La protesta
Quei maxi investimenti sospetti
Conti, immobili, automobili e moto: Procura e Dia sequestrano beni per oltre cinque milioni a tre imprenditori
PRATO. Non serve fare affari con la ’ndrangheta per vedersi soffiare da sotto il naso beni per milioni di euro. Basta fare investimenti milionari e al tempo stesso dichiarare redditi risibili. Questo contestano la Procura di Firenze e la Direzione investigativa antimafia a tre imprenditori edili calabresi trapiantati in Toscana, ai quali sono stati sequestrati immobili, conti correnti, quote societarie, auto e moto per oltre 5 milioni di euro, ai fini dell’eventuale confisca. Si tratta di Giuseppe Iuzzolino, 81 anni, Martino Castiglione, 61 anni, e Vincenzo Benincasa, 58 anni, tutti originari di Strongoli (Crotone) ma da tempo radicati in Toscana (i primi due a Firenze, il terzo a Montecatini).
I sequestri scattati ieri sono una misura di prevenzione decisa dal Tribunale che segue di quasi un anno un sequestro preventivo frutto di un’inchiesta penale del sostituto Eligio Paolini nella quale i tre sono indagati per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e altri reati di natura tributaria, in altre parole il sospetto che i tre imprenditori riciclassero denaro per conto della ’ndrangheta. Su questo però il procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo è stato molto prudente: «Siamo nella fase delle indagini preliminari e dobbiamo mantenere il più assoluto riserbo». Questo nonostante nella nota della Dia si spieghi che le indagini dell’antimafia «hanno evidenziato contatti tra gli indagati e appartenenti alla famiglia Giglio, organici all’omonima ’ndrina dominante a Strongoli, nei cui confronti sono state fatte anche transazioni di denaro senza alcuna giustificazione lecita».
Che siano in odore di ’ndrangheta o meno, i tre imprenditori edili dovranno preoccuparsi più che altro dell’aspetto tributario della faccenda, perché i sequestri sono legati proprio a quello. La Dia ha spulciato i redditi dei tre e dei familiari più stretti andando indietro di 17 anni e ha scoperto che in media hanno dichiarato tra i 9.000 e i 15.000 euro l’anno. Allo stesso tempo sui conti personali e su quelli delle società transitavano milioni di euro. Secondo gli inquirenti Iuzzolino è il promotore dell’attività illegale legata alla vendita di immobili, Castiglione avrebbe provveduto a nascondere le somme incassate in nero e Benincasa avrebbe inviato i capitali accumulati in maniera frazionata a Iuzzolino.
«Quando incassano il nero - spiega Castiglione in un’intercettazione del giugno 2014 parlando con Gennaro Cosentino - lo danno a zio Peppe (Iuzzolino, ndr)... e piano piano glieli danno, a diecimila, a cinquemila, ha preso tre milioni di euro belli puliti».
Particolarmente importante - ha spiegato il colonnello Edoardo Marzocchi della Dia - il meccanismo del “conto finanziamento soci” che avrebbe permesso di far uscire e rientrare ingenti somme dalle società coinvolte.
Tra queste c’è la Sira Costruzioni Sas di Benincasa, costituita nel 2002 a Strongoli. Nel 2006 la Sira ha acquistato per un milione e 300mila euro un terreno a Prato in via Vallecorsi, zona Il Pino, dove sono stati costruiti 66 appartamenti. Di questi, 60 sono stati venduti e 6 sequestrati ieri. Sequestrato anche il Bar Becco d’Oca di via Ferrucci, un terreno e un fondo a Buggiano, un immobile a Montecatini. A Firenze il sequestro è scattato sulle quote della pizzeria “RePizza” di via Baracca, quote del Bar Leopoldo nell’omonima piazza, quote del ristorante “Il gusto della pizza” di via Camporeggi (le attività saranno affidate a un amministratore e continuano a lavorare). Complessivamente i sequestri riguardano 9 società, 19 tra immobili, fabbricati e terreni, cinque auto, una moto, 40 rapporti bancari tra conti correnti, libretti di deposito e dossier titoli, riconducibili a 21 soggetti tra persone fisiche e giuridiche. L’avvocato Riccardo Di Bisceglie, che assiste Vincenzo Benincasa, invita alla cautela per quanto riguarda la criminalità organizzata. «Gli eventuali legami con la ’ndrangheta non sono affatto provati - avverte - E per quanto riguarda l’aspetto tributario c’è un errore. L’importo del sequestro non può essere pari al reddito non dichiarato ma eventualmente alla tassa che si presume evasa».
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