agire con mano pesante».
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