Gioco
Rigopiano, il racconto del soccorritore pisano: "Un suono nel nulla e il bimbo era salvo"
Tra gli angeli di Rigopiano anche “la sonda umana” Ruggero Putoto: «Scaviamo senza riposo. Resteremo qui fino alla fine»
PISA. L’uscita, dice. L’uscita è bellissima. L’applauso dei colleghi «un tramonto sonoro, dopo tutto quel silenzio, quello sforzo fatto per non far rumore, dopo il corpo a corpo con la paura, il gelo, quando anche il tuo respiro potrebbe tradirti, nasconderti un grido, un grugnito o un calcio dato su un muro là dietro da chi stai cercando».
Il dopo, dice. Il dopo è bellissimo. «Il bimbo, non so cosa abbia detto quel bimbo. C’era un casino incredibile. Ma la mamma s’è girata e ha fatto “Andate da mia figlia, è nella stanza accanto”, anche lei ancora rinchiusa». E non c’è storia, racconta Ruggero Putoto, «finché ci sarà un superstite nessuno di noi girerà le spalle a questo canalone», nessuno se ne andrà dall’hotel Rigopiano. «L’adrenalina ti agguanta». Putoto è il portavoce dei vigili del fuoco di Pisa ma dalle 2 del mattino del 19 gennaio è soprattutto uno dei soccorritori toscani impegnati a Farindola, l’epicentro di una tragedia che non sembra volersi placare. Sono le 19, e il Gran Sasso è di nuovo schiaffeggiato da una bufera. «Ci hanno trasportato qui l’altra mattina all’alba in elicottero: le strade erano tutte interrotte. Avremo dormito tre ore, credo…». È uno degli uomini della squadra Usar medium. Sonde umane. Insieme alle unità cinofile, segugi dei terremoti, sonar fra gli anfratti marini, le macerie o le gallerie create dall’onda di una valanga.
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La notte ha consegnato un nulla di fatto, dei trenta dispersi nessun segnale di vita. Poi dalle 11 i primi ritrovamenti. Fra poco potrebbe toccare a lui: già sei in salvo. Alcuni dei compagni sono scesi, a poche centinaia di metri dall’albergo è stato allestito un campo base. È stato sveglio, ma finora non è mai entrato nei buchi. «I tunnel per arrivare a un sopravvissuto vengono scavati da altri, noi dobbiamo imboccarli e sperare di tornare indietro». È stato Fabio, il cuoco, a dare le prime dritte allo strutturista. «Un ingegnere specializzato in de-costruzioni, esperto nell’interpretazione dei crolli. Deve capire come l’edificio si è piegato su se stesso, quali spazi vitali potrebbe aver lasciato». La neve ne concede sempre qualcuno. Le sonde dall’esterno danno una mano. «Ma poi tocca a noi infilare dentro». Alcuni sono pozzi, devi calarti, «il più delle volte sei costretto a strisciare, divincolarti, ad aiutarti con il movimento, l’addome, il sedere, le ginocchia, i gomiti che diventano granito». In gergo, bruchi delle macerie e delle nevi. La lampada sul caschetto, una paletta o le mani per scavare, un trapano per far passare gli snake eye, gli occhi di serpente, piccolissime sonde in fibra ottica da far sgusciare fra gli ostacoli.
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Ma questo succede con i terremoti. Questa volta il centro Italia s’è spezzato sotto una furia bifronte. Il sisma ha scosso la montagna e lei s’è scrollata di dosso una coperta bianca da milioni di tonnellate.
Il buio nella pancia di una valanga è una sensazione complessa, uno stato mentale. «La neve attutisce, confonde, inganna». La neve è una sirena, seduce, irretisce, disorienta. «Entri dentro un cunicolo, un varco e puoi anche non riconoscere la strada per salvare te stesso, figurarsi per riportare indietro chi è imprigionato lì sotto». Per questo, «mentre strisci devi segnare il cammino, puntellarlo, disegnare una lettera, un simbolo sulle pareti, se incontri un bivio tenere a mente quale potrebbe essere la via più veloce per fuggire». Gli Usar lanciano call out, chiamate. “C’è nessuno?”. «E devi farlo in cunicoli di 30 centimetri per 40». Certo, ti sei addestrato, lotti, ma è quasi impossibile abituarsi alla sensazione opprimente di dirigersi verso il nulla e che il nulla possa inghiottirti». Perché un cunicolo di neve è un cunicolo di nebbia percettiva. Puoi smarrire il tuo corpo, la cognizione del dolore, le distanze si dilatano.
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«Hai fatto dieci metri e credi di averne attraversati cento». Ma poi, quando un vigile viene alla luce insieme a un superstite, spiega Putoto, «non chiedergli di riposarsi. Se provi a levarlo di lì ti mangia vivo. Non vorrebbe saperne di pause, di tempi di recupero. Ma sono essenziali». Per questo, sotto il tendone, laggiù adesso la squadra Usar s’è tolta di dosso le tute in attesa di tornare a tuffarsi nella pancia di un hotel diventato una gigantesca balena spiaggiata, che inghiotte e divora nel bianco totale.
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