Il dolore
Meningite in Toscana e vaccini, le risposte alle 4 domande più frequenti
La malattia che si sposta sulla costa, la campagna di vaccinazione e soprattutto i dubbi sui vaccini. Ecco i pareri degli esperti
Quattro esperti rispondono a 4 domande sul caso toscano della meningite.
1. Tre degli ultimi casi di meningite (a Cascina, Cecina, e Collesalvetti) sono concentrati nelle province della costa . Questo significa che la malattia “si sta spostando”? E comunque: è opportuno estendere la gratuità della vaccinazione agli over 45 anche alle zone costiere interessate più di recente dal contagio?
- RISPONDE PIETRO LUIGI LOPALCO, docente all'Università di Pisa
«Difficile rispondere, stiamo studiando i casi» dice Pietro Luigi Lopalco, docente di igiene generale e applicata all’Università di Pisa. Per capire come si comportano queste epidemie, dice, «bisogna comprendere come funziona questo batterio: si trova infatti nella gola di molti soggetti sani. Abbiamo calcolato che si trova nella gola di circa il 10% della popolazione toscana». Soprattutto i giovani. Sono loro a scambiarsi bicchieri, sigarette, a stare nei locali affollati e riscaldati come le discoteche. «Poi a casa o a lavoro – spiega Lopalco – possono attaccare il batterio a soggetti più deboli, come gli anziani, o comunque con difese immunitarie più basse». Inoltre questo batterio, continua, «è particolarmente aggressivo e crea un malato ogni meno portatori sani». Secondo l’esperto, il fatto che in questo periodo dell’anno ci sia un picco di casi di contagi è normale. «In inverno ci sono virus e influenze che facilitano il passaggio del batterio dalla gola al sangue. La stagione favorisce sfortunatamente un aumento dei casi – chiarisce Lopalco – in assenza di una forte campagna di vaccinazione». Dire, adesso, quindi, se il virus si sia spostato verso la costa o se solo è già presente e si stia manifestando per il “periodo sfavorevole”, «è impossibile». Proprio perché mancano studi che chiariscono da dove viene il batterio stesso. «Si sta verificando proprio quello che è successo in Inghilterra a fine anni ‘90 – dice Lopalco – e lì la meningite è stata sconfitta grazie a una grande campagna di vaccinazione rivolta soprattutto ai giovani». Estendere la vaccinazione gratutita anche agli over 45 sulla costa (adesso solo nelle zone centrali della regioni) per Lopalco potrebbe avere senso, «ma è una campagna giusta puntare ai giovani – chiarisce - È importante aumentare il numero dei giovani vaccinati per poi passare agli adulti».
2. Si è detto che la meningite continua a diffondersi nonostante la campagna di vaccinazione in quanto il grado di copertura tra i giovani, in particolare nella fascia di età 11-20 anni, è ancora insufficiente. È così? E cos’altro si può fare per far sì che la copertura raggiunga livelli capaci di “fermare” la diffusione della malattia?
- RISPONDE CHIARA AZZARI dell'ospedale Meyer di Firenze
Secondo Chiara Azzari, coordinatrice scientifica dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze «è solo in parte vero» che la meningite continua a diffondersi perché il numero è insufficiente. «Da un lato – dice l’esperta – la percentuale di vaccinati nella classe 11-20 anni incomincia ad essere abbastanza alta (secondo alcune fonti mediche il 65% dei ragazzi in questa fascia di età è vaccinato, ndr ). Ma dall’altro vediamo che la maggior parte nei casi si verificano negli adulti sopra i 30 anni. Non possiamo immaginare di ottenere una immunità di gregge agendo sul numero dei portatori sani». Importante quindi che tutti si vaccinino. Il batterio presente in Toscana ha infatti specificità tutta sua: non crea infatti un numero elevato di portatori sani, ma passa in particolari condizioni cliniche o di immunodepressione dei soggetti e colonizza facilmente. Quindi, secondo la coordinatrice scientifica dell’ospedale, «ognuno sarà protetto solo se sarà direttamente vaccinato, non può sperare di essere protetto dalla vaccinazione dei propri vicini». Per questo può essere utile, dice Chiara Azzari, rendere obbligatorio il vaccino per i bimbi che si iscrivono al nido, come ha fatto la Regione Emilia-Romagna (nel ridisegnare i servizi 0-3 anni, la norma regionale appena approvata introduce come requisito d’accesso ai servizi l’aver somministrato ai minori l’antipolio, l’antidifterica, l’antitetanica e l’antiepatite B e non si parla quindi di meningite).
