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La minaccia con la pistola: «Ti ammazzo, non puoi rifiutarmi». Arrestato, dopo tre giorni è libero
Il racconto di Viola, che ha firmato la nostra petizione per sbloccare l'uso dei braccialetti elettronici anti-stalker - FIRMA LA PETIZIONE SU CHANGE.ORG
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«Ti ammazzo. Io ho sempre avuto tutto. Ho sempre comprato tutto. Non accetto di essere rifiutato». Parole sputate con rabbia. Fuori controllo. Viola (nome di fantasia, per tutelare la donna) le prende per buone. È terrorizzata. Da un anno la relazione è un incubo. Minacce, litigi. Non ne può più. Una denuncia già presentata e ritirata contro il compagno, sempre più ex. «Non volevo fargli male». Ma ora teme per la propria vita. E avverte il commissariato. «Mi sento in pericolo». Non succede nulla.
Il giorno dopo l’uomo si presenta dove Viola lavora. Ha una pistola. Una calibro 38. Cinque colpi in canna. La afferra, gli scivola dalla tasca posteriore. Un rumore tremendo sul pavimento. Viola lo vede da uno specchio. Trema. Fa in tempo a chiamare il commissariato. «Mandate una pattuglia, altrimenti io da qui non esco viva». Lo arrestano, ai domiciliari. Tre giorni dopo, è libero: solo il divieto di avvicinamento a Viola. Distanza imposta: 300 metri, ma nessuno a controllarlo. È il 25 novembre 2016. La giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il divieto «non è mai stato rispettato. L’ultima denuncia l’ho presentata due giorni fa», racconta Viola. «Io vivo come una reclusa. È per questo che ho firmato la petizione del Tirreno per ottenere i braccialetti elettronici per gli stalker: almeno sapremmo sempre dove si trovano. Noi vittime e anche le forze dell’ordine».
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Viola scusi ma come si degenera una relazione a questo punto?
«Difficile a dirsi. Noi ci siamo conosciuti circa 15 anni fa, ma la nostra relazione non è iniziata subito. Mi sono innamorata piano piano. Ero convinta che tenesse a me, pensavo che fosse una persona perbene, di cui potermi fidare. All’inizio era davvero gentile. Poi ha iniziato a cambiare».
In che senso ha iniziato a cambiare?
«All’inizio in maniera quasi dolce. Perfino buffa. Ho iniziato a notare alcuni episodi. Una volta sono andata con un’amica in un centro commerciale dove non c’era rete per il cellulare: quando sono uscita l’auto non aveva più i cerchioni. Pensavo me li avessero rubati, la mattina dopo all’alba lui li stava rimontando. Altre volte, trovavo il tergicristallo dell’auto alzato: era il suo modo per dirmi che sapeva dov’ero».
Insomma, la seguiva.
«Non pensavo che fossero segnali negativi. Non all’inizio per lo meno. Poi la situazione si è aggravata. Mi spiava. Una sera si è appostato fuori dal ristorante dove stavamo festeggiando il compleanno di amici. I proprietari del locale si sono preoccupati: “C’è un uomo fuori che vi sta scattando foto: lo conoscete?”. Quindi sono iniziati gli appostamenti davanti a dove lavoro, anche con il cannocchiale».
Quale era la ragione, se stavate insieme?
«Doveva avere tutto sotto controllo. Essere al centro di tutto. Quando uscivo dal lavoro, mi seguiva. Mi prendeva il telefono, controllava le chiamate. Una volta mi ha portato via la borsa e sono rimasta senza chiavi per entrare in casa. Dopo un po’ mi ha riportato la borsa, ma mi ha restituito il cellulare solo il giorno dopo».
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Scusi, ma questi sono atti di violenza, anche senza le botte.
«Mi ripeteva in continuazione: “Io solo sono al centro della tua attenzione”. Una volta mi ha fatto una scenata perché sono stata poco al telefono durante l’orario di lavoro: avevo dei clienti e ho staccato la chiamata. “Non mi importa nulla dei tuoi clienti, ci sono io e basta”. Durante una di queste discussioni mi ha preso il braccio, me lo ha stretto forte e me lo ha fatto diventare viola».
Perché non l’ha lasciato?
«In realtà l’ho lasciato diverse volte. O almeno ci ho provato. Ma poi tornava e prometteva di non comportarsi più male. Di aver capito di aver sbagliato».
Invece ha continuato a perseguitarla.
«Nell’ultimo anno è andata sempre peggio. Minacce, offese sono diventate una costante. Mi ha anche messo un gps alla macchina, un segnalatore per sapere sempre dove fossi. L’ho trovato e l’ho consegnato alla polizia».
E lei continua a frequentarlo?
«Ho smesso anche di rispondere al telefono. Un errore: ha iniziato a perseguitare mio figlio sul suo cellulare. Ha dovuto cambiare numero. E quando non riusciva a raggiungermi per telefono si attaccava al citofono di casa. Me lo sono perfino trovato dentro casa: aveva una copia delle chiavi. Poi mi sono decisa e ho cambiato la serratura».
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Perché non lo ha denunciato?
«L’ho anche denunciato. La prima volta ai carabinieri. Non era mia intenzione. Volevo solo spaventarlo. Mi sono diretta verso la caserma: mi ha seguito in auto, è sceso e davanti alla caserma ha iniziato a battere i pugni contro il mio finestrino. “Butta giù sennò spacco tutto” urlava. A quel punto, l’hanno invitato a entrare. Ci hanno invitato a entrare. Abbiamo parlato, ma non si è scritto nulla».
Allora non l’ha denunciato.
«Non in quella circostanza. L’ho fatto una volta che è entrato dove lavoro con un coltello. Mi ha minacciato: “Devi fare quello che dico io. Comando io, tu non sei nulla. E se qualcuno fuori da queste mura viene a sapere qualche cosa, ti ammazzo. Tu non sai chi sono io. Ho tante amicizie”».
Dopo la minaccia con il coltello lo ha denunciato.
«Sì. Era circa un anno fa. Lo hanno anche convocato. Ma poi l’ho ritirata. Non volevo fare del male a una persona alla quale volevo bene».
Questo non l’ha cambiato.
«Affatto. Mi ha perfino ricattato. Dice che se parlo a qualcuno di quello che mi fa, diffonderà le mie foto intime. Ma io ho denunciato anche questo. Non serve. Continua a seguirmi».
Ma non ha il divieto di avvicinarsi a 300 metri dai luoghi che lei frequenta?
«Certo. Ma chi lo controlla, in attesa del processo? Mi trovo sempre biglietti sull’auto, le poche volte che esco è nei paraggi. Per questo il braccialetto elettronico servirebbe a farmi sentire più sicura».
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