Il dolore
Perseguitata dall'ex per 15 anni: "Ecco perché si resta legati a un uomo violento"
Caterina picchiata, minacciata e spiata dall’ex compagno: "Vi dico come ci si innamora di un uomo violento e perché non è facile uscirne"
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LIVORNO. «Scappi. Si nasconda in un posto dove non la possa trovare. Gli abbiamo appena sequestrato 60 armi. Fucili, pistole, coltelli». Caterina (nome di fantasia) abbassa il telefono. La voce, dalla Procura, le si appiccica addosso come il caldo di luglio. Ha paura, ma non è sorpresa. Trentatrè schiaffi, il naso rotto. Due mesi prima, il suo ex compagno ha tentato di ammazzarla. L’ha sbattuta contro la ringhiera del palazzo. Si è frantumata le costole, ma almeno non è precipitata dal terzo piano.
Ora, deve pensare in fretta. Cercare una via di fuga. Un’altra. L’ennesima. Speriamo l’ultima prima della salvezza. È allo stremo: 15 anni di maltrattamenti, minacce via mail e telefono. E la vita spiata, il gps appiccicato all’auto. Chissà cosa dà la forza di sopportare. Una risposta definitiva ancora oggi non c’è. Una certezza sì: «Bisogna denunciare». E proteggere le donne. Perfino con il braccialetto elettronico che allerta le vittime della presenza degli aggressori. Lo Stato li ha ma non li usa, denuncia Il Tirreno. Per questo oggi Caterina firma la nostra petizione che punta a migliorare la protezione preventiva delle donne.
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Come si innamora di un uomo violento?
«Non è stato immediato. Lo conoscevo già, eravamo amici. Dopo la separazione ci siamo avvicinati. Aveva dieci anni più di me: abbiamo iniziato a frequentarci. Come tutti gli uomini ossessivi, all’inizio appariva molto grazioso. Soprattutto mi dava senso di protezione. Sembrava avere una soluzione a tutto: “Alla casa? Ci penso io. A tuo figlio? Ci penso io”. Mi conquistò così. Invece avrei dovuto capire subito che qualche cosa non andava: tutte le sue storie precedenti erano state chiuse in modo turbolento».
Non ha mai colto segnali di questa sua violenza, all’inizio della storia?
«Diciamo che anche prima di convivere era molto “reattivo”: molto geloso. Mostrava un ego smisurato, un certo narcisismo. Ma mi sembravano aspetti tollerabili. Avrei dovuto riflettere che tutte le sue storie, dopo il divorzio, erano state con donne separate con un figlio: questo gli consentiva di esercitare pressioni anche sul bambino».
Quando si manifesta la violenza vera e propria?
«Con la convivenza. Iniziarono i diverbi di grave violenza psicologica. Umiliazioni. Mi sentivo annientata. Mi ricordo di una vacanza in Puglia. Dopo un litigio prese l’auto e se ne andò, lasciandomi a piedi. Una mia amica, al corrente della situazione, mi disse: “Se hai bisogno chiamami, in qualunque momento”. Così un giorno rispondendo al telefono, disse “Amore mio, come stai?”, come si fa tra amiche. Pensava che fossi io in cerca di conforto. Era lui. Da allora quell’uomo cominciò a dire a tutti che ero lesbica».
Le botte quando arrivano?
«La prima volta quando ho osato mettere in discussione la ripartizione delle spese di casa. Ma c’è stata anche la volta in cui gli ho negato l’uso della mia auto, come tutto del resto. All’inizio mi picchiava una volta ogni due mesi, poi, gli intervalli si sono ridotti. Siamo arrivati anche a una volta a settimana».
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Non lo ha mai denunciato?
«La prima volta l’ho denunciato dopo un paio di anni che abitavamo insieme. Mi ha dato 33 schiaffi e mi ha rotto il naso. Poi ho ritirato la denuncia».
Perché ha ritirato la prima denuncia?
«Per paura di ritorsioni contro di me e, soprattutto, contro mio figlio. Noi vivevamo ancora insieme e avevo paura. Non me la sentivo neppure di dare giustificazioni ai miei genitori ai quali, fra l’altro, a un certo punto iniziò a presentarsi per insultarmi. Diceva che ero una donnaccia, piena di amici di letto, anche se le espressioni che usava erano molto più volgari. Una situazione terribile. Gli insulti erano costanti. Ma le minacce erano anche peggio».
Di quali minacce parla?
«Anche di morte. Un giorno mi disse chiaramente: “Se non mi rispondi al telefono, sparo ad alzo zero”. Nel suo gergo significava: “Ti ammazzo”.
Come è riuscita a vivere in questa situazione per anni?
«All’inizio ti bastano le scuse. Le accetti. Dopo le botte, si scusava sempre e prometteva: “Non lo faccio più”. Per un po’ ci credi anche. Del resto, dopo il picco massimo di violenza piombava in uno stato di passività totale ».
Le scuse possono bastare le prime volte. Ma qui parliamo di anni di maltrattamenti.
«Bisogna vivere le situazioni per comprendere. Questi uomini ti plasmano a loro uso e consumo. Non te ne accorgi e diventi dipendente. Ti iniettano una dose di non amore che è un veleno: sono dei pusher affettivi. Nel frattempo la paura di sbagliare non ti fa più fare niente».
Allora che cosa l’ha fatta fuggire dopo 15 anni?
«L’ultima aggressione. La convivenza era finita da anni. La relazione si trascinava fra rotture e riappacificazioni. Una sera parlavo con un’amica, lui si è infuriato: ha fatto una doccia, ha preso le sue cose e se n’è andato. In silenzio ho infilato in una busta perfino due bottiglie di vino che aveva portato per cena e gliele ho messe fuori dalla porta, nell’ascensore. Mi ha afferrata e schiacciata con i suoi 130 chili contro la ringhiera, incastrandomi le scapole nel ferro. La ringhiera mi ha impedito di precipitare, ma mi ha fracassata. Lui è sceso e si è fumato una sigaretta, prima di andarsene. In quell’occasione l’ho visto per la prima volta. Ho visto la cattiveria nei suoi occhi. E ho capito che avrebbe potuto ammazzarmi».
Così ha chiesto aiuto.
«Alle forze dell’ordine già mi ero rivolta. Avevo chiesto consigli. Ma alla fine ho preso un avvocato. Ho ricostruito la mia storia: ci sono volute due valigie per contenere le prove di anni di maltrattamenti. Le mail di minaccia da una casella di posta elettronica con un soprannome, i messaggi telefonici, il contratto a suo nome per il gps con cui spiarmi l’auto. Comunque è grazie alle forze dell’ordine che sono viva».
Perché?
«Mi hanno salvato quando mi ha chiesto l’ultimo appuntamento. Una mattina presto mi arriva un messaggio: “Voglio vederti, sono qui sotto. Scendi”. Ero terrorizzata. Ho chiamato la polizia. Mi hanno avvertita di non accettare e di prendere tempo. Ho mandato un messaggio. “Aspetta, mi devo preparare”. Nel frattempo la pattuglia è arrivata, ma lui è scappato. Però è risto nei paraggi perché mi ha inviato un sms: “Che ci fanno i poliziotti da te?”. Dopo pochi giorni lo hanno arrestato».
E poi cosa è successo?
«Un processo. Un patteggiamento. Poco carcere. Ma ora è libero. E la mia vita è cambiata. Non sono mai sola, ho un nuovo compagno che mi protegge. Ma il male che mi ha fatto non me lo toglierò più di dosso».
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