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Telefonate moleste

Telefonate moleste, la rabbia di un operaio perseguitato: "Ho fatto ricorso alla Commissione europea"

di Ilaria Bonuccelli
Telefonate moleste, la rabbia di un operaio perseguitato: "Ho fatto ricorso alla Commissione europea"

La testimonianza: «Perseguitato sul cellulare dopo aver dovuto eliminare il fisso». Da Bruxelles la risposta - FIRMA LA NOSTRA PETIZIONE SULLE CHIAMATE INDESIDERATE

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FIRENZE. Ci ha provato in molti modo, Marco Bazzoni a sbarazzarsi dei call center. Quando ancora era un cliente di Telecom, per il telefono di casa, ha tolto il numero dall'elenco. Ma le telefonate commerciali indesiderate non sono cessate. Togliendosi dall'elenco, oltretutto, non si è neppure potuto iscrivere al Registro delle Opposizioni, per difendersi dal telemarketing. Poi, il disturbo è iniziato anche sul cellulare. E allora si è deciso. Si è rivolto all'Europa.

SOS EUROPA

L’equazione è stata immediata. «L’Italia non mi difende dal telemarketing selvaggio?» si è detto l’operaio metalmeccanico di Tavernelle Val di Pesa, in provincia di Firenze. E io mi rivolgo alla Commissione Europea. «Mi faccio dire se la legge italiana è in linea con il diritto comunitario. Oppure se è più debole, se non ci difende abbastanza». Il ragionamento nasce da una considerazione semplice. Quella che sta alla base della campagna de Il Tirreno: in Italia possono iscriversi al Registro delle Opposizioni e godono di un minimo di tutela solo i numeri pubblicati negli elenchi telefonici. Di fatto circa 13 milioni su 115 milioni di numerazioni assegnate. E, comunque, di questi 13 milioni solo un milione e mezzo è iscritto al Registro: circa l’1,5% degli aventi diritto. «Il problema - sottolinea Bazzoni - non sembra interessare molto al governo italiano. Finora non ha fatto nulla di concreto per aprire il Registro delle Opposizioni anche ai cellulari o ai numeri fissi, come il mio, che non sono in elenco. Così mi sono rivolto all’Unione Europea».

IL RICORSO ALL’UE

Il 24 ottobre, Bazzoni scrive alla Commissione Europea avanzando l’ipotesi che la normativa italiana in vigore possa violare l’articolo 13 della direttiva europea 58 del 2002. L’articolo in questione, infatti, è dedicato alle “comunicazioni indesiderate”. Fra le varie disposizioni, l’articolo precisa: “Gli Stati membri (dell’Ue) adottano le misure appropriate per garantire che, gratuitamente, le comunicazioni indesiderate a scopo di commercializzazione diretta.... non siano permesse se manca il consenso degli abbonati interessati o se gli abbonati esprimono il desiderio di non ricevere questo tipo di chiamate; la scelta tra queste due possibilità è effettuata dalla normativa nazionale».

Intanto, la normativa comunitaria non opera alcuna distinzione fra utenze mobili e fisse. Inoltre, secondo Bazzoni, il Registro delle Opposizioni istituito in Italia nel 2011, oltre a essere ristretto a una minima parte delle utenze, «non funziona».

L’EUROPA RISPONDE

Due giorni dopo il ricevimento della lamentela, alla segnalazione di Bazzoni è stato assegnato un numero di protocollo della procedura Chap (gestione segnalazioni). Tuttavia nella risposta (standard) inviata al cittadino italiano si precisa: «L’attribuzione del numero di protocollo non significa che la Commissione avvierà necessariamente un procedimento di infrazione nei confronti dell’Italia». Tuttavia la questione verrà esaminata e i servizi della «Commissione provvederanno a esaminare la denuncia secondo il pertinente diritto dell’Ue e la informeranno degli esiti dell’esame e dell’eventuale andamento del procedimento di infrazione».

INIQUO IL RICORSO ITALIANO

Per rincarare la dose, Bazzoni sostiene davanti all’Europa che anche il ricorso contro le chiamate indesiderate in Italia non sia equo. O meglio non sia alla portata di tutti. In particolare lamenta il fatto che il ricorso al Garante della privacy comporti il pagamento di 150 euro di diritti di segreteria. «Una cifra che non tutti si possono permettere: quindi, se un gestore di servizi si rifiuta di non chiamarti più, non hai modo per difenderti, se non spendi». Il Garante replica che la situazione non sta in questi termini. Il cittadino - dice l’Autorità - può difendersi in due modi: presentando una segnalazione gratuita al Garante o con il ricorso che comporta il pagamento delle spese di segreteria. Ma entrambi i sistemi sono efficaci.

LA SEGNALAZIONE

La segnalazione deve essere presentata su modello che si scarica dal sito del Garante e può essere spedita in vari modi, anche per mail. L’invio è gratuito. La pratica viene istruita: non c’è un tempo massimo per la risposta, ma è tenuta in considerazione per l’attività di controllo del Garante e per le sanzioni che vengono applicate in caso di violazioni. Più è «dettagliata, più l’attività di controllo del Garante sarà efficace», sottolinea l’Autorità.

IL RICORSO

È paragonabile a un procedimento in via giuridica. Per questo comporta il pagamento di diritti di segreteria. E obbliga il Garante a rispondere al cittadino entro 60 giorni dal ricevimento del reclamo.

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