Sicurezza
La Toscana sott'acqua nel 1966: i perché del disastro e le differenze con altri alluvioni
Ecco quali fattori climatici contribuirono alla devastazione di 50 anni fa rispetto ad episodi simili più recenti
Nel 1966 la maglia di osservatori meteo non era attrezzata come oggi: come rivelava all’epoca il giornalista Franco Nencini, lungo il corso dell’Arno, dalla sorgente fino a Firenze, erano sistemati appena tredici pluviometri, la maggior parte dei quali non automatizzati. Molti strumenti se li portò via la piena Su tutta la Toscana caddero mediamente dai 100 ai 400 millimetri, con una punta di 437,2 mm a Badia Agnano, nell’alta Val di Sieve (Mugello). L’Osservatorio Ximeniano di Firenze registrò il suo massimo storico nelle 24 ore, con 190 mm. Ma i record spettano al nord-est: 485 mm a passo Cereda, in provincia di Trento e ben 711 millimetri in Val Cellina, Friuli. Precipitazioni superiori o prossime ai 100 millimetri - oltre alla Toscana, al Friuli, Veneto e, Trentino - interessarono anche la Lombardia e l’Emilia Romagna, ma in quei giorni si registrano danni anche in altre regioni del centro-sud, per esempio la Campania.
L’anomalia del nubifragio: piovve “a tappeto” su 6 regioni
Un’area geografica molto ampia venne coinvolta da quella “bomba meteorologica” di inizio novembre e la grande estensione territoriale dei fenomeni, oltre alla loro intensità, è proprio uno dei fattori che ha reso unico quell’evento e così drammatiche le conseguenze. Piovosità paragonabili o addirittura superiori a quelle del 1966 sono state raggiunte anche in anni recenti: nel novembre 1994 e nell’ottobre 2000 in Piemonte, nel giugno 1996 in Versilia, poi ancora a novembre in Friuli, Lombardia e Liguria, in più di un’occasione a Genova e, in anni più recenti, sulla Toscana costiera, Sardegna e Sicilia orientale. Ma l’evento del novembre ’66 fece esondare tutti insieme, e in un’unica soluzione, alcuni dei più importanti fiumi italiani, come l’Adige, il Tagliamento, il Brenta e l’Arno. Ne furono coinvolti i centri storici di città ricche di storia e celebri nel mondo, come Firenze, Venezia e Trento: una coincidenza che trova pochi riferimenti negli ultimi secoli, forse paragonabile soltanto alle piene del Danubio e dell’Elba dell’estate 2002.
Effetti disastrosi anche per i terreni già saturi e inzuppati e per la labilità idrogeologica del territorio, messo a dura prova dalle piogge incessanti di ottobre e da un’estate, quella del 1966, più piovosa del normale. Basti pensare che alcune valli del nord-est erano già state interessate da un’alluvione nel mese di agosto. Il brusco innalzamento della temperatura provocato dallo scirocco sull’arco alpino orientale, fece il resto, sciogliendo e immettendo nei torrenti la neve caduta nei giorni precedenti.
VIDEO La grande alluvione in Toscana
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Un’evoluzione rocambolesca e improvvisa
Il maltempo che investì a tappeto un territorio così vasto, si presentò con le caratteristiche di una tempesta extratropicale. Oltre alla pioggia battente e incessante, caduta per quasi 48 ore, ci furono furiosi fortunali lungo le coste: lo scirocco sull’Adriatico, il libeccio sul Tirreno e le mareggiate che ostacolarono il deflusso dell’acqua dei fiumi. Testimonianze dell’epoca parlano anche di una serie di forti temporali, soprattutto fra il tardo pomeriggio del 3 novembre e le prime ore del 4 novembre, periodo in cui si ebbero paurosi “rain rate”. Nella serata del 3 novembre vicino a San Donnino, alle porte di Firenze, mentre la popolazione si dava da fare per rinforzare gli argini di fossi e torrenti, ci fu anche qualcosa di simile a una tromba d’aria.
