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La parabola politica di Renzi si consuma tra speranze disattese e quotidianità deludente
Nella palude del sospetto. La parabola politica di Renzi si consuma tra speranze disattese e quotidianità deludente. Incantava Matteo il rottamatore quando garantiva un futuro basato sulla competenza e il riconoscimento delle qualità professionali. Ricordate? «Sogno un Paese in cui conta cosa conosci e non chi conosci». Tre anni e passa dopo il risveglio dal sonno ci racconta una rete di relazioni pericolose di cui la Toscana è crocevia affollato. A chi, per tempo, aveva segnalato la pratica inappropriata dell’occupazione spregiudicata di tutti i ruoli decisivi degli apparati statali, così da renderli sottomessi alla volontà di Palazzo Chigi, l’allora presidente del Consiglio rispondeva con fastidio e arroganza. Gufi e rosiconi hanno popolato a lungo il bestiario politico, almeno fino al referendum costituzionale. Per mesi intanto il Matteo di governo ha tessuto una potente rete di amici in economia, nelle aziende pubbliche, negli apparati dello Stato, nell’informazione.
La competenza scambiata con l’appartenenza, il merito barattato con la fedeltà. Un neologismo inventato dall’Espresso, "renzomandati", fotografava già nel settembre 2015 una dettagliata mappa del potere renziano costruito nel ristretto circolo dei fedelissimi. Le due inchieste parallele, di Napoli e Roma, trovano ora l’ex capo del governo indebolito dal netto risultato del 4 dicembre, dal conseguente processo di disgregazione del Pd e dall’aspra competizione interna in vista delle primarie e del congresso. Renzi sta affrontando la prova con la sicurezza che lo contraddistingue: «Se mio padre è colpevole deve essere condannato più degli altri per dare un segnale, con una pena doppia. Ma i processi si fanno nei tribunali e non sui giornali», ha detto l’altra sera a "Otto e mezzo". Un’iperbole (il raddoppio della pena per il babbo) e un timore (i processi di piazza). Il garantismo non è una foglia di fico per coprire l’indecenza. Fino a sentenza definitiva dunque papà Renzi e tutti i personaggi coinvolti sono innocenti. Una regola della nostra usurata civiltà giuridica. Ma non sfugge al segretario (dimissionario) del Pd, a colui che voleva sconfiggere Berlusconi con il voto e non con le manette, il tema della responsabilità politica del leader di fronte all’opinione pubblica.
Lo sconcerto è enorme, ancor più nella sua Toscana che ancora nel referendum gli ha concesso una vittoria, sia pure di misura, con il 52,5 per cento di Sì. Non solo babbo Tiziano. Carlo Russo, Luca Lotti, Denis Verdini, Luigi Marroni, Filippo Vannoni, Alberto Bianchi, Roberto Bargilli: indagati e testimoni nell’affare Consip popolano con ruoli diversi il mondo di casa Renzi. Può permettersi un leader di aspettare una sentenza di tribunale che chissà quando arriverà senza provare a chiarire ciò che si domanda anche chi con passione civile e sacrifici personali lo sostiene in questi giorni difficili: ma perché il padre del presidente del Consiglio deve sbattersi viaggiando da Rignano per mezz’Italia incontrando questo e quello? Personaggi che se li conosci li eviti. Prima del codice penale (che sancisce la patologia delle azioni individuali) viene il codice personale (che garantisce l’irreprensibilità dei propri comportamenti). Certo, il babbo uno non se lo sceglie. Lo sa bene anche Maria Elena Boschi: il papà, Pierluigi, diventò vicepresidente della già scassata Banca Etruria poche settimane dopo la di lei fresca nomina a ministra. Pierluigi Boschi non è stato e non è indagato nel crac bancario, a differenza di tanti altri amministratori dell’istituto, ma quella vicenda ha segnato la perdita dell’innocenza del Giglio magico. Se la politica è concepita soltanto come immagine e comunicazione, gli affari di famiglia finiscono per travolgere qualsiasi ambizione.
Nell’epoca della personalizzazione della politica, pertanto, la trasparenza dei comportamenti dovrebbe essere totale. Dovrebbe. Invece anche nell’epoca dei social, dell’informazione in tempo reale, delle newsletter e dei blog l’opacità prevale. Un danno per tutti ed è facile intuire chi possa avvantaggiarsene. Alla coscienza del limite ha fatto riferimento Sergio Mattarella nella sua visita, venerdì, a Lucca. Parlava di altro, della storia travagliata della nostra Repubblica. Ma il pensiero è andato inevitabilmente alle turbolenze dell’oggi. «La coscienza del limite è un elemento - ha detto - che rende la democrazia più solida, non più debole». Una democrazia che va difesa con i comportamenti oltre che con le leggi. Per Matteo Renzi la trasparenza non è più solo un impegno verso i militanti del suo partito; diventa un obbligo verso la nazione intera.
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