Il Tirreno

Toscana

Luca Lotti "il sottomarino": così crea alleanze e silura i nemici

Mario Neri
Luca Lotti
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Luca Lotti

Sarà il radar sempre vigile dell’ex premier Matteo Renzi:è lui che ha lanciato la ripartenza dal 40%

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Sarà i suoi occhi, le sue orecchie, la sua bocca, la mano che tesse la sua tela dentro e fuori dal governo. Un sottomarino nel consiglio dei ministri, yellow submarine, la spia bionda, dicono i detrattori. Di lui, in fondo, si fida ciecamente. E non è tanto per dire. Luca Lotti è l’unico che possa azzardare dei “no” con Matteo Renzi, l’unico che potesse rifilargli qualche zampata sugli stinchi quando giocavano a calcio. L’unico a cui l’ex premier abbia consegnato i suoi segreti. In questi anni gli è stato affidato praticamente tutto: dall’organizzazione del partito alle relazioni pericolose con i suoi vecchi lupi grigi, la linea da dettare ai consanguinei del renzismo, le trattative con i fratelli adottivi e gli alleati scomodi o scomunicati. È stato lui ad averlo illuminato nella notte della disfatta, la luce in fondo al tunnel del referendum. «Matteo, ripartiamo dal 40%». Luca Lotti da Montelupo Fiorentino, 34 anni, da ieri formalmente il nuovo ministro dello sport nell’esecutivo Gentiloni, sostanzialmente un premier ombra del governo già ribattezzato “Gentilotti”.

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Se oggi per una parte del paese è un emblema dell’élite che non si è arresa allo tsunami del 4 dicembre, per l’altra resta il simbolo della generazione Leopolda, un ragazzo diventato tre anni fa un big della politica nazionale all’improvviso, prima deputato, poi responsabile organizzazione del Pd e ruspista chiamato alla guida del caterpillar della rottamazione per fare tabula rasa della vecchia ditta, e infine sottosegretario alla presidenza del Consiglio. «Io non abbandono i miei, non lascio che li sbranino», ha detto Renzi ai suoi poco prima della formazione del nuovo governo.

Ma chi è questo ragazzo che i vecchi compagni del liceo fino a tre anni fa chiamavano ancora con i soprannomi di un tempo, tipo “il lampadina” o “lo sparaluce” per quella chioma di riccioli biondi (oggi un po’ più radi)? Sposato con Cristina, dipendente del Comune di Firenze e segretaria del Renzi sindaco di cui lui era capo di gabinetto, milanista, una laurea in Scienze del governo e dell’amministrazione, da ministro non parte da zero. Non tanto per la passione da sportivo, ma perché conosce bene i vertici dello sport nazionale, per essere stato in veste ufficiale (e pure ufficiosa) grande sponsor della candidatura di Roma alle olimpiadi 2024, naufragata per l’opposizione dei 5Stelle. Ma se qualcuno pensa che “il biondo” ora si confinerà nel recinto della delega, che si sia rassegnato a una bocciatura per far spazio all’amica Maria Elena Boschi, si sbaglia di grosso. Del Giglio Magico, Lotti è il petalo più importante, il braccio ambidestro di Renzi e per lui è sempre stato uno sminatore: uno che prepara il campo, lo libera da ostacoli e trabocchetti, è l’interfaccia del capo col mondo. È lui che giorni fa ha percorso i cento passi che separano il Nazareno dal portone di Gianni Letta per riannodare i fili del vecchio patto con Berlusconi, è Luca che Matteo chiama quando deve sapere qualcosa di qualcuno, è “il Lotti” che cercano deputati e senatori renziani per «avere la linea», per conoscere se a Pontassieve son tuoni e fulmini o è tornato il sereno, ma è sempre da lui, per dire, che i bersaniani pentiti dopo le primarie vinte da Renzi nel 2013 andarono ad elemosinare pietà e un posticino in quelli che sembravano allora i venturi happy days del Pd. No, non si occuperà solo di sport. In fondo restano nelle sue mani incarichi cruciali. Sarà ancora sua l’ultima parola sul Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), dunque una montagna di soldi da sbloccare per opere da realizzare in giro per il Paese, e pure la delega all’editoria. Centrocampista sul campo e organizzatore di gioco, è un manovratore dentro e fuori dal Parlamento. A volte anche ingombrante.

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Si è occupato di infrastrutture quando il titolare ne era Delrio, di rapporti con le Regioni (tutte le partite toscane e fiorentine, dalla Tav alle acciaierie di Piombino alla Tirrenica le ha curate lui) e soprattutto di partito. È il grande tessitore. In Parlamento si è speso molto per far approvare la legge sull’omicidio stradale, ma la sua attività in aula non è stata frenetica. Eppure è sempre stato lui a mediare con la sinistra del partito, la destra e perfino con qualche 5Stelle dialogante. Ora dovrà tenere a bada Franceschini, fare da elastico con Orfini e Orlando, ovviamente ricucire lo strappo con Verdini. Traghetterà il Pd al congresso del 5 marzo in vista delle elezioni, gestirà le trattative rompicapo per la legge elettorale, sarà lui l’oracolo da cui andare per conoscere i responsi renziani. Da sempre riservato, restio a concedere interviste, abituato a scucirsi poco sui fatti del capo, da un po’ ha cominciato anche a fare da bulldozer. Renzi, per dire, durante la campagna per la riforma, ha guerreggiato con Massimo D’Alema per interposto Lotti. «È accecato dall’odio per una poltroncina mancata», disse al lider Maximo.

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Del resto Luca e Matteo parlano la stessa lingua, pochi fronzoli, stile veloce e pop. E pensare che si sono conosciuti per caso, nel 2005. Renzi, all’epoca presidente della Provincia, passa un pomeriggio alla fiera della ceramica a Montelupo, ma prima fa un salto in comune. Lì incontra il sindaco e il sindaco gli presenta anche Lotti, giovane consigliere, anche lui della Margherita, anche lui cresciuto negli scout e nell’Azione Cattolica. Anche lui – dice – eletto anche con i voti della destra. Figurarsi, è colpo di fulmine. Renzi si fa dare uno strappo, salta a bordo della Golf del biondo, lui attacca Champagne di Peppino Di Capri e, giusto per brindare all’incontro, si fanno due risate e poi iniziano a scambiarsi idee. Sport, ma anche politica. Due giorni dopo Renzi lo richiama: «O Luca, perché non vieni a lavorare con me in Provincia». Sono quelli gli anni in cui si cementa il loro rapporto e piano piano quel rapporto si trasforma in fraterna complicità. “Fratello” lo chiama del resto Renzi, che lo porta a Palazzo Vecchio. Il fratello che ha teorizzato il governo del Sì e a cui è affidata la palingenesi renziana.

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di Redazione web