La geografia barico-sinottica di quell’evento non fu molto diversa da quella di altre situazioni alluvionali per l’Italia: saccatura molto pronunciata sul Mediterraneo occidentale con appendici nell’Africa sahariana; robusto anticiclone dinamico che fa da blocco sull’Europa orientale; aria fredda di origine artica e polare che alimenta la circolazione e un corridoio di aria molto calda africana che scorre fra le figure di bassa e alta pressione, pescando umidità nel Mediterraneo. Poco apprezzabile risultò il fattore temperatura del mare “troppo alta” che, invece, ha probabilmente importanza in quegli episodi micro-alluvionali che si verificano quasi ogni anno nella tarda estate e all’inizio dell’autunno.
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Se prendiamo come metro di paragone le alluvioni che hanno sconvolto le regioni del nord-ovest il 4-5 novembre del 1994 e il 13 ottobre del 2000, ci accorgiamo che il contesto è simile, ma non uguale. Non è un caso se nel 1966 quelle regioni furono poco toccate dalle intense precipitazioni , che si fermarono alla Lombardia orientale. Queste le differenze che saltano maggiormente all’occhio dando un’occhiata alle mappe dell’epoca: nel 1966 vi fu un coinvolgimento diretto dell’Italia nella saccatura del fronte polare e il contrasto termico fu maggiore; il valore di geopotenziale fu decisamente più basso e l’evoluzione molto più rapida, rendendo imprevedibile l’evento agli esperti dell’epoca.
Quando il sistema frontale responsabile dell’alluvione partì in quarta dal Mediterraneo, il minimo andò a scavarsi proprio sul mar Ligure e alto Tirreno, amplificando l’effetto orografico del richiamo caldo-umido sulla Toscana e sul nord-est. Nel 1994 e nel 2000, invece, pur in presenza di un flusso sciroccale molto intenso, il cuore depressionario non fece progressi verso est e l’alluvione sul nord-ovest fu agevolata dall’estrema lentezza del fronte e da un irrisolto stau orografico da sud-est, che insistette per più giorni sull’arco alpino occidentale.
Da non trascurare il notevole riscaldamento termico che si verificò il 3 novembre ‘66, quando l’aria fredda affluita nei giorni precedenti venne rapidamente sostituita, soprattutto in quota, dalle forti correnti di scirocco e libeccio.
Il 2 novembre del 1966 si verificò un crollo del geopotenziale a 500 hPa su tutta l’Europa centro-occidentale e meridionale, con l’isoipsa 552 che giunse fino a Napoli e Barcellona. L’Atlantico e la Russia erano controllati da robusti anticicloni dinamici. L’avvento di aria artica marittima provocò un crollo delle temperature, con l’isoterma – 5° a 850 hPa sulla Germania e lo zero termico a comprendere tutta la pianura Padana. A Firenze quel giorno la temperatura massima si attestò poco sopra i 10°.
Il 3 novembre l’aria fredda in quota penetrò fino all’estremo sud della penisola iberica: si scavò una depressione al suolo molto strozzata, con testa sul golfo di Biscaglia e coda in pieno Sahara, nell’entroterra algerino.
Come da manuale, l’Italia si trovò nella parte orientale della depressione e fu investita dalla risposta calda, con aria pescata direttamente dal deserto: le temperature risalirono bruscamente (17° a Firenze). Iniziò a piovere con insistenza.
La notte del 4 novembre la depressione con associato sistema frontale si spostò rapidamente verso levante, approfondendosi e collocando il suo minimo sottovento alle Alpi, tra la Liguria e la Corsica. Solo in quel momento il sistema venne frenato nella sua evoluzione verso est da una poderosa rimonta dell’anticiclone dinamico afro-continentale, che innalzò le temperature su tutta l’Europa balcanica, la Turchia e l’Ucraina (+ 10° agli 850 hPa all’altezza della Romania). Le fitte isobare meridiane che si notano nella mappa Noaa evidenziano la presenza dei forti venti meridionali che andarono a sbattere per molte ore contro le Alpi orientali e l’Appennino settentrionale. E fu il disastro.
IL TESTO COMPLETO E LE MAPPE
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