Il Tirreno

Toscana

Giudicatemi subito

di Pietro Barghigiani

Sfida la Procura e chiede il verdetto: colpevole o innocente

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PISA. C’è un marito, Antonio Logli, che per anni tradisce la moglie e si porta in casa l’amante quando la consorte svanisce nel nulla.

C’è una giovane donna, Sara Calzolaio, entrata come baby sitter in un ménage familiare in crisi, che diventa compagna del papà e quasi mamma dei ragazzi che prima accudiva da estranea. E poi c’è lei, cittadina di quel mondo sommerso popolato da scomparsi volontari o per volontà altrui, sparita in una notte di gennaio del 2012.

Si chiama Roberta Ragusa, nata nel marzo 1967 nel giorno in cui per il calendario sboccia la primavera. Di lei non si sa più niente dal 13 gennaio di quasi cinque anni fa. Volatilizzata con un’assenza di segnali degna di una disintegrazione.

Un mistero con una premessa quasi banale. Matrimonio in crisi, amante giovane. Liti e bugie nella coppia tradizionale prossima a scoppiare. Con una sparizione a far deragliare la storia nella prateria sconfinata del giallo più fitto. E soprattutto a distanza di anni ancora senza una risposta giudiziaria.

Rito abbreviato. Aveva addosso solo un pigiamone rosa, niente soldi né documenti, amava alla follia i due figli: nessuno va via così. È la tesi di chi sostiene l’accusa contro il marito, Antonio Logli, 53 anni, elettricista della Geste, società di servizi del Comune di San Giuliano Terme. Stamani il gup Elsa Iadaresta dovrà decidere se rinviarlo a giudizio per omicidio e distruzione di cadavere - come chiede la Procura - o proscioglierlo, come già aveva fatto nel marzo 2015 un altro giudice del Tribunale di Pisa. Ma se, come appare scontato, la difesa, avvocato Roberto Cavani, chiederà il rito abbreviato, l’udienza (alla quale Logli non sarà presente) servirà solo a formalizzare in pochi minuti la scelta processuale (sconto di un terzo in caso di condanna e possibilità di fare appello) rimandando a un’altra data discussione e sentenza. Si entra nel merito delle accuse. Non è più l’udienza utile solo a valutare gli elementi che possono giustificare un processo. La sentenza deve essere di assoluzione o di condanna.

Logli sfida la Procura. Forte del proscioglimento incassato nel 2015, Logli è pronto a sfidare la Procura a viso aperto. È vero che la Cassazione ha demolito il verdetto del gup secondo il quale il quadro probatorio «appariva insoddisfacente non solo sotto il profilo del raggiungimento della compiuta dimostrazione della morte violenta, ma anche per una complessiva fragilità degli elementi indiziari».

Ma la difesa sa bene che l’annullamento del non luogo a procedere era dovuto anche e soprattutto a uno sconfinamento procedurale del giudice al quale «era richiesto di pronunciarsi non sulla responsabilità dell'imputato, ma sulla sufficienza, sul piano processuale, del compendio descritto probatorio a legittimare il rinvio a giudizio» ha scritto la Suprema Corte.

Evitare la Corte d’Assise. Vista dalla parte della difesa, la sentenza di proscioglimento del 2015 altro non era che un verdetto di merito, come se Logli avesse chiesto di essere giudicato in abbreviato. Ecco perché il marito di Roberta Ragusa vuole evitare le suggestioni di una Corte d’Assise con giuria popolare (la condanna a 27 anni di padre Graziano per la sparizione di Guerrina Piscaglia è un segnale poco incoraggiante) chiedendo di essere giudicato in camera di consiglio (porte chiuse) e solo sulla base degli atti. Si sente sicuro della propria innocenza e della precarietà degli elementi dell’accusa.

D’altronde lo ha già scritto un giudice che un processo non porterebbe novità rispetto al quadro indiziario tutt’altro che granitico rappresentato da anni di indagini condensate in 12mila pagine di informative dei carabinieri.

La telefonata e il movente. Racconto se vogliamo zoppicante, quello di Antonio. Si sveglia alle 6,45 del 14 e scopre che la moglie non è a letto. Si fa presto a dare del mostro a chi non ci è simpatico. E Logli ha fatto di tutto, dai comportamenti (Sara è andata a vivere con lui poco dopo la sparizione di Roberta) alle reazioni verso i parenti della moglie, per attirarsi l’antipatia di un’opinione pubblica che lo ha già condannato. Lo ha fatto con l’umore della folla e per l’assenza di un’alternativa credibile. «Non può essere un allontanamento volontario e chi può essere stato se non lui?» è la Vox populi che non sempre è Vox Dei. Scoperto in soffitta dalla moglie al telefono con l’amante, Logli perde la testa, litiga e uccide Roberta senza premeditazione. Un omicidio d’impeto nella classificazione giornalistica dei delitti. Un divorzio avrebbe significato la perdita della “roba”, il patrimonio di famiglia. È il quadro dipinto dalla Procura (in udienza il capo Alessandro Crini e il sostituto Aldo Mantovani) convinta della colpevolezza dell’elettricista, «un bugiardo patentato», incapace di esternare emozioni. Una sfinge glaciale che anche nelle intercettazioni telefoniche e ambientali non lascia spiragli utili agli inquirenti per contestargli eventuali passi falsi.

Il superteste. Nel romanzo nero di provincia, che va oltre i tradimenti del cinquantenne con la giovane baby sitter e segretaria nell’autoscuola di famiglia, e sbanda nel noir con l’accusa di omicidio, un ruolo da protagonista va assegnato anche al superteste. È Loris Gozi, giostraio sinti, inciampi con la giustizia per vecchi errori e un presente da ricostruire con fatica. «L’ho visto alle 00,30 in via Gigli (traversa di via Dini dove c’è la casa dei Logli, ndr) da solo in auto. Poi verso le una sono quasi sicuro che litigasse con una donna, l’ha spinta in auto ed è partito a forte velocità» è la sintesi del grande accusatore. Sempre smentito da Logli che al suo avvocato in questi giorni ha confidato: «Spero che prima o poi un giudice mi creda».

Antonio e Sara in vacanza. Nel frattempo la storia con Sara regge, a dispetto delle voci circolate negli ultimi tempi. Anzi, la coppia ha trascorso di recente una settimana di relax a Capoliveri dove Antonio ha un appartamento. Scampoli di una serenità che i due sanno di aver perso per sempre. Come si muovono, in coppia o da soli, lo sguardo curioso e spesso punitivo della gente li inchioda alla colpa di un caso che appassiona. Non tanto sul movente, ma su come abbia fatto a far sparire il corpo e dove l’abbia messo è l’argomento che scalda discussioni in strada e nei salotti. Lo stesso tema che ora diventa anima di un’udienza processuale a porte chiuse. Per arrivare a breve al bivio di una verità giudiziaria che non sempre è sinonimo di giustizia: colpevole o innocente.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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