Il Tirreno

Toscana

L’Unità alla chiusura, Staino attacca Renzi

di Mario Neri
L’Unità alla chiusura, Staino attacca Renzi

Il giornale del Pd sommerso di debiti. Il direttore: «Mi aveva assicurato sostegno, è sua la colpa»

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FIRENZE. E pensare che a vent’anni, quando la sua vita era ancora scissa fra scoutismo e università, Matteo Renzi era un giornalista in erba. Eh sì, proprio lui che “comunista” certo non lo è mai stato e per i giornali ha sempre ostentato iperuranica indifferenza («Non li leggo, a cosa serve?», rispondeva ai cronisti in Palazzo Vecchio), lui, il venturo rottamatore, mandava i “pezzi” da Rignano sull’Arno alla redazione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci. «Cosette da corrispondente del contado: la festa di paese, le proposte dei compagni di circolo. Si dava da fare», ricorda un veterano della cronaca fiorentina. E allora a pensarci davvero, anche forse per queste improbabili radici comuni, sembra disegnarsi sotto i nostri occhi, in una delle sue memorabili vignette, l’incazzatura incontenibile a cui si lascia andare Sergio Staino, direttore de l’Unità finita per l’ennesima volta sull’orlo del baratro. Si è appena conclusa una tesissima assemblea dei soci e poi quella del comitato di redazione. Il babbo di Bobo sta aspettando un treno che lo riporti a Firenze. Si sfoga: «Sono 4 mesi - dice Staino - che non lo sento. Sta precipitando tutto e la colpa è sua, altro che privato, la responsabilità è politica. A lui e al Pd non gliene frega più nulla del giornale. Chiamate, messaggini, da settimane mi illude ogni tanto con un sms in cui mi assicura “Ora risolviamo”, ma poi niente. Ha lasciato che la situazione degenerasse senza farsi vedere. Ma perché mi ha voluto, ho perso anche dei lavori io per rifare l’Unità».

È amareggiato, infuriato il direttore del giornale bandiera del partito. Renzi l’ha chiamato al timone ad autunno in tandem con il deputato livornese Andrea Romano (ex Scelta civica, non proprio un gramsciano neppure lui) per lanciare i Dem nella corsa al referendum. Ma per la terza volta nella sua storia, l’Unità è a un passo dalla chiusura. Due giorni fa, il socio di maggioranza, il gruppo dei costruttori Pessina, che detiene l’80%, ha comunicato la volontà di procedere ai licenziamenti collettivi. Ventinove giornalisti rischiano il posto, la testata simbolo della storia della sinistra - dal Pci al Pds fino ai Ds e ai Dem della vecchia ditta prima e in versione Leopolda poi - sta per essere travolta dai debiti. L’Unità, nell’era Renzi, si è ridotta all’osso: 6.800 copie vendute in edicola esclusi gli abbonamenti, pubblicità quasi zero e 400mila euro di perdite ogni mese. Una voragine in cui da tempo c’è molta Toscana. A cominciare dalla rinascita dopo il crollo del 2014, quando il giornale edito da Renato Soru, il patron di Tiscali, e dalla Nuova Iniziativa editoriale, società emanazione del partito guidata da Marialina Marcucci, sorella del senatore lucchese Andrea, fallisce sommersa da 125 milioni di debiti. A volere la palingenesi fu proprio Renzi nel 2015. Per realizzarla si appigliò a una vecchia legge varata nel ’98 dal governo Prodi. Introduceva la garanzia statale sui debiti dei giornali di partito: e così fu lo Stato a pagare 107 milioni alle banche. Ri-Unita. All’inizio alla guida il segretario ci mette un toscano adottivo, Erasmo D’Angelis, un fedelissimo del Giglio Magico. Ma nella squadra di redazione ci finiscono anche parecchi toscani, firme da fare invidia ai grandi: lo sono il vicedirettore, un massese, Vladimiro Frulletti, il capo della cultura Stefano Miliani, fiorentino ma da sempre nella redazione centrale di Roma così come il redattore capo Marco Bucciantini, originario di Campiglia Marittima, penna e volto di primo piano del giornale, tanto quanto Claudia Fusani, fiorentina anche lei. «Il Pd si è detto disponibile a ricapitalizzare l’Unità srl attraverso la fondazione Eyu con un milione, ma i Pessina non sono disposti a investire gli altri 4 milioni necessari», dice Romano. «Macché, loro subordinano il salvataggio alla possibilità di entrare nella gestione editoriale, ma il Pd non ne vuol sapere», dice Staino, che ha reso pubblica una lettera scritta a Renzi il 23 dicembre: «Quando mi hai congedato a Palazzo Chigi, hai urlato allegramente: "Voglio un giornale bello, di tante pagine e non preoccuparti per i soldi... quelli ci sono!" Chissà se te lo ricordi, Matteo». «I licenziamenti sono congelati, ci rivediamo il primo febbraio. Domani i giornalisti hanno deciso per lo sciopero, - conclude - Ma se fossimo usciti in edicola sa come avrei titolato?». Dica. «Renzi dove sei?».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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