Il Tirreno

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Aeroporti toscani

Hamaseh e Alessio, bloccati in Costa Rica dal divieto Usa, sono riusciti a partire

di Danilo Fastelli
A sinistra proteste a Washington contro il bando anti-immigrati deciso da Trump. A destra, Hamaseh Tayari e Alessio Citi in un selfie a Londra
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A sinistra proteste a Washington contro il bando anti-immigrati deciso da Trump. A destra, Hamaseh Tayari e Alessio Citi in un selfie a Londra

Torneranno oggi in Europa dopo un'odissea. Lanciata sul web una raccolta fondi per aiutare i due giovani, anche il primo ministro scozzese rilancia l'appello: servivano 2.600 sterline per i biglietti, in poche ore ne sono arrivate più di 6.000. Tante piccole offerte: "Trump non parla nel nostro nome"

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Stephan dona 10 sterline e lascia un messaggio: «Sono veramente dispiaciuto per quello che state passando. Trump non parla a nostro nome». Decine di cittadini americani come lui contribuiscono con 5, 10 o 20 sterline per permette ad Hamaseh e Alessio di comprare il biglietto aereo del ritorno.

Da simbolo degli effetti collaterali del provvedimento anti-immigrati di Donald Trump la loro storia si trasforma in uno straordinario esempio di solidarietà internazionale. Anche la premier scozzese Nicola Sturgeon s’interessa al destino dei due ragazzi toscani bloccati in Costa Rica.

Tutto inizia sabato alle 5 del mattino, ora locale, all’aeroporto di San José. Hamaseh Tayari e Alessio Citi si presentano al check in per imbarcarsi sul volo di ritorno, dopo una vacanza di due settimane. Lei è cresciuta a Firenze, si è laureata e dottorata in Veterinaria a Pisa, ma il suo passaporto iraniano impedisce la partenza: il volo per Glasgow, dove ora vive con Alessio, il fidanzato 36enne di Vicopisano, fa scalo a New York. Hamasew non può imbarcarsi: ai cittadini iraniani è vietato toccare suolo statunitense anche solo per prendere un altro aereo e andare via.

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A nulla servono le loro proteste: il provvedimento di The Donald annulla il suo visto per transitare negli States. Hamaseh e Alessio perdono il volo e anche la possibilità di tornare a casa. Devono comprare un altro biglietto e non hanno i soldi. «Sono arrabbiata e spaventata», dice quando ancora il rientro sembra un dilemma: «Questo provvedimento non colpisce solo i rifugiati. Io sono laureata, ho un dottorato, sono una persona che lavora e paga le tasse». Hama non sa ancora che questa storia avrà una svolta ancora più sorprendente. I suoi amici e i colleghi dell’Università di Glasgow, dove lavora, si attivano. Dalla solidarietà delle persone vicine si passa a quella dei perfetti sconosciuti.

La notizia arriva all’orecchio della premier scozzese Nicola Sturgeon che li contatta. E attraverso di lei si attiva l’associazione “Women for indipedence”, che lancia una raccolta fondi online sul sito Gofundme. Nel giro di poche ore la soglia di 2.600 sterline –  i soldi che servono per comprare i biglietti – viene ampiamente superata. Il contatore si ferma a 6.175 sterline: il resto sarà devoluto allo Scottish Refugee Council. Parte il bonifico, la coppia può comprare i biglietti: San José, Madrid, Londra e infine Glasgow.

«Ringraziamo di cuore - scrive Hama - coloro che ci hanno aiutato. Siete stati meravigliosi, avete fatto la differenza». Il volo di Hama e Alessio è partito ieri, domenica 29 gennaio, intorno all'una, ora italiana. Dovrebbero sbarcare oggi, lunedì 30, a Glasgow intorno alle 10, ora italiana. Alla fine, dopo 37 ore di attesa in aeroporto dal momento in cui sono entrati nello scalo, avrebbero potuto metterci in tutto una cinquantina di ore. E invece ci è voluto molto, molto di più. Perché la sorte si è messa ancora contro: il volo da San José è partito in ritardo e la coppia ha perso tutte le coincidenze. Così lunedì intorno alle 22, ora italiana, erano ancora a Londra e aspettavano l'ultimo volo per Glasgow: dopo 67 ore non erano ancora arrivati. Un viaggio davvero lungo, un’odissea. Ma al ritorno potranno dire di aver trovato sulla loro strada davvero tanti amici.

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