Il Tirreno

Toscana

Marcia a Pitti Uomo «Siamo gli sfruttati del Made in Italy»

di Ilenia Reali
Marcia a Pitti Uomo «Siamo gli sfruttati del Made in Italy»

Gli operai chiedono aumenti salariali e un nuovo contratto «I lavoratori alla fame sono l’altra faccia della moda»

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FIRENZE. Sono le mani di Maria Savini a raccontare per lei quanto sacrificio e abnegazione mette, da quando aveva appena 16 anni, nell’andare a lavorare. Maria fa un lavoro duro: è un’operaia di tintoria. Le sue dita, giorno dopo giorno, si sono sformate fin quasi a piegarsi. Ieri era a Firenze, nell’ultimo giorno di Pitti Uomo, allo sciopero nazionale dei lavoratori tessili, insieme a centinaia di colleghi per protestare per il mancato rinnovo del contratto di lavoro e per dire “no” alle proposte degli industriali che - secondo Cgil, Cisl e Uil - riportano i diritti di 50 anni indietro senza neppure un aumento del salario. «Lavoro 10 ore al giorno perché ne ho bisogno. Il mio compagno è disoccupato e in casa siamo in quattro. Ma il lavoro va pagato e non possiamo essere mercé dei nostri titolari», commenta Maria.

Lo stipendio mensile di un operaio tessile, anche con qualche anno di anzianità, è di 1.100-1.200 euro netti. Meno del prezzo di vendita di un cappotto realizzato con la manodopera di chi ieri ha sfilato in corteo per le vie di Firenze sfidando la pioggia battente e il gelo. È la seconda volta che i lavoratori del tessile, dell’abbigliamento e del calzaturiero scioperano in poche settimane ma è anche la seconda volta negli ultimi venti anni. È una categoria la cui storia racconta che preferisce il dialogo alla lotta ma «questa volta ci stanno insultando in nome di una crisi che vogliono far pagare a noi», si inserisce Domenico Broccolo, operaio filatore. A gridare tra le viuzze del centro storico di Firenze è la pancia del Paese che chiede, usando il proprio contratto, diritti per se e per il futuro dei propri figli.

La scelta di Firenze per uno sciopero nazionale è originale ma non casuale. E non lo è neppure il giorno: ieri si chiudeva Pitti Immagine Uomo la vetrina per eccellenza della moda italiana. «È grazie a voi – ha detto Emilio Miceli, leader della Filctem Cgil – se a due passi da qui, a Pitti, possono parlare di made in Italy, di creatività ma ciononostante siamo rimasti tra gli ultimi a non avere un integrativo sanitario. Ce l’hanno anche i metalmeccanici che non l’hanno voluto per anni». «Si chiede un contratto dignitoso – è intervenuto anche Angelo Colombini della Femca Cisl – perché facciamo un lavoro difficile e non possono chiedere di erodere continuamente i diritti: è un settore in cui il 60% è rappresentatodalle donne». «Non si parli di moda italiana – è il parere di Paolo Pirani della Uilta – ma poi si pensa a battere la concorrenza con salari asiatici. Siamo qui per ribadirlo e per dire anche a chi è a Pitti che c’è un’altra faccia della moda, quella dei lavoratori che si vorrebbe solo sfruttare».

Uno sciopero anticipato anche dalle dichiarazioni di Andrea Cavicchi, presidente di Confindustria Toscana Nord e del Centro per la moda. «Certamente – ha commentato – a Pitti Uomo ci troviamo davanti ad assolute eccellenze, che però non possono essere identificate con la generalità di un settore che presenta anche molti punti di debolezza». «Il caso-Prato – prosegue – è da questo punto di vista esemplare: la parte a monte della filiera soffre non poco ed è un anello fondamentale del settore, che non può essere gravato di ulteriori costi pena la compromissione dell'equilibrio dell'intero sistema. Lunedì prossimo presenteremo a Prato i dati sui bilanci 2015 elaborati dal Centro Studi della nostra associazione: posso anticipare che i ricavi dei terzisti tessili sono risultati in contrazione, anche se non spiccata come nel recente passato. Se a questo si aggiunge un quadro economico nazionale all’insegna dell’incertezza, è del tutto ragionevole la posizione di Smi di non dare aumenti salariali ante previsioni di inflazione».

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