Il Tirreno

Toscana

Mille piccoli testimoni delle bòtte alle madri

di Samuele Bartolini

La realtà dei bambini che assistono ai maltrattamenti dietro alle mura di casa Cala il numero delle donne che chiedono aiuto: mancano i fondi per aiutarle

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FIRENZE. Il dramma si sviluppa dentro le mura domestiche. La casa dovrebbe essere il luogo per eccellenza degli affetti familiari, della quiete dalla corsa quotidiana al lavoro, e invece si trasforma in un inferno. Non ci sono solo le offese e le minacce. Ma scattano gli schiaffi, i calci, i lividi sulla pelle. Violenza psicologica e violenza fisica. E spesso i figli minori diventano piccoli testimoni incolpevoli di uno spettacolo che non avrebbero mai dovuto vedere: il babbo che picchia la mamma, il cuore della famiglia che si spezza davanti ai loro occhi lasciando un trauma che li segnerà a lungo.

In alcuni casi, poi, succede l’irreparabile: sette donne che l’anno scorso non ce l’hanno fatta. E l’identikit del “mostro” corrisponde quasi sempre alla figura del compagno o dell’ex di una relazione intima, maschio italiano. Al di là dei freddi numeri, al di là delle statistiche di rito che sono state presentate ieri all’auditorium Sant’Apollonia nell’ottavo rapporto, c’è ancora molta strada da fare per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne.

È vero che l’anno scorso il numero degli omicidi è calato. Nel 2014 erano morte 15 donne. È vero anche che il numero delle donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza – 2.397 nel periodo dal 1° luglio 2015 al 30 giugno 2016 – è calato di 221 unità rispetto ai 12 mesi precedenti, ma questa diminuzione va messa in relazione con le minori risorse a disposizione dei Centri per l’erogazione dei servizi (anche per effetto del ritardo nello stanziamento dei fondi governativi previsti dal “Piano di azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere”). C’è la crescita inarrestabile dei casi di violenza assistita: i ragazzi che vedono i propri genitori darsele di santa ragione.

Si è passati dai 749 casi del 2013, ai 968 del 2014, fino ai 1.143 casi del 2015. E lasciano senza parole i 30 ragazzi rimasti orfani degli 88 casi di femmicidio dal 2006 al 2015 con conseguenze di una gravità inimmaginabile dovute alla perdita delle figure di riferimento, la madre uccisa e il padre omicida.

Dati che raccontano la violenza di genere dove la famiglia non c’è più. Ma esiste una rete di servizi che lavora in maniera integrata per la prevenzione e per il supporto alle donne vittime di violenza. Uno dei punti nevralgici della rete di questi servizi è costituito dai Centri antiviolenza supportati dai Codici Rosa nei pronto soccorso, i Consultori, i Centri per il recupero degli uomini autori di violenze. Ora la Regione vuole fare un passo in più.

«Stiamo andando avanti – dice l’assessora regionale alla Sanità, Stefania Saccardi – introducendo oltre all’aspetto sanitario quello sociale, per far diventare il Codice Rosa sempre di più un percorso di tipo integrato che completi l’accoglienza immediata con la fase successiva di accompagnamento dentro la società nel momento in cui le donne decidono di interrompere il ciclo della violenza. Per questo vogliamo costruire una vera e propria Rete regionale Codice Rosa, un passaggio delicato ma doveroso che richiede una forte assunzione di responsabilità».

Sulla stessa lunghezza d’onda la vicepresidente Monica Barni che annuncia: «Faremo campagna di comunicazione e sensibilizzazione per aumentare la consapevolezza delle vittime e la conoscenza delle possibilità esistenti di rivolgersi ai servizi per poter chiedere aiuto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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