Gioco
La vittoria di Trump, lotta di classe al contrario
Clinton, più competente, è stata bocciata perché vista come parte dell'establishment che negli ultimi anni ha dispensato più sofferenze che speranze. Dietro c'è la rivolta contro gli effetti del dilagare della globalizzazione
The people, il popolo americano, ha parlato. E si è espresso in modo netto, inequivocabile. Ha bocciato le élite, quell'apparato di potere economico, finanziario, militare su cui si regge la superpotenza americana. Lo ha fatto con lo strumento più raffinato che la cultura politica occidentale ha distillato in tre secoli di battaglie di idee e di rivoluzioni armate: il suffragio universale. Una testa, un voto.
Hillary, così istituzionale e così pappa e ciccia con l'alta finanza di Wall Street, non perde perché è donna. Non è vero che l'America, dopo due mandati di un presidente nero, non sia pronta a colorarsi stavolta di rosa. No, è maledettamente più complicato. La Clinton incassa una sconfitta storica perché nella sua preparazione, nella sua competenza, nella sua lunga frequentazione della Casa Bianca, prima come first lady poi come segretario di Stato, gli elettori hanno individuato un peccato ormai imperdonabile. L'essere figlia di un mondo che in passato ci ha fatto sognare, ma in anni recenti ha dispensato sofferenze e squilibri sociali.
L'ultimo quarto di secolo ha infatti segnato il trionfo della globalizzazione dei mercati e della finanza internazionale, venerati alla stregua di misteriose divinità, tanto inique quanto più la società è diventata ingiusta. Poteri opachi e irresponsabili, molto più potenti dei governi nazionali, forse dello stesso governo di Washington. Totem intoccabili e vendicativi davanti ai quali si è prostrato il pensiero debole delle élite dall'America all'Europa. Su entrambe le sponde dell'Atlantico le classi dirigenti sono state incapaci, ciascuna per il proprio grado di responsabilità, di dare risposte alla Grande Crisi scoppiata nel 2008 e ancora dilagante, nel corso della quale il ceto medio o, come si dice negli States, la working class ha pagato un prezzo salatissimo. I pochi ricchi sempre più ricchi. Le classi di mezzo impoverite e impaurite. Un nuovo proletariato senza diritti e tanta disperazione; siano essi i messicani che sognano la California o i migranti dell'Africa subsahariana disposti a morire su un barcone nel Mediterraneo pur di conquistare l'Europa.
Siamo sprofondati nell'era dell'assenza. Mancano modelli di società in grado di sostituire il crollo degli schemi novecenteschi. Mezzo secolo e più di pace, benessere, progresso e democrazia per chi ha avuto la fortuna di trovarsi al di qua della cortina di ferro. Dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi l'Occidente ha vissuto anni formidabili. Generazione dopo generazione i padri sono stati certi di lasciare ai figli una condizione economica e sociale migliore della propria.
Ciascuno di noi - qui in Italia - può rispecchiarsi in questa evoluzione familiare. Fino al tradimento, doloroso e devastante, di un patto non più rispettato dalle classi dirigenti occidentali quando il mondo si è allargato, ha esteso i suoi confini in terre incognite, catapultando sulla scena nuovi protagonisti. Il mercato dominato dai suoi spiriti animali. Ecco dunque lo sconosciuto consiglio d'amministrazione di una lontana multinazionale decidere, dalla sera alla mattina, di trasferire l'intera catena di produzione di beni dalla Toscana alla Serbia. Ecco ancora i mercatini rionali invasi di cianfrusaglie cinesi malfatte ma a basso prezzo, avanguardie di un flusso di merci ben più competitive.
L'opportunità della globalizzazione si è trasformata in uno scardinamento della classi sociali e delle faticose conquiste dei ceti produttivi. Quasi senza che ce ne rendessimo conto si è combattuta negli ultimi decenni una lotta di classe, ma al contrario. I forti contro i deboli. E' accaduto dappertutto. La reazione è nel populismo (che definiamo così per comodità di espressione ma con difetto concettuale), che ha occupato gli spazi lasciati maledettamente vuoti dalle culture politiche tradizionali. Lo schema storico destra/sinistra è saltato, sostituito dalla rappresentazione dello scontro di chi è dentro il sistema e di chi si sente escluso. Establishment/anti-establishment. Nel pieno di questo scontro epocale la culla della globalizzazione ha scelto il suo primo presidente. Che sia stato eletto Donald Trump, miliardario poco propenso a pagare le tasse, politicamente scorretto, donnaiolo molesto, appare come una vendetta della politica.
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