La protesta
Rosso da tavola spacciato per Sassicaia
Con l’aggiunta di alcol e l’etichetta falsa, esportavano anche finti Brunello e Chianti vendendoli a peso d’oro
EMPOLI. Manomessi e truccati, così come le borse e altri capi di abbigliamento, il meglio delle nostre aziende. Ecco la triste sorte di prodotti-simbolo che rappresentano il cuore dei territori. Oggetto di attacco ancora i vini pregiati, dal Brunello di Montalcino, al Sassicaia, al Chianti doc, fino al Tignanello: a quanto scoperto dai carabinieri del Gruppo tutela della salute di Roma e dal Nas di Firenze, vini di scarsa qualità venivano adulterati e poi venduti come prodotti di pregio, come se fossero davvero delle fattorie più blasonate, con etichette, fascette e imballaggi falsificati. A far scattare le indagini sono stati alcuni ristoratori di Prato e Pistoia che avevano acquistato bottiglie fasulle destinati ai loro clienti.
Dopo un lavoro iniziato un anno e mezzo fa, ieri mattina, all’alba, sono state arrestate tre persone (finite poi ai domiciliari) nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Dda di Firenze. I tre, secondo quanto spiegato dal procuratore Giulio Monferini, si sarebbero associati nell’ambito di un’organizzazione per contraffare e commerciare vino facendolo apparire pregiato e vendendo poi il prodotto adulterato con aggiunta di alcol per aumentarne la gradazione. Sono il proprietario di fatto di un’azienda agricola (la Nobile Prima di Empoli), Franco Alfani, 57 anni, ragioniere e consulente empolese, Alberto Nicodemo, 57 anni, della provincia di Salerno, e Armando Buonocore, 61 anni, sempre della provincia di Salerno.
Nell’inchiesta risultano poi indagate dieci persone, ognuna delle quali avrebbe ricoperto un ruolo nell’ambito dell’organizzazione. Tra loro anche tre toscani: Antonio Giglioli, 56 anni, nato a Lucca, residente a Viareggio e domiciliato a Certaldo, dipendente dell’Asl, che avrebbe fornito vino non tracciato prodotto in cantine dell’Empolese e poi imbottigliato come contraffatto; Filippo Coli, 43 anni, e suo padre Giampiero Coli, 76 anni, di San Casciano Valdipesa, della omonima azienda vinicola di Sambuca (Tavarnelle). I due, già al centro di un’inchiesta sul caporalato e sull’ adulterazione del Chianti, si sarebbero prestati a imbottigliare abusivamente ingenti quantità di vino con la falsa denominazione di Chianti dell’azienda Nobile prima, che appunto faceva riferimento a Franco Alfani, e ora in concordato preventivo.
Tra gli indagati poi ci sono: Pasquale Cioffoletti, di Battipaglia, 55 anni, Ciro Mariotti, di Anzio, 57 anni, Massimo Cesarano, 29 anni, di Napoli e Antonio Bruzzese, 27 anni, di Salerno.
Le indagini sono scattate dopo il sequestro di due bottiglie di vino contraffatto su segnalazione di un ristoratore in un negozio dell’Osmannoro a Firenze. Secondo quanto accertato, il vino usato era di bassa qualità ma non nocivo per la salute come accertato poi dalle analisi dei consulenti della Procura. Una volta confezionato, usando falsi sigilli dello Stato che certificavano la denominazione doc o docg, veniva stoccato in depositi del Lazio e dell’Emilia Romagna. E poi venduto in Italia ma soprattutto all’estero. In un caso è stato accertato l’invio in Costa Rica di una partita di 18mila bottiglie.
Lo scorso febbraio i carabinieri hanno sequestrato l’azienda agricola a Empoli: nei magazzini sono stati trovati 9 mila litri di vino rosso pronto per essere imbottigliato, un centinaio di bottiglie già confezionate, centinaia di etichette e fascette falsificate di vari marchi noti, migliaia di capsule e trenta litri di alcol che gli investigatori ritengono sia stato usato per l’adulterazione.
Dalle intercettazioni, secondo la Dda, sono emerse le caratteristiche del traffico di prodotti falsificati, e le telefonate tra i tre arrestati lo dimostrerebbero. Ecco uno stralcio: Franco: «Eh ok .. mi dici.. i gradi alcolici siamo qui a fare il taglio». Alberto risponde: «Tredici virgola cinque». E Franco riprende: «Ah, vabbé in tutti i casi..mi mandi giù una scatolina d’alcol eh? Perché siamo a dodici ». La risposta di Alberto: «Sì, sì, va bene.. la metto sul carico dell’amico». E ancora Franco: «Vabbé perché siamo qui a fa’ il taglio.. duemiladieci perfetto» . Secondo quanto scritto dal gip Alessandro Moneti, l’organizzazione aveva realizzato un’attività di contraffazione “di proporzioni devastanti” per quantità di prodotti venduti .
Da parte sua, Franco Alfani ha rigettato tutte le accuse spiegando che la sua azienda è «ferma ormai dal 2012, che è stata venduta a due persone e che si è trattato di un fraintendimento».
Lucia Aterini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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