«È una misura utile – dice l’esperta –, evita che i bambini non vaccinati possano essere fonte di contagio e di diffusione della malattia nel gruppo dei più piccoli e quindi dei più fragili».
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3. In Toscana la copertura nei bambini non è ancora totale: nella popolazione di piccoli che ha compiuto 2 anni risulta vaccinato contro la meningite il 91 per cento. È sufficiente o potrebbe essere utile una misura simile a quella adottata dall’Emilia-Romagna di rendere obbligatorio il vaccino per i bimbi iscritti al nido, estendendo l’obbligo anche alla meningite?
- RISPONDE WALTER RICCIARDI, presidente Iss
Secondo il presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Walter Ricciardi , il 91per cento è una copertura «insufficiente» che mette a rischio la salute dei piccoli, ma anche gli altri, essendo i bambini potenziali portatori del batterio. E questo, dice l’esperto, proprio «a fronte del focolaio registrato nella Regione e che ha determinati vari casi di contagio e decessi». Per questo, continua, «è importante a vaccinare i bambini che non fossero ancora immunizzati». La decisione di rendere obbligatoria la vaccinazione ai bimbi che frequentano l’asilo quindi «non sarebbe superflua». Per quanto riguarda i nuovi nati (che non rientrano nella campagna straordinaria di vaccinazione avviata dalla Regione, insieme ad Iss e ministero della Salute, dal 2015), a 24 mesi di età risulta come detto una copertura pari al 91 per cento. «I bambini non vaccinati – spiega il presidente dell’Istituto superiore di sanità – sono a rischio, anche se la fascia più colpita risulta essere quella degli adulti e degli anziani». Ad oggi, infatti, più del 45% della popolazione colpita da meningite di tipo C è di età superiore ai 40 anni. Secondo Ricciardi, quindi «è una responsabilità doppia – dice – tenere ora i bambini “scoperti” dalla vaccinazione nel momento in cui si rileva un focolaio della malattia». L’appello dell’Istituto superiore di sanità è, dunque, a vaccinare i piccoli, oltre che la popolazione adulta e anziana delle aree più a rischio, «anche tenendo conto del fatto che – dice il presidente – la vaccinazione anti-meningite può essere effettuata a tutte le età». E in Toscana è gratuita ovunque fino a 45 e anche sopra i 45 nelle zone centrali.
4. Molte persone non si vaccinano perché hanno paura degli effetti che può avere. Ma i vaccini possono rappresentare un pericolo? E, visti i casi tra i vaccinati, chi si vaccina ha statisticamente meno probabilità di ammalarsi di meningite (e, nel caso in cui si ammali comunque, di morire)?
- RISPONDE FABIO VOLLER, dell'Agenzia regionale di sanità
Secondo Fabio Voller , coordinatore dell’osservatorio di epidemiologia dell’Agenzia regionale di sanità (Ars) Toscana i vaccini contro il meningococco sono sicuri. Effetti negativi, a oggi, non ne sono mai stati registrati e, «anche laddove sono stati registrati, sono stati irrilevanti». «Questi vaccini – dice l’esperto – sono totalmente testati e, ad oggi, non abbiamo mai avuto una segnalazione di una vaccinazione che ha dato qualche effetto negativo sul vaccinato». Al contrario, il vaccino, dice Voller, «rimane l’unico metodo sicuro che abbiamo per essere immuni alla malattia». Senza vaccino, in altre parole, il rischio di essere contagiati dal batterio (sia il C sia il B e dagli altri) è alto e, soprattutto, aumenta il rischio di conseguenze gravi dopo il contagio. Il vaccino ha bisogno tra i 20 e i 30 giorni per diventare efficace, quindi se una persona entra in contatto col batterio in quel periodo può comunque contrarre la malattia. È successo che persone vaccinate siano state contagiate. In Toscana, nel 2016, sono raddoppiati i casi di contagio nei pazienti vaccinati rispetto al 2015. Lo scorso anno solo 3 pazienti contagiati erano già vaccinati. Nel 2016 sono già 6, 7 con il bimbo di Collesalvetti (adesso ricoverato al Meyer) che aveva fatto il vaccino nel 2009 ma non il richiamo cinque anni dopo. Questo perché ci sono persone che non rispondono (o rispondono meno bene) a determinati vaccini e non producono anti-corpi per determinate patologie. Ma, informa Voller, «in ogni caso, lo stiamo verificando anche con l’ultimo caso del bimbo di Collesalvetti, quando il batterio colpisce una persona vaccinata, le conseguenze non sono gravi».
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